
Le immagini di Mosca avvolta dalle fiamme sono ovunque. I Tg ci aggiornano sulla situazione climatica e ci dicono che a rischio c’è tutta la parte occidentale della Russia. Il caldo anomalo tocca anche l’Ucraina e le fiamme lambiscono oramai la centrale di Chernobyl mentre Putin a causa della gravità della situazione (e della interessante speculazione che potrebbe profilarsi) decide di sospendere le esportazioni di grano. Ovunque le polveri sottili sprigionate dagli incendi rendono l’aria velenosa.
La domanda che si pongono ora gli scienziati è: a cosa è dovuta questa ondata anomala di caldo, temperature che sforano quelle normali per questo periodo di 10-15 gradi e che interessano in maniera grave un area particolarmente estesa?
Rileva Il meteo giornale che sebbene sia tipico dei climi continentali una ampiezza di estremi termici, l’evento in questione è però di portata storica. Diversa la situazione nel Sud del Pianeta dove lo scorso luglio di sono verificate anomale nevicate nella pampa argentina :
Nel frattempo, nel Sud del Globo l’inverno è rigido, le aree costiere del Continente Antartico, anche grazie all’aumento globale della temperatura, hanno avuto maggiori nevicate e quindi un’estensione via via superiore dell’estensione dei ghiacci. Dalle regioni polari continuano a sprigionarsi bolle d’aria molto fredda che in questi giorni hanno interessato anche il Brasile, con insolite nevicate quasi a latitudini tropicali. Allo stesso tempo, però, rammenterete quanto fu terribilmente calda l’ultima estate in varie zone dell’emisfero, con evento di caldo di portata storica in Australia, dove regioni dal clima mite furono interessate per settimane da temperature di oltre 40 gradi.
La risposta per ora non c’è e probabilmente non sarà neanche immediata. Trovo però interessante una considerazione fatta da Il meteo giornale:
Di sicuro la Società Moderna è molto vulnerabile ai cambiamenti climatici, più dei nostri antenati, che seppur con minori risorse, quando il clima diveniva ostile migravano verso terre più ospitali.
Foto | NASA

A Il Giornale l’idea che l’energia fotovoltaica possa risultare meno costosa dell’energia nucleare proprio non piace. A scagliarsi contro la ricerca Solar e nuclear costs- The historic crossover, del prof. John Blackburn è Paolo Granzotto, che già in altre occasioni ha scritto della sua avversione per tutte le forme di energia rinnovabile.
Eppure la ricerca dimostra dati alla mano che:
Se nel 2002 per costruire una centrale nucleare ci volevano in media circa due miliardi di dollari, per fare lo stesso impianto oggi ce ne vogliono quasi dieci. E, poiché nel nucleare il grosso del costo del
KwhkWh deriva dalla costruzione dell’impianto, ne deriva che i conti dell’atomo stanno saltando con il caso limite dei due reattori di Atomic Energy of Canada a Darlington che sono stati cancellati a causa della crescita del costo per singolo reattore dagli iniziali 3,48 miliardi ai 12,96.
Granzotto sostiene che i conti non tornano poiché mancano le spese di manutenzione degli impianti fotovoltaici (e quanto mai costeranno?) e che ci sono da calcolare le sovvenzioni statali (se è per questo anche il nucleare lo pagano i cittadini….) e che lo studio si riferisce alla situazione del North Carolina. In effetti è proprio dichiarato nella premessa allo studio che i dati riguardano il North Carolina e che sono indirizzati al Governatore Bev Perdue per spiegarle il perché attualmente non convenga far costruire una centrale nucleare nello Stato.
Ma in fondo, il mondo è pieno di scettici, ma ciò che sconcerta sono le argomentazioni trattate per smontare la ricerca: i cambiamenti climatici e il climategate.
Mi spiego meglio. Risponde Granzotto al lettore che chiedeva lumi sulla ricerca:
La patacca del North Carolina Warn non deve stupire, caro Bellia: la lobby ambientalista ha infatti la mano facile quando si tratta di dare un’aggiustatina alle cifre, fossero esse riferite al dollaro o alla temperatura. In fondo, la Grande Bufala del riscaldamento globale è finita nel dimenticatoio per la scoperta del «Mann-trick», del trucchetto di Michael Mann, il più influente esperto dell’Agenzia dell’Onu incaricata, appunto, di tener sotto controllo i progressi del global warming.
Perciò, per Granzotto è tutta colpa del climategate se il fotovoltaico non funziona quanto il nucleare.
