
Alfonso Quaranta eletto proprio ieri presidente della Corte Costituzionale lo aveva detto: secondo lui c’erano tutti gli estremi per valutare ammissibile il quesito sul nucleare al prossimo referendum abrogativo dell’11 e 12 giugno prossimi (qui le istruzioni per il voto dai colleghi di Polisblog). E così è stato, proprio pochi minuti fa è stata pubblicata la sentenza:
S. 174/2011 del 07/06/2011
Camera di Consiglio del 07/06/2011, Presidente: QUARANTA , Redattore: TESAURONorme impugnate: Ammissibilità del referendum abrogativo avente ad oggetto i commi 1 e 8 dell’articolo 5 del d.l. 31/03/2011 n. 34 convertito con modificazioni dalla legge 26/05/2011 n. 75, nel quesito riformulato dall’Ufficio centrale per il referendum presso la Corte di Cassazione con ordinanza 1° giugno 2011.
Oggetto: Abrogazione delle nuove norme che consentono la produzione nel territorio nazionale di energia elettrica nucleare.
Dispositivo: ammissibile
Atti decisi: ref. 155
Viene così annullato il ricorso presentato dal Governo all’Avvocatura di Stato che riteneva il referendum sul nucleare superato dalla moratoria di un anno approvata nel Decreto omnibus circa 20 giorni fa.
Foto | Corte costituzionale
La Corte costituzionale ha stabilito che prima di costruire una centrale nucleare è necessario ottenere il parere della Regione su cui questo impianto sarà installato. Il parere però non è vincolante.
La norma che dovrebbe prima di tutto essere di buon senso era stata prima disattesa dall’art. 4 del Dl del 15-02-2010 e poi oggetto del ricorso di molte regioni e del WWF. Ebbene, oggi il pronunciamento della Consulta che scrive:
dichiara l’illegittimità costituzionale dell’art. 4 del decreto legislativo 15 febbraio 2010, n. 31 (Disciplina della localizzazione, della realizzazione e dell’esercizio nel territorio nazionale di impianti di produzione di energia elettrica nucleare, di impianti di fabbricazione del combustibile nucleare, dei sistemi di stoccaggio del combustibile irraggiato e dei rifiuti radioattivi, nonché misure compensative e campagne informative al pubblico, a norma dell’articolo 25 della legge 23 luglio 2009, n. 99) nella parte in cui non prevede che la Regione interessata, anteriormente all’intesa con la Conferenza unificata, esprima il proprio parere in ordine al rilascio dell’autorizzazione unica per la costruzione e l’esercizio degli impianti nucleari;
In merito al parere non vincolante, specifica in un comunicato Angelo Bonelli presidente nazionale dei Verdi:
Il parere negativo delle Regioni fa cadere il procedimento autorizzativo e impone una nuova procedura sostitutiva molto complicata, da realizzare ai sensi dell’art. 11, comma 6,7 e 8, del Dlgs 31/2010. Tradotto, significa che se non c’è un consenso delle regioni le centrali non si costruiscono.
Foto | Cordialdo

Pronti a votare per il ritorno o meno del nucleare? E per le norme sull’acqua pubblica? La Corte Costituzionale ha votato ammissibili i seguenti referendum:
n. 153 Reg. Ref. (richiesta di referendum n. 5) “Nuove centrali per la produzione di energia nucleare. Abrogazione parziale di norme”: ammissibile
n. 149 Reg. Ref. (richiesta di referendum n. 1) “Modalità di affidamento e gestione dei servizi pubblici locali di rilevanza economica. Abrogazione”: ammissibile
n. 151 Reg. Ref. (richiesta di referendum n. 3) “Determinazione della tariffa del servizio idrico integrato in base all’adeguata remunerazione del capitale investito. Abrogazione parziale di norma”:ammissibile
e infine quello che politicamente più infiammerà lo scenario attuale e relativo al legittimo impedimento:
n. 154 Reg. Ref. (richiesta di referendum n. 6) “Abrogazione della legge 7 aprile 2010, n.51 in materia di legittimo impedimento del Presidente del Consiglio dei Ministri e dei Ministri a comparire in udienza penale”:ammissibile
Continua a leggere: Ritorno al nucleare e acqua pubblica: la consulta approva i referendum
l’Ain, Associazione italiana nucleare, che raccoglie gli scienziati favorevoli al ritorno italiano al nucleare, è scesa in campo per chiedere alla Corte Costituzionale di non ammettere il referendum grazie al quale gli italiani potrebbero scegliere in prima persona se voglio, o no, le centrali nucleari in casa propria.
Secondo l’Ain il referendum difetta di “omogeneità, chiarezza ed univocità, nonché per idoneità al raggiungimento del fine prefissato”. Inoltre Ain crede che, qualora il referendum dovesse passare ed essere votato favorevolmente dagli italiani, ci potrebbe essere un conflitto con gli impegni internazionali presi dal nostro paese.
A poche ore dalla decisione della Corte, che deve decidere se il referendum è ammissibile o meno, arriva quindi un estremo tentativo di impedire agli italiani di esprimere un parere su un tema così importante. Resta sempre il solito dubbio: se è così lampante che il nucleare è bello, buono e pulito, perché mai deve essere imposto dall’alto e non deciso, eventualmente, dal basso?

