Scusate la domanda che sembrerà scema: ma perché se fa freddo continuiamo a tenere acceso il frigorifero? Io vivo al Sud e qui oggi ci sono 7 gradi, non credo che la temperatura salirà improvvisamente. Fa freddo da almeno due mesi e non siamo mai andati oltre i 13 gradi nelle ore più calde.
Io vi proporrei di fare una ricognizione nel vostro frigorifero per iniziare a scoprire cosa ci conservate e cosa necessita davvero di essere conservato. Scommettiamo che di fatto avete in casa una mini-discarica in cui andate a stipare alimenti che butterete dopo qualche tempo?
Personalmente ho iniziato a spostare gli ortaggi e la frutta al fresco in balcone. Molte delle derrate le conservo in garage dove fa freddissimo. Ma perché abbiamo smesso di usare gli spazi all’esterno e le cantine per conservare gli alimenti? Comunque, giusto per rendere l’idea ho letto su Consoglobe un bel post che analizza il costo in Francia, e dunque con tariffe molto più basse rispetto all’Italia, di 1 ora di frigorifero: meno di un centesimo ossia 0,008 € se è un combi da 200 litri, classe A+ da 80 Watt. In Italia si spende un po’ di più, come rileva Vocearancio:
Un frigorifero in un anno consuma 300 kWh (54 euro, facendo un calcolo molto approssimativo) se di classe A, cioè più efficiente, 781 kWh (140 euro) se di classe G, meno efficiente.
In ogni caso ci sono famiglie che hanno deciso di vivere senza frigorifero: sembra che si sopravviva benissimo.
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Il picco degli oggetti è legato al picco del petrolio: ossia se finisce il secondo terminano anche i primi. Il ragionamento è semplice: se la nostra economia si basa su petrolio, terminando questo terminano anche gli oggetti prodotti con esso. Non solo siamo in una fase in cui iniziano a scarseggiare anche le materie prime (ferro, zinco,argento, platino ecc.) ne scrivevo qui . Il che non vorrà dire non avere più un economia, bensì averne una nuova basata sull’uso e non più sul possesso di oggetti.
L’esempio è dato dalla Curva di Kuznets per cui si passa da una prima fase di industrializzazione dove si scialano risorse a una seconda fase dove le risorse sono gestite più efficacemente. Per qualcuno invece vince l‘Effetto Rebound per cui l’economia delle energie sono compensate, parzialmente o completamente da una più grande produttività.
Ma qualunque sia la visione resta un dato di fatto: la limitata disponibilità di materie prime il che porta necessariamente a rivedere i consumi e il sistema economico su essi imperniato. Si giunge quindi al consumo collaborativo, ossia consumare non implicherà più necessariamente la produzione. Si preferirà l’uso al possesso, il baratto, il leasing al mero acquisto. E le premesse sembrano esserci tutte.
Via | Transition-Energie
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Può la Tobin Tax fare bene all’ambiente? Se lo chiedono in Francia (figuriamoci in Italia, manco sappiamo cosa sia l’ambiente!). A fare il tifo per questa tassa, molte ONG. Infatti, se fosse adottata (in Francia è stata approvata nel 2001 ma mai messa in atto) consentirebbe alle Banche centrali di prelevare su tutte le transazioni finanziarie (e non solo monetarie come ideato dal Nobel Tobin) lo 0,5% per ridistribuirlo. Meglio, fanno notare le ONG, se questi soldi fossero dati a Paesi in via di sviluppo, poiché metterebbero in atto un circolo virtuoso alimentato dalla Green economy e alimenterebbero sviluppo sostenibile e tutela dell’ambiente. Vediamo perché.
Lo scorso 14 settembre l’Associazione Unitaid ha pubblicato un Rapporto che dimostra come la Francia potrebbe adottare la Tobin Tax senza aggravare la sua situazione economica. Con un prelievo tra lo 0,01% e lo 0,1% l’incidenza sull’economia sarebbe praticamente nulla per gli investitori che non avrebbero ragioni per andare via ma si racimolerebbero ogni anno 12,5 miliardi di euro solo in Francia. Se partecipasse l’Europa si arriverebbe anche a 50-60 miliardi di euro l’anno. Queste le previsioni.
