
Nuove regole europee, più rigide e rigorose, dovranno essere rispettate dalle compagnie petrolifere per le perforazioni in mare nei tratti entro le 200 miglia dalle coste europee. Lo ha stabilito la Commissione Europea rompendo la prassi che prevedeva sempre norme che incidevano soltanto nella fascia costiera, entro le 12 miglia. Le compagnie petrolifere che effettuano perforazioni in acque UE dovranno rendere pubbliche le loro procedure di sicurezza dettagliatamente e dimostrare di essere solvibili in caso di incidenti.
Lo scopo è quello di verificare se la compagnia X è in possesso delle risorse necessarie per (provare a) ripulire il mare e le coste in seguito ad un incidente su una piattaforma. Una garanzia economica così stringente fino ad ora non era stata mai richiesta, ma non c’è da essere troppo contenti.
Queste regole, presentate dal commissione europeo per l’energia Guenther Oettinger, non saranno vincolanti per le compagnie europee nel resto del mondo. Tanto per fare un esempio la Shell potrà continuare (se lo vorrà) ad applicare standard di sicurezza ridicoli, con perdite ormai endemiche e non accidentali, nei paesi più poveri e con i governi più corrotti nel sud del mondo mentre nel Mare del Nord dovrà rispettare le rigide normative europee. Una contraddizione evidente, un’ipocrisia risolvibile con il semplice riconoscimento del fatto che “un europeo” (in questo caso una compagnia petrolifera europea) dovrebbe rispettare le regole europee anche quando opera in altri continenti. Troppa grazia.
[Via | The Guardian]

Senza sosta. Nonostante le legittime preoccupazioni degli ambientalisti continua la corsa, inesorabile ed inarrestabile, alle perforazioni alla ricerca di petrolio nell’Artico. Il colpo stavolta è messo a segno dalla Exxon, ancora priva di autorizzazioni da parte dell’amministrazione Obama che è ancora alle battute preliminari con la Shell, ma capace di trovare un accordo con la Russia e la compagnia Rosneft con tanto di beneplacito e presentazione in pompa magna con Vladimir Putin.
500 miliardi di dollari, tanto potrebbe valere l’affare secondo il premier russo che era presente nella conferenza stampa congiunta con Rex Tillerson, amministratore delegato della Exxon. Il partner britannico della Rosneft, la BP, viene colta in contropiede e gli americani ottengono l’autorizzazione ad una esplorazione preliminare del mare di Kara, un’area inaccessibile almeno fino a quando gli effetti del cambiamento climatico non hanno iniziato a farsi sentire con lo scioglimento di quelle barriere di ghiaccio che rendevano non conveniente la ricerca dell’oro nero nelle fredde acque dell’Artico.
Pur di siglare la partnership Exxon ha accontentato i russi cedendo alcuni diritti d’estrazione per giacimenti in Texas e nel Golfo del Messico, una riprova di quanto le compagnie petrolifere puntino verso nord nella loro caccia e siano disposte praticamente “a tutto”.
Via New York Times
Tredici compagnie petrolifere, grandi e piccole, potranno a breve tornare a trivellare il fondo del Golfo del Messico e altre specchi di mare ad alta profondità per estrarre petrolio off shore e gas naturale.
Il Dipartimento degli Interni statunitense, infatti, ha deciso un allentamento delle restrizioni imposte all’indomani del disastro petrolifero della Deepwater Horizon. Ma, dicono gli americani, le compagnie dovranno comunque garantire standard di sicurezza elevati.
Nel frattempo qualcosa si muove sul fronte societario, lato big business: voci di corridoio parlano di un serio interessamento da parte di Shell nei confronti di Bp che, in seguito all’oil spill, è ormai in serissime difficoltà economiche. E la borsa si impenna…
Robert Redford, il noto attore insignito dal Times del titolo di “super ambientalista” nonostante una inspiegabile opposizione alla costruzione di un eco villaggio in California, torna più agguerrito che mai a difendere la Natura concentrandosi, questa volta, sull’ecosistema marino devastato dall’orribile flagello della Marea Nera.