Nei giorni scorsi i promotori del referendum contro la privatizzazione dell’acqua hanno ricevuto l’ok della Corte di Cassazione sulla validità delle oltre 1.400.000 firme raccolte per ottenere la consultazione popolare. Ne servivano un terzo, ma evidentemente gli italiani sentono che il tema è molto importante.
Di oggi la notizia che il comitato dei contrari al referendum, cioè quelli che sono favorevoli alla gestione privata delle risorse idriche, si vogliono appellare alla Corte Costituzionale per capovolgere l’esito della raccolta firme e del conteggio.
Secondo loro (che si fanno chiamare “Acqua Libera Tutti”) le firme raccolte dai promotori (che invece si chiamano “Acqua Bene Comune”) per difendere l’acqua pubblica non sarebbero state raccolte in modo corretto:
Continua a leggere: Referendum acqua: i privatizzatori si appellano alla Corte Costituzionale

Unmilionequattrocentounmilaquattrocentonovantadue firme, obbiettivo raggiunto. Esulta il Comitato Promotore dei Referendum per l’acqua pubblica che ieri mattina ha consegnato il corposo faldone alla Corte di Cassazione, più che sufficiente per indire il referendum (servivano 500.000 firme). La raccolta firme, iniziata il 25 aprile scorso, sin da subito aveva riscosso un buon successo. Il numero totale, però, probabilmente non se lo aspettavano neanche i promotori che, oggi, si godono il risultato:
Un risultato che segna un passo importante nella storia della democrazia e della partecipazione in questo Paese. Nessun referendum nella storia repubblicana ha raccolto tante firme. La sfida che il comitato promotore ha davanti è quella di portare almeno 25 milioni di italiani a votare tre “sì” la prossima primavera, quando si terrà il referendum contro la privatizzazione dei servizi idrici. Un risultato che oggi, alla luce del “risveglio democratico” a cui si è assistito nei mesi della raccolta firme, sembra assolutamente raggiungibile
Fa bene, adesso, il comitato a pensare ai restanti 24 milioni di italiani: storicamente i referendum hanno una scarsa affluenza in Italia e il quorum del 50% più uno degli aventi diritto non sarà semplicissimo da raggiungere. Meno difficile dovrebbe essere il prossimo passaggio istituzionale, propedeutico al referendum vero e proprio, il doppio controllo di legittimità: quello sulle firme da parte della Cassazione e quello sull’attinenza del referendum all’articolo 75 della costituzione.
A meno che non abbiano truccato le firme e la Corte Costituzionale non ritenga che gli articoli proposti per l’abrogazione siano “intoccabili”, l’approvazione del referendum dovrebbe essere facile come bere un bicchiere d’acqua dal rubinetto di casa.
Via | Acqua bene comune

La Corte Costituzionale boccia i ricorsi di dieci Regioni italiane, di centro destra come di centro sinistra, sulla legge che delega al Governo la facoltà di scegliere i siti per gli impianti nucleari. I ricorsi, secondo la Corte, sono in parte infondati e in parte inammissibili.
Legambiente, però, non si arrende e, al contrario, sfida il Governo:
Il Governo abbia il coraggio, dopo tante parole, di passare ai fatti: definisca gli assetti dell’Agenzia per la sicurezza nucleare, valuti i progetti presentati dalle aziende energetiche, tiri fuori i nomi delle località che ospiteranno le centrali. Staremo a vedere se riuscirà a posare la prima pietra dei nuovi impianti, come propagandato finora
Niente mezzi termini, quindi: Legambiente è convinta che il nucleare non passerà la prova del fuoco dell’opposizione popolare e verrà bloccato da una massiccia ondata di effetto nimby.
Di sicuro, ancor prima di arrivare al paventato blocco dei cantieri, c’è che ancora la strada che riporterà l’Italia al nucleare è molto lunga. Legambiente, infatti, almeno su una cosa ha ragione: quando verranno ufficializzati i siti il Governo difficilmente troverà cittadini disposti ad accogliere a braccia aperte una centrale nucleare.
Poi ci sarà da capire i metodi esatti di questo ritorno, visto che la stessa Corte Costituzionale che ha bocciato i ricorsi delle regioni ha già dichiarato che, in fatto di energia, i commissariamenti previsti dal Governo sono incompatibili con il mercato libero.
Via | Legambiente
Foto | Flickr