Foto | Flickr
I cambiamenti climatici rappresentano una dura prova di sopravvivenza per moltissime specie animali e vegetali che nel destreggiarsi tra temperature sempre più alte, migrazione di specie alloctone ecc. spesso rischiano di scomparire per sempre dal nostro pianeta. Eppure, come al solito, vi sono animali per cui il riscaldamento globale è salutato come un’opportunità di crescita e riproduzione…E’ il caso della simpaticissima marmotta delle Montagne Rocciose (Colorado) che, a seguito di uno studio durato 33 anni da parte di un gruppo di ricercatori dell’Imperial College di Londra e pubblicato sulla rivista Nature in questi giorni, ha mostrato di sapersi adattare benissimo alle nuove condizioni atmosferiche incrementando il proprio peso e le proprie chances di affrontare parassiti, batteri e virus vari…
Questo divertentissimo roditore, infatti, noto per i letarghi molto lunghi - in media è sveglio per non più di 4-5 mesi all’anno - quando non dorme è impegnatissimo a recuperare il tempo perso barcamenandosi frettolosamente tra ricerca del cibo, accoppiamento, gestazione e crescita della prole, spesso impreparata - per dimensioni e riserve di grasso- a superare il lungo inverno, scontando tutto ciò con un’alto tasso di mortalità.
Nell’ultimo decennio in particolare, però, la marmotta ha evidenziato un considerevole aumento del peso corporeo passando da una media di 3,094 kg a 3,433 kg proprio grazie alla possibilità di uscire in anticipo dal letargo prolungando, così, la stagione “attiva” e conseguentemente conducendo anche i piccoli ad essere molto più pasciuti rispetto al passato… Forse potrebbe sembrare una buona notiza in realtà, tuttavia, essa è solo l’ennesima dimostrazione dei danni delle attività umane sugli ecosistemi e sull’importanza di fare qualcosa per mitigarli.. Al più presto.

La notizia, nel mondo scientifico, anzi nel mondo dei meteo scienziati, sta destando grande sconcerto e stupore: la termosfera è collassata. Erano almeno 43 anni che non si verificava più una contrazione e mai erano stati raggiunti tali livelli. Il che però a noi restanti comuni mortali non dice una cippa. Dunque, prima c’è da capire cosa sia la termosfera: siamo tra i i 90 e i 200 Km dalla crosta terrestre nel quarto dei cinque strati identificati per convenzione dell’atmosfera terrestre. Nella termosfera troviamo la ionosfera cioè quella particolare zona in cui si riflettono le onde radio.
La scoperta dell’eccezionale contrazione è stata fatta da John Emmert, del Naval Research Lab, autore della ricerca in questione pubblicata sul Geophysical Research Letters di cui ne rende conto a Science Nasa:
Qualcosa sta accadendo anche se non comprendiamo cosa.
Il che non rappresenta certamente un messaggio rassicurante. A scatenare la contrazione suppone Emmert possa essere stata l’elevata presenza di CO2 unita alla minore attività solare che però avrebbe inciso per un 40%. Mancano all’appello le restanti cause, cioè un 60% di motivi ancora sconosciuti.
Questa mattina, il Financial Times’, il Frankfurter Allgemeine Zeitung’ e ‘Le Monde’ hanno aperto con una richiesta ben precisa, rivolta a tutti i cugini europei e mossa rispettivamente dai ministri Chris Huhne (GB), Norbert Röttgen (Germania) e Jean-Louis Borloo: ridurre le emissioni di CO2 nell’UE dal 20% al 30%, entro il 2020. Per limitare l’aumento delle temperature di due gradi ma anche per impedire alle economie europee di essere sopraffatte da un contesto globale sempre più competitivo.
Immediato il richiamo al difficile momento storico che vede i 27 destreggiarsi tra misure sofferte e politiche coraggiose per uscire, nel migliore dei modi possibili, dalla recessione ma che non deve far perdere di vista, per nessun motivo, i modelli economici e di vita cui è necessario tendere. E che non possono prescindere dalla tutela ambientale. Senza uno sviluppo relamente sostenibile, infatti, l’Europa è condannata all’inceretezza con i prezzi dell’energia sempre più volatili. Inoltre, un clima instabile può far crollare molte delle economie della zona euro mentre una corsa mondiale verso un sistema produttivo di tipo durevole e con emissioni di carbone limitate è già cominciata. E perdere tempo, adesso, significherebbe non riuscire più - se non con enorme fatica - a competere con Paesi come la Cina, il Giappone e gli Stati Uniti.
