
C’è spazio anche per i temi ambientali al Festival del Giornalismo di Perugia. Nella giornata di oggi il panel discussion dal titolo “Ambiente e Nuova Ecologia”, nonostante le defezioni di Leo Hickman del The Guardian e Fred Pearce di New Scientist, entrambi bloccati in Inghilterra dalla nube di cenere del vulcano Eyjafjallajökull, si è rivelato comunque capace di fornire spunti notevoli. Era impossibile non partire dai temi della Conferenza di Copenaghen. Antonio Cianciullo, di Repubblica, ha sottolineato l’errore politico che ha contribuito a diffondere l’idea di aver assistito ad una “flopenhagen“. Secondo il giornalista non era realistico porre come obiettivo quello di un accordo operativo, ma nella capitale danese si è comunque assistito ad un avanzamento della presa di coscienza generale dell’opinione pubblica sul tema del riscaldamento globale. Il riferimento è alla grande manifestazione che ha fatto da contorno alla conferenza, una tale attenzione è paragonabile solo “all’obiettivo di fermare la guerra e promuovere la pace“. C’è da sperare che gli esiti di questa lotta non siano ugualmente fallimentari.
Cianciullo ha le idee chiare anche sul climagate che attribuisce alla furbizia delle lobby. Inconcepibile porre quello che appare un problema di “censura nella comunicazione interna” fra scienziati: nella corrispondenza di chiunque di noi, se resa pubblica, si potrebbero trovare messaggi sconvenienti. La vicenda ha comunque mostrato un limite del rapporto Ipcc, ma questo è stato strumentalizzato oltremodo: l’affermazione sul presunto scioglimento dei ghiacciai himalaiani in 35 anni è risibile, un errore macroscopico, ma non si può delegittimare un lavoro di 3000 pagine che contiene migliaia di dati scientifici per una singola topica. L’unica ospite straniera presente, Alice Audouin, autrice del libro “Emelie, ecologista in carriera“, un pamphlet contro l’approccio facilone delle imprese all’ecologia e allo sviluppo sostenibile, pensa che stia succedendo qualcosa di simile anche in Francia dove le posizioni degli scettici sul climate change trovano sempre maggiore spazio sui media e stanno diventando “di moda” nei settori più conservatori della società.
I limiti, secondo la Audouin, degli ecologisti sono atavici: lo snobismo (”noi abbiamo ragione, siamo i buoni perché ci preoccupiamo dei destini del pianeta“) che rende le persone non informate sui problemi ambientali ancora più diffidenti di fronte ad un messaggio che vuole imporre un cambiamento radicale, oltre che nelle condotte delle grande imprese, anche nelle abitudini di vita dei singoli. Fabio Tamburini, giornalista del Tg5, si mostra sfiduciato rispetto alla possibilità che un telegiornale possa svolgere un ruolo di fattiva informazione sui temi ambientali: l’unico elemento che suscita l’interesse delle redazioni sono le emergenze del microclima (alluvioni, frane) e la rappresentazione della tragedia. Senza vittime le notizie che hanno un risvolto ambientale, comprese quelle sul dissesto idrogeologico, vengono totalmente ignorate. La frana che non investe nessuno “non esiste” nell’informazione mainstream.
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Mentre si celebra il Climate action Day, qualche giorno fa i Ministri europei dell’ambiente e quelli dell’economia, hanno discusso degli accordi da portare alla Conferenza di Copenaghen (in alto il video della conferenza stampa) sui cambiamenti climatici che si terrà dal 7 al 18 dicembre. Una seconda tornata di discussioni è attesa per il 29 e 30 ottobre prossimi in occasione del Summit europeo in cui si ritornerà a discutere di aiuti al Sud del Pianeta per far si che a Copenaghen non ci sia il flop totale.
Ha detto secco Stravos Dimas, Commissario europeo per l’ambiente:
Aspettiamo la sentenza dei vari capi di Stato e governo, ma lo ripeto: se non ci saranno soldi sul tavolo non ci potranno essere accordi a Copenaghen.
I negoziati sono stati difficili e l’accordo fissato prevede la riduzione del 50% delle emissioni di CO2 (rispetto a quelle del 1990) da qui al 2050. Perciò la Ue stima che i paesi industrializzati dovranno pervenire nel 2050 a una diminuzione delle emissioni di gas serra tra l’80 e il 95%. A più breve termine i ministri si impegnano affinché i paesi industrializzati riducano le loro emissioni dal 25 al 40% da qui al 2020 contro la percentuale dal 15 al 30% dei paesi in via di sviluppo. I ministri si sono anche impegnati a coinvolgere le compagnie aeree e marittime nella lotta ai cambiamenti climatici imponendo, a livello mondiale, la diminuzione delle emissione del 10% entro il 2020 per le compagnie aeree e del 20% per quelle maritttime.