
I dati sono decisamente interessanti e li snocciola CIA, la Confederazione italiana agricoltori: nel nostro Paese ci sono 4,5milioni di italiani che coltivano sul balcone o in terrazzo il loro orto.
L’identikit dell’agricoltore cittadino che stila CIA è molto preciso:
Ha in media 45 anni, una buona istruzione, sensibilità ambientale e una buona dose di tempo libero. E’ diplomato nel 55 per cento dei casi e molto spesso ha una laurea (30 per cento). In genere si avvicina all’agricoltura mosso prevalentemente da input culturali. Solitamente è un insegnante (20 per cento) o un impiegato (13 per cento), meno frequentemente un operaio (10 per cento) e un imprenditore (3 per cento). E’ un hobby che piace ai giovani (gli studenti rappresentano il 5 per cento) ma, anche se questa è la nuova tendenza, sono chiaramente tantissimi i pensionati (40 per cento) che si avvicinano al lavoro della terra innanzitutto per risparmiare in tempi di crisi economica, oltre che per maggiore familiarità con le tradizioni contadine e per tenersi in forma.
L’autoproduzione e la crisi economica non hanno spazio in questa scelta? Certo, ci sono anche moltissime persone che dismesse rose e margherite preferiscono coltivare zucchine e insalate per avere in tavola sia prodotti freschi sia a basso costo.
Foto | Flickr

Il fotovoltaico e le rinnovabili stanno subendo massicci tagli economici: dalla Germania, alla Spagna e ultima in ordine di apparizione la tagliola V Conto Energia in Italia, sono state eliminate consistenti quote di incentivi. Per domani 18 aprile, tra l’altro, è prevista una grande manifestazione a Roma indetta proprio dai rappresentanti della filiera delle energie rinnovabili che protesteranno contro il nuovo criterio di concessione degli incentivi. Detto ciò la sofferenza dovuta alla privazione incentivi induce timori tra i produttori europei della European Photovoltaic Industry Association. La miscela esplosiva è composta da crisi economica e concorrenza cinese per cui già gli Usa sono intervenuti duramente con una manovra anti-dumping e fissando una tassa sui prodotti provenienti dalla Cina. Il Paese di Mezzo sostiene in maniera massiccia l’economia delle rinnovabili e ciò non fa che aumentare la diseguaglianza di concorrenza sul mercato mondiale tra prodotti europei carissimi e prodotti cinesi a bassissimo prezzo.
Sul come affrontare la rapida conquista di Pechino del mercato mondiale dell’energia solare è una questione che divide i leader europei del settore delle energie rinnovabili, alcuni dei quali hanno spinto per forti anti-dumping ossia misure contro i super incentivi ai pannelli fotovoltaici prodotti in Cina. D’altronde i cinesi si giustificano sostenendo che devono assolutamente rispettare gli obblighi di riduzione delle emissioni di CO2.
Nota Reinhold Buttgereit, segretario generale dell’Associazione Europea dell’Industria Fotovoltaica:
Sinceramente senza la competitività dei cinesi probabilmente non saremmo alla grid parity. Ma il rallentamento dell’attività economica aggravata da una forte concorrenza a livello mondiale - in particolare dalla Cina - ha aumentato riluttanza tra le banche a concedere prestiti alle imprese dell’ energia solare. Peraltro lo scorso anno abbiamo avuto il record di crescita della produzione di energia solare sia in Germania sia in Italia; ma così come sono scesi i prezzi dei pannelli solari ci sono stati i violenti tagli degli incentivi.
A Berlino si sono registare in totale riduzioni pai al 30% dal 1° aprile e la società tedesca Q-cells, la quarta più importante a livello nazionale ha presentato istanza di fallimento.
Non se la passa meglio l’industria del solare termico, per sua natura agganciata al settore edilizio e delle ristrutturazioni e dunque a leggi e direttive in merito alla riqualificazione energetica degli edifici. Anche in questo ambito si sussurra di cambio di politica in merito all’obbligo del rinnovo del 3% di tutti gli edifici europei.
Conclude Buttgereit:
Il vero problema è la mancanza di una politica industriale europea, mentre la Cina entro due anni diverrà il mercato delle energie rinnovabili più importante del mondo.
Via | Euractiv
Foto | TMNews

Secondo il Commissariat général au développement durable- CGDD, nel 2010 la Green economy che i francesi chiamano éco-activités si è ringalluzzita ritrovando dinamismo e entusiasmo. Il risultato è contenuto nello studio pubblicato qualche giorno fa e che si riferisce alle attività del 2010.
Ma andiamo a vedere le cifre che parlano più di tutto:
La produzione si aggira intorno ai 69,9 miliardi di euro pari al 2% del PIL mentre il valore delle esportazioni sale a 6,1 miliardi di euro pari all’1,2% del totale. La bilancia commerciale ci dice di ricavi per 1,1 miliardi di euro. La green economy dà lavoro a 452.500 dipendenti con contratti a tempo indeterminato, ossia al 4,5% in più rispetto al 2009 contro un aumento dello 0,1% in tutti gli altri settori.
Numeri decisamente interessanti che sembrano sostenere l’economia francese in tempi di crisi economica globale. A fornire maggiore impiego il settore della protezione ambientale e sopratutto del disinquinamento dell’aria; seguono il riciclo delle acque, rifiuti, scorie nucleari, bonifica dei suoli e delle acque, controllo dell’inquinamento acustico e tutela della natura, paesaggi e biodiversità.
Insomma se anche in Italia non fossimo così inchiodati a una certa economia ancora tipica del ‘900 probabilmente non avremmo da pagare così alto e in tasse il prezzo di una crisi economica globale.
Via | Actu-Environment