Al contrario, avverte Le Monde, garantire un livello di emissione al 30% rispetto al 1990 rappresenterebbe una forte attrattiva per gli investitori con conseguente rilancio dell’occupazione e della crescita in tutta la zona euro. Le imprese europee, inoltre, sono in grado di trarre tutto il profitto necessario da una situazione siffatta, forti di una quota del 22% sul mercato internazionale di bene e servizi che è già una risposta. Impossibile, poi, omettere che proprio grazie alla recente crisi il costo annuo richiesto per il taglio delle emissioni al 20% si è ridotto di un terzo , passando da 78 a 40 miliardi d’euro. L’impegno profuso verso il traguardo più considerevole della riduzione al 30%, ad oggi, richiederebbe solo lo 0,1% dell’intero Pil dell’UE. Ma farebbe decollare il mercato del lavoro. Se anche queste motivazioni, in definitiva, non dovessero sembrare abbastanza convincenti basti pensare alla prevista galoppata verso l’alto del prezzo del greggio, specie a seguito del protrarsi di disastri ambientali come la Marea Nera nel Golgo del Messico… Ora, non resta che aspettare le risposte e le reazioni dei governi europei.
Di iniziative particolari per combattere i cambiamenti climatici ne abbiamo trattate tante, questa che arriva dal Giappone è però decisamente fuori dall’ordinario. Il Ministero dell’Ambiente locale ha infatti lanciato una singolare campagna che invita ad andare a letto prima la sera al fine di limitare le emissioni di gas serra.
L’esortazione tuttavia, contrariamente a quanto si possa pensare, non è semplicemente uno slogan, dato che rientra in un programma ecologico ben più ampio denominato Challenge 25%(Morning Challenge è invece il nome specifico di quest’iniziativa). In particolare i cittadini vengono invitati ad anticipare di un’ora la sveglia al mattino e andare a dormire prima la sera: in questo modo si può meglio sfruttare la luce naturale riducendo perciò i consumi di energia elettrica.
Secondo alcune stime, una famiglia con abitudini normali che deciderà di aderire alla campagna seguendo i consigli sullo stile di vita (disponibili sul sito del ministero), potrebbe ridurre il proprio contributo di CO2 fino a 85 chili per la sola illuminazione. Possibilità di successo? Dalle stime non è dato sapere, anche se, per quanto l’aspetto culturale del Paese nipponico sia ben distante dal nostro, mi rimangono numerosi dubbi sulle possibilità di riuscita.
Continua a leggere: Giappone: per ridurre le emissioni tutti a letto presto
Già da qualche settimana, ormai, è cominciata l’affannosa ricerca di mete e sistemazioni appetibili per le vacanze estive… Grecia, Inghilterra, Spagna, Norvegia … Ma anche Brasile, Messico, Thailandia e le vaste pianure africane si susseguono in una girandola di emozioni e suggestioni potenti… Sì, perchè il viaggio è un dono che mette in comunicazione culture, bellezze, nature e alterità differenti ma che, perciò stesso, richiede particolari rispetto e lungimiranza, specie quando i posti che si intende visitare hanno nomi che solletticano l’immaginario collettivo e che vengono presi letteralmente d’assalto dall’umanità viaggiante più variegata…
A questo proposito, alcuni giorni fa, il sito statunitense Mother Nature Network, ha pubblicato la classifica dei 15 posti al mondo più minacciati dal turismo di massa dove, in breve tempo, famelici turistici mordi e fuggi “stipati” in bus deluxe e in lussuosi alberghi “all inclusive”, identici in qualsiasi parte del globo, hanno spesso preso il posto dei paesaggi incontaminati e dei concilianti riposi dell’anima… Mentre la maggior parte dei profitti tintinnano nelle mani delle solite multinazionali o degli investitori stranieri a danno dell’ambiente e delle comunità locali.
