
Un gruppo di ricercatori, capitanato dal Prof. Sébastien Sauvé, del Dipartimento di Chimica dell’Università di Montreal, ha scoperto che le tracce di caffeina sono un indicatore della contaminazione delle acque sotterranee e un utile rivelatore del pregio degli acquiferi.
Il prof. Sauvé ha affermato che:
esiste una forte correlazione tra i livelli di caffeina nell’acqua e il livello di batteri. I chimici possono quindi utilizzare i livelli di caffeina come indicatore di inquinamento dei sistemi fognari, essendo utilizzata e ingerita solo dall’uomo.
I ricercatori hanno prelevato campioni di acqua da fiumi, ruscelli e reti fognarie in tutta Montreal. Il risultato ottenuto è che tutte le acque contengono concentrazioni dei contaminanti come caffeina appunto, coliformi fecali (batteri che vivono nell’intestino dell’uomo), e un terzo indicatore sospetto, la carbamazepina (che degrada molto lentamente), dimostrando che la contaminazione delle acque è diffusa negli ambienti urbani da parte delle fognature domestiche.
Sauvé prosegue sostenedo che:
un programma di campionamento di caffeina sarebbe relativamente facile da implementare e potrebbe fornire un utile strumento per identificare le fonti di contaminazione sanitaria e contribuire a ridurre la contaminazione delle acque superficiali all’interno di un bacino urbano.
Questa metodologia analitica consente un limite di rivelabilità molto basso, a costi relativamente bassi, con lo svantaggio che la caffeina, ubiquitaria nelle acque ad alta densità di popolazione, degrada in un periodo che oscilla da poche settimane a 2-3 mesi .
Via | Science Daily
Foto | Flickr
Le capsule per il caffè, sembrano proprio non essere una di quelle invenzioni che ti migliorano l’esistenza. Dopo essere state oggetto della protesta del comune di Capannori che ha sollevato il problema dell’impossibilità di smaltirle, oggi si scopre che oltre a concentrare aromi concentrano diossine furano. Secondo un gruppo di ricercatori spagnoli guidati da Javier Santos, docente di chimica analitica all’Università di Barcellona, consumare caffè ottenuto dalle capsule aumenta il rischio di ingerire furano, sostanza cancerogena. Spiega Santos che la maggiore presenza di questa sostanza non è casuale:
Le capsule sono ermetiche per evitare perdite di aromi e il furano, che è un elemento volatile resta imprigionato anche a causa dell’ elevata pressione dell’acqua calda che contribuisce a estrarne maggiori quantità. Di contro un caffè fatto alla maniera tradizionale e poi versato in tazze o un caffé lungo, hanno più possibilità di far evaporare il furano.
Lo studio è stato pubblicato su Food Chemistry e gli scienziati riferiscono delle quantità di furano riscontrate nei diversi caffé: in polvere, solubile e in capsule. I risultati, mostrano concentrazioni più elevate di furano e caffeina in un espresso (43-146 ng / ml), (12-35 ng / ml) nel caffè solubile, ma molto più elevato in caffè ottenuto da capsule (117-244 ng / ml).
Precisa Santos che nonostante i livelli di furano siano più elevati questi comunque rientrano ancora nei parametri ammissibili per la sicurezza della salute. Di fatto, per entrare in una soglia di pericolosità, una persona di circa 70 Kg dovrebbe consumare tra i 20 e i 30 caffè al giorno ottenuto da capsule. Non mi è chiaro però, perché lo studio non lo specifica, se il furano, essendo una diossina sia soggetto a accumulo nell’organismo umano.
Via | Agencia Sinc
Foto | Flickr

Se da un lato ci si mette tutta la buona volontà per ridurre i rifiuti e la plastica, dall’altro le sconcertanti regole del consumismo fanno si che la battaglia sia, se non vana, quantomeno complessa. Abbiamo appena chiuso il capitolo buste di plastica, che giustamente se ne apre un altro: le capsule del caffè. Le avete presente quelle cialdine in plastica confezionate in altra plastica che contengono una dose di caffè? Sono una delle componenti di quegli elettrodomestici giocattolo, gadget per adulti, che non servono a una cippa se non a essere comprati e a consumare: filtri, elettricità, acqua, ecc. ecc.