Ce ne eravamo accorti anche a Durban. La crisi economica ha completamente rivoluzionato le priorità di chi, a livello governativo nazionale e internazionale, decide degli indirizzi di politica ambientale, per far fronte a cambiamento climatico e gestione delle risorse. La sostenibilità delle nostre economie è uno spettro che ha fatto il suo ingresso nelle stanze dei bottoni con l’irruenza di un elefante in una stanza, oscurando le già fragili speranze dei movimenti ambientalisti e della società civile. E facendo dimenticare che le istanze economiche e quelle ambientali possono e devono convergere.
Ma c’è di più. Come letto sul Corriere della Sera, l’esasperarsi della crisi ha trasformato anche il linguaggio degli ambientalisti. Perché espressioni come ‘mutamenti climatici’ o ‘riscaldamento globale’ appassionano sempre meno le coscienze di chi non arriva a fine mese. Meglio allora ricondurre le tematiche energetiche e ambientali alla dimensione della vita quotidiana: alla salute, al prezzo della benzina, alla qualità del cibo che mettiamo nel carrello. Non più lontani ghiacciai che si sciolgono a chilometri di distanza, ma detersivi fatti in casa per risparmiare.
Volare basso sembra quindi essere la parola d’ordine. Pragmatismo e concretezza sono le risorse a cui i movimenti ambientalisti, soprattutto in America, si stanno appellando per recuperare il gap accumulato negli ultimi tempi. I dati riportati dal Corsera evidenziano, infatti, come nel 2011 il numero di cittadini USA convinti che il pianeta abbia un problema di global warming sia sceso 79% al 59% in un solo anno.
Continua a leggere: Crisi economica e ambiente: cambia il lessico del popolo green

Porre fine alla crescita artificiale dell’economia alimentata da un irresponsabile comportamento finanziario e puntare all’esempio delle capitali verdi come Copenhagen. José Manule Barroso sanguigno e appassionato presidente della Commissione europea striglia per bene l’Europa nel discorso di apertura del Quinto vertice europeo delle città e delle regioni che si tiene fino a oggi proprio a Copenhagen. In parole povere? Ci sono i soldi per una transizione economica dell’Europa verso la green economy.
E infatti Barroso ha spiegato:
Abbiamo bisogno di una crescita sostenibile non solo finanziaria ma anche dal punto di vista ambientale.
E per sostenere la transizione verso la green economy ecco la “paccata di soldi”: 1.000 miliardi € per il periodo 2014-2020. Perché ha aggiunto Barroso non è sufficiente solo l’economia quel che conta è anche la qualità della vita:
Dovremmo essere orgogliosi di questo. I cinesi vogliono imparare da noi.
Continua a leggere: Barroso: "Apriamo la transizione verso la Green economy"
L’Italia è tecnicamente in recessione. Lo dice l’Istat, che stigmatizza in poche cifre quello che le famiglie italiane stanno imparando ad apprezzare sulla propria pelle: nel 2011 il nostro PIL è cresciuto solo dello 0,5%, nel 2010 era a 1,8%.
Una situazione di decrescita ‘infelice’ – a causa delle pesanti ricadute sul fronte dell’occupazione – che si traduce paro paro sul piano energetico: mentre il costo dei carburanti continua assurdamente a crescere, i consumi di energia in Italia tornano indietro di 13 anni.
Secondo i dati rilasciati da AIEE (Associazione Italiana Economisti dell’Energia), famiglie e imprese hanno subito un aggravio medio dei costi di circa il 20% rispetto al 2010, con un picco di 63 miliardi di euro nella nostra bilancia energetica.
Ma a caratterizzare il mercato nel 2011 è stato uno spaventoso calo dei consumi di energia, non imputabile ad un incremento dell’efficienza energetica ma alla crisi economica. La minore produzione industriale si è ad esempio tradotta in una riduzione dei consumi di gas naturale (-6,2%) e di petrolio (-2,5%), con un tasso di utilizzo delle 15 raffinerie italiane fermo all’85,8%, pari ad un surplus di 4-5 impianti.
Colpo di genio di Michele Santoro durante la puntata di ieri di Servizio Pubblico: mette a confronto l’attuale situazione economica e le proteste democratiche del Movimento dei forconi in Sicilia con la prospettiva di decrescita felice di Serge Latouche. Le teorie dell’economista scatenano le nausee a Alessandra Mussolini ma il pubblico applaude l’intervento di Latouche.
Sul tavolo della discussione la Tobin Tax (spauracchio di tutte le banche) e il vecchio claim caro ai comunisti e sindacalisti degli anni ‘70: “lavorare meno ma lavorare tutti”. E questa volta la motivazione che spingerebbe a una diversa redistribuzione del lavoro non è la prospettiva socialista ma la prospettiva di contenere la crisi economica.
Altro concetto esposto è l’abbondanza frugale:
La nostra società non è di abbondanza ma di scarsità. E’ fatta per farci desiderare sempre di più per consumare sempre di più. Non dobbiamo mai essere saziati e dobbiamo sempre essere frustrati.

