Ennesimo fallimento alla Conferenza Cites a Doha. Se dopo l’appoggio a rinoceronti ed elefanti, per un istante, ci era stato possibile sperare che la tutela della biodiversità fosse almeno contemplata nelle agende governative, l’esito fallimentare ci ricorda che sono solo le leggi del mercato a decidere. Nessun controllo rafforzato sulle attività di pesca e sul commercio internazionale degli squali e del corallo, dunque.
La Cites - nata con lo scopo di tutelare le specie animali e vegetali a rischio - ha chiuso il consesso internazionale votando allegramente contro la sensata proposta portata avanti dalle Isole Palau e finalizzata a inserire lo Squalo martello smerlato (Sphyrna lewini), lo squalo martello maggiore (Sphyrna mokarran) lo squalo martello comune (Sphyrna zygaena ), lo squalo longimano (Carcharhinus longimanus) e lo spinarolo (Squalus acanthias ) nell’Annex II, dando una chance a questi pesci in modo da resistere all’assalto delle “buone forchette del mare” che non rinuciano alle loro “zuppe di pinne”, causa prima della terribile pratica del finning. Solo lo smeriglio (Lamna nasus) è riuscito a entrare nell’agognata Appendice II.
Eppure, ogni anno, la strage di questi intensi predatori è immane: tra i 25 e i 73 milioni rimangono uccisi per “errore” nelle reti o perché braccati per il gusto delle loro carni. E l‘Europa non è da meno rispetto al continente asiatico: in Francia come in Gran Bretagna lo smeriglio è “una qualità” pregiata cui corrisponde una richiesta considerevole. Stessa sorte del tonno, quindi, e del corallo, equiparate a merci e non a specie di vita tutelate da specifiche normative…
Via | Sharckalliance
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Sotto le acque ghiacciate dell’Antartide, in un luogo tanto inospitale quanto meraviglioso, c’è vita, così come testimoniano le ricerche condotte dalla Bas e le fotografie di esseri viventi meravigliosi.
I ricercatori della Bas, inviati a studiare le diverse forme di vita nelle acque del mar di Bellingshausen in Antartide, hanno scoperto sotto le acque ghiacciate degli esemplari rarissimi di flora e fauna marine. Là dove le temperature degli oceani salgono più rapidamente, il fotografo Peter Bucktrout ha fotografato gli esemplari incontrati ad uno ad uno.
I ricercatori hanno scoperto, fotografato e catalogato fiori dei fondali, stelle marine, pesci, alghe ed altri esseri viventi dalle caratteristiche particolari, prima tra tutte quella di poter vivere ed adattarsi ai freddi fondali dell’Antartide. Molte delle specie fotografate sono molto sensibili ai cambiamenti di temperatura, e con l’innalzamento della stessa, l’ecosistema e la biodiversità delle acque antartiche sono a rischio.
via | bas

In seguito alle scoperte di nuove specie nei fondali calabresi, nell’ambito del progetto per la salvaguardia e la tutela della biodiversità marina, l’assessore regionale all’ambiente Greco ha sostenuto che:
I fondali del Mediterraneo sono tutti da scoprire. In particolare quelli della Calabria che presentano alcune varietà che ci inducono a riscrivere i libri di biologia marina.
Durante le ultime ricerche sui fondali calabresi sono stati ritrovati esemplari nuovi e sconosciuti di fauna marina, che portano a considerare con maggiore attenzione la qualità e la ricchezza del basso Tirreno. Tra Pizzo Calabro e Lamezia sono stati individuati banchi di corallo nero di una rarissima specie, la Antipathes dicotoma. Inoltre, è stata segnalata anche la presenza del corallo nero Parantipathes laryx, specie ancora più rara, mai vista nei mari della Calabria e segnalata raramente in tutto il Mediterraneo.
Nel corso delle ricerche, oltre ai coralli, sono stati scoperti spugne, molluschi e conchiglie, alcuni dei quali mai segnalati nei mari italiani. La campagna, promossa dall’Ispra, ha permesso l’esplorazione di 50 siti rocciosi da cui sono state tratte 5000 fotografie e circa 70 ore di filmati che illustrano la ricchezza in termini di biodiversità dei fondali calabresi.
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Le barriere coralline stanno scomparendo ad una velocità doppia rispetto alle foreste pluviali tropicali. Lo dicono John Bruno ed Elizabeth Selig della University of North Carolina. I due ricercatori hanno completato il primo studio globale sulle barriere coralline della regione indopacifica, confrontando i dati di 6.000 studi che monitoravano 2.600 barriere coralline tra il 1968 ed il 2004.
In questa zona, in cui sono presenti il 75% delle barriere coralline del mondo, i due studiosi hanno scoperto che la superficie coperta dal corallo sta diminuendo dell’1% all’anno tra il 1968 ed il 2004. Per fare un paragone, le foreste pluviali tropicali stanno scomparendo ad un tasso dello 0,4% l’anno tra il 1990 ed il 1997.
La barriera corallina non dovrebbe comunque rappresentare la prima vittima del riscaldamento globale. Basta guardare ai cambiamenti climatici estremi che è riuscita a superare negli ultimi 220 milioni di anni. Una capacità di adattamento che è stata osservata anche da Andrew Baker e dai suoi colleghi della Columbia University. Lungo la costa di Panama, l’acqua più calda ha causato lo sbiancamento dei coralli che hanno formato una relazione simbiotica con le alghe conosciute con il nome di clade C, ma non di quelli che hanno legato le loro forze con un altro tipo di alga, la clade D, che può tollerare temperature più elevate.
Per cui, come consiglia lo stesso Baker, per salvaguardare il futuro delle barriere coralline ci vuole più ricerca, che “potrebbe includere degli esperimenti in cui tentare di inoculare alghe simbiotiche resistenti al calore nelle più grandi e antiche colonie di coralli”, unita a uno sforzo internazionale per affrontare il riscaldamento globale, e a politiche locali - come la riduzione dei metodi di pesca nocivi e dell’erosione - di mantenimento dei coralli nel breve periodo.
Via | New Scientist (1), New Scientist (2)
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