Ebbene, su queste capsule è stato aperto un “caso studio” del Centro ricerca rifiuti zero del Comune di Capannori, giunto all’81% di raccolta differenziata. Si sono accorti che nell’immondizia non differenziata ci finivano proprio le capsule. E perché? Perché sono state progettate per non essere smaltite. Insomma, mai come in questo caso avrebbero ragione di essere sostenuti tutti i discorsi che abbiamo fatto sul design industriale.
Dunque la responsabile del caso studio Rossana Ercolini ha scritto una lettera aperta a Lavazza, chiedendo una collaborazione fattiva, come l’uso di cialdine biodiegradabili o ricaricabili con filtro di carta. Infatti, secondo le proiezioni, ogni anno nella spazzatura di Capannori finirebbero 750mila cialdine. E noi consumatori? Si stima che ne consumiamo per 12mila tonnellate che finiscono o in discarica o bruciate in qualche inceneritore.
Foto | Rifiuti zero Capannori
Come si serve un caffè nel modo più ecofriendly possibile? Per Kickstand bastano due bici per gustare un caffè ecosostenibile per le strade di New York.
Kickstand - mobile coffee ha come mission quella di offrire la miglior tazza di caffè con il minor impatto ambientale e per riuscire nella sua opera ha costruito due bar mobili: le bici servono a far gustare il caffè lungo un percorso a tappe e a fornire parte dell’energia che serve per preparare il caffè stesso.
Kickstand pedala e serve caffè per sensibilizzare la gente ad uno stile di vita più ecologico e sostenibile. Fareste una pedalata solidale per un caffè?
Secondo uno studio dell’Università del Nevada-Reno, pubblicato sul Journal of Agricultural and Food Chemistry, dagli oltre 7 miliardi di tonnellate di caffè consumati ogni anno nel mondo, potrebbero venire prodotti circa 1,2 miliardi di litri di biodiesel. I resti del caffè risultano particolarmente adatti alla conversione in carburante poiché già contengono il 10/15% di olio a seconda della varietà (arabica o robusta).
Il biodiesel prodotto, inoltre, è molto stabile, a causa degli agenti anti-ossidanti contenuti nel caffè, mentre il residuo può essere utilizzato come compost per il terreno o pellet per stufe. I ricercatori hanno asciugato i resti di caffè della Starbucks (già impiegati come compost negli USA), mischiandoli successivamente con dei solventi per estrarne l’olio contenuto dopo un passaggio in una centrifuga. I solventi vengono poi recuperati e riutilizzati nel ciclo successivo.
Il risultato finale è del biodiesel dal totale dell’olio estratto dal caffè. Il settore del caffè in Italia alimenta un giro d’affari alla produzione che si aggira sui due miliardi di euro. I torrefattori in attività sono circa 750 e trasformano annualmente poco più di 6,8 milioni di sacchi di caffè verde (un sacco = 60 kg), tutto importato. Questo vuol dire che nel 2007 sono state importate circa 420 mila tonnellate di caffè; usare lo scarto per fare carburante e compost potrebbe essere una buona idea per accrescere l’indipendenza energetica.
Via | GreenCarCongress
Foto | PacoR
Un naso elettronico per riconoscere la qualità di vari tipi di formaggio, di olio di oliva, di caffè e di sfarinati; i raggi X per verificare l’assenza di corpi estranei negli alimenti e in particolare di frammenti pericolosi nelle olive denocciolate; un fascio laser per valutare l’integrità del processo di imbottigliamento dell’acqua; o la spettroscopia NIR per testare senza toccarla, il grado di maturazione della frutta. Non siamo in una industria agroalimentare ma a “Science for food” che si tiene a Napoli alla Città della Scienza fino al 22 aprile.