Aumenta in Grecia il numero dei disoccupati, giovani e meno giovani, laureati e non, che tornano nei campi per sfuggire alla crisi economica. L’agricoltura, secondo i dati diffusi dalla Confederazione Pan-ellenica delle Associazioni agricole, è l’unico settore che ha manifestato segnali evidenti di ripresa negli ultimi anni. Tra il 2008 ed il 2010 ha creato 32 mila nuovi posti di lavoro, in gran parte occupati dai greci e non da immigrati provenienti dall’Africa e dall’Asia, come avviene solitamente nei nostri campi.
Chi aveva qualche ettaro di terreno, ereditato dai nonni, in qualche isoletta sperduta e nelle campagne, ha abbandonato la desolazione occupazionale ed il degrado in cui versa Atene per tornare a zappare la terra, darsi all’ecoturismo o aprire degli allevamenti.
I giovani mostrano sempre più interesse per le facoltà di agraria ed i corsi di formazione incentrati sulle pratiche agricole ecologiche, tanto che le iscrizioni in alcune scuole sono più che triplicate negli ultimi anni. I greci vogliono far fruttare la terra e sono interessati soprattutto alla produzione di formaggi e vini.
Continua a leggere: L'agricoltura sostenibile salverà i greci dalla crisi economica

John Thackara ecologista e designer della resilienza (che ho intervistato qui) pubblica una lista di dieci testi che Mario Monti dovrebbe leggere per progettare una strategia di uscita dalla crisi economica. Ne scrive Debora Billi su Petrolio e aggiunge anche il boquet selezionato, tra cui Entropia, Picco del petrolio e filosofia di Ugo Bardi e Collapse di Jared Diamond.
L’argomento ci sta a cuore e anche la Tv sembra essersi accorta del fatto che non ci possa essere sviluppo e crescita in eterno. I 6 minuti dati a Luca Mercalli per esporre le teorie di Aurelio Peccei a Che tempo che fa su RaiTre sono stati emblematici.
Dunque scrive Thackara nel suo blog:
Il neo primo ministro italiano Mario Monti nel suo discorso prima di Natale al Senato ha usato per ben 28 volte la parola crescita e beh, zero volte la parola energia. Più di un tecnocrate il signor Monti è un teocrate. Ho trascorso le ultime due settimane con le letture di questa lista. Sono testi chje mettono in evidenza il rapporto tra crescita e energia. Questa lista dei compiti a casa fa parte del lavoro che presenterò a Philadelphia e ho pensato di dividerla con Mr. Monti e con voi.
Tchackara è innamorato dell’Italia e un anno fa circa mi disse che noi italiani abbiamo davvero l’opportunità di superare la crisi economica grazie alla conformazione del nostro territorio e delle nostre città, naturalmente predisposte verso la costituzione di piccole comunità solidali e autonome (nella foto in alto il borgo di Corciano in Umbria). Chissà se a Mario Monti interessa.
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Può la Tobin Tax fare bene all’ambiente? Se lo chiedono in Francia (figuriamoci in Italia, manco sappiamo cosa sia l’ambiente!). A fare il tifo per questa tassa, molte ONG. Infatti, se fosse adottata (in Francia è stata approvata nel 2001 ma mai messa in atto) consentirebbe alle Banche centrali di prelevare su tutte le transazioni finanziarie (e non solo monetarie come ideato dal Nobel Tobin) lo 0,5% per ridistribuirlo. Meglio, fanno notare le ONG, se questi soldi fossero dati a Paesi in via di sviluppo, poiché metterebbero in atto un circolo virtuoso alimentato dalla Green economy e alimenterebbero sviluppo sostenibile e tutela dell’ambiente. Vediamo perché.
Lo scorso 14 settembre l’Associazione Unitaid ha pubblicato un Rapporto che dimostra come la Francia potrebbe adottare la Tobin Tax senza aggravare la sua situazione economica. Con un prelievo tra lo 0,01% e lo 0,1% l’incidenza sull’economia sarebbe praticamente nulla per gli investitori che non avrebbero ragioni per andare via ma si racimolerebbero ogni anno 12,5 miliardi di euro solo in Francia. Se partecipasse l’Europa si arriverebbe anche a 50-60 miliardi di euro l’anno. Queste le previsioni.
L’idea è di usare questi soldi per quel famoso salvadanaio ambientale, per ora vuoto e pieno solo di promesse, denominato Fondo Verde e di cui si discute, senza mai concretizzarlo da anni nei vari COP.