In “the Fix” un corto realizzato ad hoc sul tema, l’attore dopo aver sottolineato l’altissimo peso specifico del disastro ambientale della Deepwater Horizon sull’economia statunitense chiede un attivismo partecipato in modo da fare pressioni sui governi e sulle compagnie petrolifere che spesso, soprattuto negli Usa, finanziano le campagne elettorali in un pericoloso gioco che unisce troppo spesso la politica all’economia. Redford, inoltre, ricorda il suo lavoro alla Standard Oil quando, da ragazzo, ebbe modo di scontrarsi con la profonda dicotomia tra le campagne pubblicitarie che seducono con un decantato rispetto per l’ambiente da parte delle compagnie petrolifere e la laconica verità dei fatti…
Smettete di dare ascolto alla propaganda delle compagnie petrolifere e alle loro marionette al Congresso, che è solo nel loro interesse. Fa male alla salute
L’ultimo appello, poi, è per ridurre la nostra dipendenza dal petrolio con la scelta delle fonti rinnovabili (sole e vento).
Via | Youtube

Su strade e autostrade italiane a dispetto della crisi, milioni di auto in cammino per il week end di Pasqua. Su strade e autostrade i distributori di benzina registrano una impennata dei prezzi dei carburanti che grava su un pieno anche di 10 euro in più.
Premesso che è sempre meglio ricorrere al treno per un viaggio lungo, resta da capire perché i carburanti subiscono impennate dei prezzi sempre sotto i periodi festivi. Il Codacons ci vuole vedere chiaro e ha depositato perciò un esposto presso 104 Procure della Repubblica chiedendo il sequestro delle pompe. Si legge in una nota:
Nell’esposto il Codacons chiede alle Procure e all’Antitrust l’invio della Guardia di Finanza direttamente presso i distributori di carburanti, al fine di acquisire i documenti relativi ai rincari dei listini e disporre il sequestro delle pompe che hanno effettuato aumenti nell’ultima settimana, ossia prima dell’esodo di Pasqua. “Non escludiamo una maxi class action da parte degli automobilisti contro le compagnie petrolifere e consigliamo fin d’ora agli utenti di conservare i documenti che attestino i rifornimenti di carburante.
Codacons chiede perciò l’intervento della Guardia di Finanza e ipotizza il reato di agiotaggio.

La Cina ha fame di energia, lo sappiamo. E ogni fonte di energia che sia inquinante o meno viene sfruttata senza riserve. Il dragone deve confermare la sua crescita a due cifre. Ecco che la recente scoperta di un giacimento di idrato di metano nella provincia di Qinghai, nella tundra tibetana, si trasforma nella possibilità di usarlo per alimentare le piccole industrie cinesi almeno per i prossimi 90 anni.
L’idrato di metano, conosciuto anche come ghiaccio combustibile si presenta sotto forma solida, ghiacciata appunto e consiste in molecole d’acqua che hanno intrappolato le molecole di metano. Al lavoro, non solo per estrarre il metano, ma anche per poterlo usare, ci sono varie compagnie petrolifere tra cui BP. Secondo stime ottimistiche il metano potrebbe essere utilizzabile già tra cinque anni.
Sir Richard Branson è uno che di affari, politica e petrolio se ne intende davvero: è il fondatore della Virgin e gestisce tra le altre cose anche compagnie ferroviarie, aeree e i voli spaziali per turisti super ricchi. Dunque, dall’alto del suo osservatorio, ha affermato un paio di giorni fa che entro cinque anni assisteremo alla crisi del petrolio. Ha detto Sir Branson:
Nei prossimi cinque anni affronteremo una nuova crisi, quella del petrolio. Questa volta, abbiamo la possibilità di prepararci.
Le preoccupazioni di Sir Branson sono supportate da un dossier preparato da Chris Skrebowski, un consulente petrolifero indipendente che ha dichiarato che la recessione sarà evitata solo se si controllerà la crisi:
La domanda di petrolio aumenterà già nel 2012-13 a quel punto si darà fondo alle scorte e entro il 2014-15 si rischia il picco del petrolio e si potrebbe mettere a repentaglio la crescita economica, causando perturbazioni sui mercati economici.
Continua a leggere: Sir Branson (Virgin):"Tra cinque anni la crisi del petrolio"
Nello scorso mese di giugno aveva fatto scalpore l’uccisione di alcuni indigeni peruviani mentre manifestavano contro lo sfruttamento petrolifero della foresta amazzonica. La situazione oggi forse potrebbe essere ad una svolta, e lo speriamo vivamente.
E’ dal 9 settembre scorso, infatti, che la FENAMAD (Native Federation of the Madre de Dios River and tributaries) l’organizzazione cui fanno capo le popolazioni indigene locali, ha presentato un’istanza contro le compagnie Repsol-YPF, spagnola, e la Hunt Oil, statunitense, riguardo ai programmi di esplorazione petrolifera da questi perpetrati a danni del “lotto 76”: ovvero di una delle aree più belle e vitali all’interno dell’Amazzonia peruviana, nel cuore pulsante della riserva Amarakaeri.