Science for Food nasce nell’ambito del progetto TIME (Tecnologie Innovative per il Mezzogiorno) e si articola in una mostra interattiva - che consente di vedere all’opera alcuni dispositivi per l’analisi e il trattamento dei cibi sviluppati da INFM-CNR realizzata in collaborazione con CNR-PSC per riflettere sull’innovazione tecnologica nel settore agroalimentare.
Due exhibit interattivi all’inizio del percorso presentano in modo semplice e suggestivo le idee comuni agli esperimenti proposti: servono a illustrare quanto è impegnativo - in termini di conoscenze di base e di tecnologie utilizzate - trasformare un’idea in un prodotto certificato.
La maggior parte delle volte il bicchierino da caffè in plastica monouso, non riciclabile, finisce nel cestino della spazzatura a lato della macchinetta dell’ufficio. Lo spettacolo s’intristisce ancora di più subito dopo la pausa caffè quando la piramide di bicchieri usati, che si tengono in equilibrio con l’aiuto di una sconosciuta legge fisica, sovrasta il contenitore dei rifiuti.
Pensate invece che da quel bicchierino può nascere una piccola pianta. Nei casi più semplici basta un po’ di terriccio fresco pressato e una lenticchia per dare un tocco di verde totalmente genuino al davanzale del vostro ufficio. Dopo aver fatto un paio di forellini sul fondo del bicchiere, mettete un dito di terra e poi il fortunato seme, quindi copritelo e poi pressate per bene.
Mantenete la terra umida, non eccessivamente bagnata altrimenti marcirà e lasciate in un ambiente asciutto. Evitate di toccarlo o spostarlo fin quando uscirà il primo germoglio. Sembra strano, ma sono esseri molto sensibili. E in qualche settimana i risultati sono garantiti
Il Solar Roasted Coffee viene tostato esponendolo al sole, invece che ai caldi fumi di un fuoco. La sua torrefazione non comporta quindi emissioni di gas ad effetto serra.
Il cilindro di tostatura riceve i raggi solari, concentrati da una parete di specchi e anche il motore che mantiene in movimento i chicchi di caffè durante la tostatura è alimentato ad energia solare. La macchina si chiama Helios 2.0 (foto e spiegazioni in inglese).
Il caffè e’ anche biologico e fair-trade. La Solar Roast ha sede in Colorado (USA).
Via | Sietechblog
Un quinto del parco nazionale del Bukit Barisan Selatan, in Indonesia, è stato occupato illegalmente dalle piantagioni di caffè.
Tigri, rinoceronti ed elefanti sono stati sfrattati per far posto alle piante e le guardie del parco non riescono ad arginare il fenomeno, in espansione.
La varietà coltivata (robusta) è la componente di basso prezzo di molte miscele di caffè in commercio. Alcune marche (Nestlé e McDonald’s, ad esempio) hanno firmato dei documenti in cui si impegnano ad evitare caffè di provenienza illegale, ma loro stessi ammettono che non sempre è facile garantire la provenienza dei grani che acquistano.
La critica di oggi che l’Economist muove al fair trade (ragazzi, ne ho ancora parecchie in attesa di pubblicazione, abbiate pazienza!) arriva per bocca di Mr Wille del Rainforest Alliance: “solo le cooperative di piccoli produttori possono vendere i propri prodotti nel circuito del mercato equo, cosa che impedisce alla maggior parte dei lavoratori delle grandi piantagioni di accedere alle condizioni privilegiate. Il fair trade e’ un’opportunità per pochi fortunati e fallisce nell’aiutare la maggior parte dei bisognosi.”
Rainforest Alliance ha una sua strategia per rendere giustizia ai produttori del sud del mondo: invece di garantire un prezzo equo, offre formazione, consulenza e credito agevolato affinché i produttori siano in grado di competere in qualità con le multinazionali. I compratori dovrebbero preferire il caffè con il marchio Rainforest Alliance per le sue qualità organolettiche, per soddisfare il proprio gusto, non per mettere a tacere la coscienza facendo beneficenza.