L’idea è di usare questi soldi per quel famoso salvadanaio ambientale, per ora vuoto e pieno solo di promesse, denominato Fondo Verde e di cui si discute, senza mai concretizzarlo da anni nei vari COP.
Via le zavorre del consumismo sfrenato per scongiurare il medioevo energetico. Signori, il petrolio finirà e iniziamo a farci i conti. Questa la ricetta presentata da Luca Mercalli, climatologo e volto noto della Tv. Si badi bene che Mercalli predica bene e razzola meglio avendo già intrapreso con la sua famiglia un percorso di consumo etico delle risorse.
Dunque alla presentazione del suo nuovo libro Prepariamoci (ed. Chiarelettere euro 14 e che leggerò quanto prima) spiega, come riporta l’intervista raccolta da La Nuova Sardegna, che è giunto il tempo di riporre lussi e bagordi in un cassetto e di ripensare alla vita in maniera più naturale.
Prima considerazione: perché non siamo autonomi nella produzione di energia? Dice Mercalli.
Nella prima parte del mio libro analizzo questo dato. Dal fabbisogno di energia a quello della nutrizione. Nella seconda mi interrogo sul che fare. Nulla sarà più come prima. Bisognerà cambiare completamente approccio. Il che non vuol dire finire nel Medioevo, ma tornare ad apprezzare le cose semplici e buone della vita. Mica si deve avere per forza lo yacht o la casa da diciotto stanze per vivere bene. Queste sono cose instillate da una pubblicità che manda il mondo in visibilio con i politici accecati da idee di gigantismo.Bisogna iniziare ad attrezzarci a un futuro con meno energia, a cominciare dalla propria casa, magari con il solare, diventando autonomi. Cosa che qua in Sardegna è possibile da subito, invece chi lo sta facendo? I tedeschi, gli svedesi… Assurdo che l’Italia che aveva tutte le carte per questa transizione sia allo sbando. Dobbiamo così, con fatica, imparare dagli altri. Quando le cose andranno peggio, temo sarà la barbarie.
Rinunciare, rinunciare e rinuciare è questa la soluzione. Ma a cosa? Ovviamente al superfluo che anni di martellante marketing ci hanno convinto essere necessario. Procedere con i tagli gradualmente e non arrivare al punto in cui si dovrà eliminare tutto e subito.
Continua a leggere: Luca Mercalli: "Energia solare contro il medioevo energetico"
Dopo anni di abbandono delle acque di rubinetto ecco che agli italiani inizia a andare giù. Ebbene è partita la riscossa della acque del sindaco e si iniziano a acquistare meno acque imbottigliate. La bella notizia arriva dall’ISTAT che rivela che negli ultimi 10 anni le famiglie italiche sono protagoniste della positiva tendenza.
E perché agli italiani piace l’acqua di rubinetto? Al 29,8% per il gusto; al 20,4% per i maggiori controlli percepiti rispetto alle acque in bottiglia; al 20,2% per il fatto di averla disponibile in casa e non comprarla al supermercato; al 16,3% per il risparmio; al 13% perché protegge l’ambiente.
Dunque, a mano a mano si inizia a consumare meno acqua imbottigliata: si passa dal 67,6% delle famiglie italiane nel 2000 al 63,4% del 2009.
Spiega Help Consumatori:
I dati dell’Istat trovano conferma anche nelle indagine condotte da AQUA ITALIA, Associazione delle aziende costruttrici e produttrici di impianti per il trattamento delle acque primarie, federata ad ANIMA - Confindustria, che monitora la propensione degli italiani al consumo di acqua potabile del rubinetto. Nel 2010 il dato ha riguardato il 74% degli intervistati: nel 2010 si è registrato un incremento di quattro punti percentuali rispetto a quattro anni prima. Una vera rivoluzione nel Paese che fino a qualche anno fa segnava il record nel settore delle acque minerali in bottiglia. Cresce anche la frequenza di utilizzo: un individuo su tre dichiara di berla “sempre”, passando dal 40% circa del 2008 al 46% del 2010.
Via | Help Consumatori
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