L’argomentazione è duplice: da una parte la violazione del diritto, riconosciuto come fondamentale dalla legislazione internazionale, a “godere di un ambiente adeguato” e dall’altra, la violazione del diritto alla consultazione con i rappresentati delle popolazioni indigeni locali in questioni di loro diretto interesse come specificato nell’ambito dell’art.169 dell’IWO (International Work Organization) di cui il Perù è firmatario.
Spiega il portavoce della FENAMAD:
L’intento è garantire l’immediata cessazione di qualunque attività da parte delle compagnie petrolifere. L’attaccamento a questa terra da parte degli indios fa riferimento a un dono specialissimo del “lotto 76”, ben più importante di qualunque gallone di petrolio: un cuore in cui confluiscono le sorgenti di 6 fiumi. Ognuna di esse costituisce una riserve d’acqua, ma anche di vita, cultura e biodiversità. Uccidere tutto questo costituirebbe un delitto imperdonabile verso queste genti, la foresta tutta e noi stessi. La legge questa volta potrebbe essere dalla nostra parte, speriamo lo sia anche la comunità internazionale e che per una volta le lobby del petrolio siano zittite…
Una sorta di isola misteriosa di 2 chilometri di diametro, circondata da dighe, è spuntata nel mar Caspio, a largo delle coste del Kazakhistan. Come spiegano quelli di Total, “visto che le riserve si trovano sotto il Caspio, un mare chiuso che gela in inverno, bisognava proteggere le installazioni dagli iceberg”. Le cinque maggiori compagnie petrolifere del mondo hanno trasportato in loco migliaia di tonnellate di roccia per impiantarvi i pozzi che dovranno forare, a partire dal 2013, il giacimento di Kashagan, il più grande scoperto negli ultimi quarant’anni. Il costo finale di questo cantiere si avvicina ai 100 miliardi di dollari.
In tutti i continenti, la caccia all’energia giustifica dei lavori dello stesso genere. Una quarantina di dighe di grandi dimensioni (più di 150 metri di altezza) sono in cantiere nel mondo. Visto il suo enorme bisogno di energia, la Cina conduce le danze. Dodici impianti giganti sono previsti solo sul fiume Jinsha, un affluente dello Yang Tze. Per costruire il più grande tra loro, a Xiluodu, i cinesi hanno spostato temporaneamente una parte di questo corso impetuoso, scavando dei tunnel che circondano il sito dove sorgerà la centrale.
L’impero di mezzo sta costruendo anche una quindicina di grandi dighe all’estero (Birmania, Cambogia, Etiopia…). Il sogno ultimo della Sinohydro, la più grossa impresa del paese in questo settore: erigere un’opera di 3 chilometri di larghezza a Grand Inga, sul fiume Congo. Questo progetto delirante, dal costo stimato di 80 miliardi di dollari, fornirebbe dell’elettricità a centinaia di milioni di africani.
Sergio Marchionne oggi ha dichiarato agguerrito:
Se dovesse intervenire qualcuno per dare sostegno a qualche produttore europeo sarebbe impossibile escludere gli altri. Poi se la Fiat ne ha bisogno o meno è un altro discorso se questi sostegni dovessero venire sarebbero comunque apprezzati. Gli aiuti sono per tutti o per nessuno.
Perché questa precisazione? Perché la crisi economica che sta toccando il settore auto, punto chiave per le stabilità dei Governi, almeno quelli europei e per quello americano è diventata l’oggetto delle nuove manovre economiche in mezzo mondo: Angela Merkel Cancelliere tedesco deve mettere riparo alla crisi della Opel.
Scrive La Mia Finanza:
Secondo il Frankfurter Allgemeine Zeitung, la casa automobilistica tedesca, controllata al 100 per cento dall’americana Gm, intende chiedere aiuti per 1,8 miliardi di euro al governo tedesco, di cui 1,3 miliardi di garanzie statali per assicurare la liquidità del gruppo nel 2009 e altri 500 milioni per il 2010. Inoltre il capo di Opel, Hans Demant, ha fatto sapere che la compagnia pensa di ridurre del 10 per cento la produzione nel 2009 e intende ridurre a 30 ore la settimana lavorativa per contenere i licenziamenti.