Dopo i mattoni politici, ora anche quelli giuridici sulla testa dei nuovi nuclearisti italiani: la Corte Costituzionale, infatti, con sentenza si è pronunciata sfavorevolmente sul ritorno al nucleare.
O meglio, ha bocciato l’articolo 4 della legge 102 del 3 agosto scorso, quella nata ufficialmente per rilanciare l’economia italiana e che, in realtà, verrà ricordata solo per l’imposizione dell’opzione nucleare con procedure straordinarie e urgenti.
La questione, secondo la Corte, sta proprio nell’urgenza: la costruzione delle centrali nucleari, infatti, sarà affidata ai privati ma l’economia libera è incompatibile con una procedura urgente e gestita dal governo. A decidere i siti, i tempi, i modi e le tecnologie, infatti, dovrebbe essere il privato con i tempi che preferisce.
Secondo la Corte Costituzionale, quindi, se il nucleare va fatto lo deve fare lo stato con soldi pubblici:
Trattandosi di iniziative di rilievo strategico, ogni motivo d’urgenza dovrebbe comportare l’assunzione diretta, da parte dello Stato, della realizzazione delle opere medesime
Oltre al nodo giuridico, sul nucleare rimane anche quello politico derivante dal diniego di molti governatori di regioni italiane ad essere scavalcati nella procedura di scelta dei siti.

La Corte Costituzionale ferma gli impianti delle rinnovabili in Puglia. La sentenza è arrivata qualche giorno fa e riconosce l’incostituzionalità della Legge regionale 31/08.
In pratica in Puglia era possibile grazie alle deroghe contenute nella L. 31/08 costruire impianti fotovoltaici, eolici e biomasse ricorrendo alla sola DIA. In origine la legge regionale prevedeva che la semplificazione delle richieste fosse adottabile solo per quegli impianti che rientravano entro certi limiti: 60 kW per l’eolico, 20kW per il fotovoltaico, 200 kW per la biomassa. Dopo le deroghe i limiti furono spostati a 1 MW per tutti gli impianti.
Spiega Italia Nostra, una delle associazioni che ha condotto sia il ricorso al TAR sia alla Corte Costituzionale:
La L. R. 31/08 le aveva innalzate tutte addirittura a ben 1000 kW(kilowatt), equivalenti ad un 1MegaWatt, permettendo, nei fatti, di costruire senza alcuna garanzia di sicurezza per i cittadini ed il territorio, veri e propri impianti industriali, (con tutto il grave impatto ambientale che ciò comporta), con semplice autocertificazione, ed il tutto persino in zona agricola! Le basse soglie della legge dello Stato rientravano nella logica di favorire, con iter autorizzativi semplificati, gli impianti di piccola taglia, a basso impatto ambientale pertanto e per autoproduzioni d’energia per famiglie, imprese, aziende agricole, edifici pubblici.
La Corte Costituzionale riconosce che sono legittime le compensazioni economiche mentre sono da tenere sotto debita attenzione tutti i vincoli ambientali e paesaggistici. Rileva la Corte che l’assenza delle Linee Guida crea, perciò, notevoli problemi:
Va affermata, peraltro, la necessità, al fine del perseguimento della esigenza di contemperare la diffusione degli impianti da energie rinnovabili con la conservazione delle aree di pregio ambientale, che lo Stato assuma l’iniziativa di attivare la procedura di cooperazione prevista per l’elaborazione delle linee guida.
Continua a leggere: Corte Costituzionale, stop in Puglia agli impianti per energie rinnovabili

Sembra proprio che i conflitti di competenza tra Stato e Regioni in fatto di energia non debbano terminare mai: dopo la decisione presa dal Governo di impugnare di fronte la Corte Costituzionale le leggi anti-nucleare di Puglia, Campania e Basilicata, ora arriva quella di impugnare anche la legge regionale abruzzese che bloccava le attività del Centro Oli di Ortona. Non è, tra l’altro, la prima volta che accade perché la stessa legge era già stata impugnata in precedenza esattamente un anno fa.
In pratica il Governatore abruzzese Giovanni Chiodi non ha fatto altro che bloccare fino al 31 dicembre 2010 tutte le attività di ricerca ed estrazione di petrolio e gas naturale nei parchi e nelle aree protette, cioè buona parte di quelle che contengono i pozzi e i giacimenti di gas e petrolio.
Il Governo, da parte sua, come aveva impugnato la legge che bloccava le estrazioni fino al 31 dicembre 2009, ha impugnato anche questa proroga di un anno. Riproponendo anche la stessa tesi, cioè quella che le attività industriali relative al settore idrocarburi sono da inquadrare nel settore della produzione di fonti di energia, che è materia regolata dal diritto comunitario e statale, non regionale.
Continua a leggere: Scontro Governo-Regioni anche sul petrolio: trivelle in azione in Abruzzo