Machu Picchu- inserito anche dall’Unesco nella List of World Heritage in Danger- con i suoi 2.500 visitatori al giorno si è aggiudicato, purtroppo, il primo posto, seguito dalla Grande Barriera Corallina Australiana, stritolata tra il turismo di massa, i cambiamenti climatici e l’uso sempre più massiccio dei pesticidi sulla terraferma, anche qui principale causa della sparizione di molte, vulnerabili, specie marine. Seguono, tristemente, anche le Galapagos, ai tempi di Darwin esempio della Natura Madre, fiera e invincibile, poi Teotihuacan, dove il Sole e la Luna, il femmineo e il mascolino della realtà, venivano celebrati e amati in tempi precolombiani… Incredibilmente, anche l’Antartide rientra in questa spiacevole classifica a causa delle navi da crociera che solcano le sue gelide acque così come la riserva faunistica del Masai Mara in Kenya e il magico Angkor Wat in Cambogia, Stonehenge e lo stesso Everest su cui si susseguono le gesta eroiche di scalatori rei di abbandonare, troppo spesso, nei suoi crepacci ogni sorta di spazzatura. Seguono, poi, il Taj Mahal in India, le Phi Phi Islands - colpite tragicamente dalla maledizione del film “The Beach”che spinge ogni anno migliaia di turisti scellerati a fingersi novelli Di Caprio immergendosi nelle sue verdi acque cristalline… Chiudono la classifica, infine, il Cratere di Ngorongoro, Cozumel, la Grande Muraglia Cinese e l’isola di Bali….
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Secondo uno studio dell’Università di Adelaide (Australia) sarebbe il Brasile il Paese con maggior influenza sui cambiamenti climatici. Dietro lo Stato sudamericano si piazzerebbero nell’ordine: Stati Uniti, Cina, Indonesia, Giappone e Messico. Lo studio è abbastanza particolare in quanto vengono prese in considerazione non soltanto le emissioni di anidride carbonica (per le quale primeggiano Stati Uniti e Cina), ma tutta una serie di elementi la cui somma determinerebbe un quadro della situazione globale leggermente diverso.
I ricercatori infatti sarebbero arrivati a questa conclusione dopo aver analizzato numerosi fattori responsabili dei cambiamenti climatici quali: il disboscamento, per il quale il Brasile occuperebbe il primo posto assoluto, la trasformazione di habitat naturali (terzo posto), numero di specie a rischio estinzione ed emissioni di CO2 (Brasile in questo caso al quarto posto).
Altri fattori presi in considerazione sono l’inquinamento dell’aria e dell’acqua, la perdita di biodiversità, la crescita demografica nonché la crescita economica. Desta particolare stupore il fatto che anche Paesi quali Singapore e la Corea del Sud occupino, in questa particolare classifica, le prime posizioni.
The Story of Food è un cortometraggio che riassume creativamente la situazione del sistema alimentare del mondo, fornendo risposte a semplicissime domande sul cibo: da dove viene quello che mangiamo? Come viene trattato quello che mangiamo? Di cosa è fatto il cibo che finisce nei nostri piatti?
Di Chris Mullington, The Story of Food evidenzia anomalie e malfunzionamenti del nostro sistema alimentare, parla del rapporto tra l’uomo e la terra, della condizione dell’agricoltura, del lavoro sporco delle industrie di pesticidi, della perdita di quasi il 75% di varietà diverse di frutta e ortaggi. Il tutto in 6 minuti, grazie a didascalie semplici ed illustrazioni vivaci.
Continua a leggere: The Story of Food, anomalie del nostro sistema alimentare
Ieri sera, al Palazzo di vetro a New York, si è tenuto una importante riunione tra il Ministro dell’Ambiente Stefania Prestigiacomo e Ban Ki-Moon, il Segretario Generale delle Nazioni Unite. L’incontro, che si configura come uno dei momenti preparatori il prossimo vertice sul clima che si terrà a Cancun, in Messico, nel mese di dicembre, si è stretto intorno al tema della “governance ambientale” e della necessità di fare “sistema“, portando di conseguenza una sorta di programma comune, tra tutti quei paesi che, aderenti alla Cop, hanno maggiori responsabilità in termini di emissioni globali di Co2. Sono mancate, invece, le discussioni relative alle eventuali strategie da mettere in campo. Riferisce il Ministro:
Il nostro auspicio, è che si possa arrivare alla conferenza di dicembre a Cancun senza ripetere gli errori che sono stati commessi prima e durante la Cop di Copenhagen. Soprattutto è necessario che il negoziato metta insieme tutti i Paesi dentro un unico formato. Così come è importante che, a livello di governance ambientale, si arrivi ad una razionalizzazione delle strutture operanti
Eppure, anche questa volta, le speranze di ottenere dei risultati concreti nella lotta ai cambiamenti climatici paiono scarse anche allo stesso Segretario della United Nations Framework Convention on Climate Change, Yvo de Boer, ad oggi piuttosto scettico in merito alla possibilità di dare vita ad un trattato globale ma non sull’esito comunque ottimale del consesso internazionale…
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