
Paolo Romani lo sa: il mondo delle energie rinnovabili è in subbuglio da quando il presidente Napolitano ha firmato quel decreto ammazza rinnovabili che porta il suo nome. E sa anche che Stefania Prestigiacomo, dopo aver fatto passare il ritorno all’energia nucleare, non può perdere la faccia anche sui pannelli fotovoltaici e le pale eoliche.
E sa anche che le associazioni di categoria degli “imprenditori rinnovabili” hanno sguainato il coltello, pronti a dar battaglia nei Tar di mezza Italia. E allora, l’annuncio:
Venerdì 11 marzo incontrerò tutti gli operatori del settore, e massimo nel giro di un paio di settimane daremo certezze al settore. E tra gli operatori chiamati in causa ci saranno anche le banche, attori del settore garantendo finanziamenti ai produttori la cui tenuta, pero’, e’ legata al livello dell’incentivo. Lo scopo è che produttori “nostri”, e non solo fondi americani, possano investire. Cio’ detto, l’importante è che al 30 maggio si sia collegati alla rete e si produca
Via | Ministero Sviluppo Economico
Foto | Ministero Sviluppo Economico

Niente da fare, Napolitano ha firmato il decreto Romani sulle rinnovabili da molti ribattezzato decreto “ammazza rinnovabili” per gli esiti che potrebbe avere sull’industria italiana delle fonti di energia pulita. Lo si apprende leggendo un paio di righe sul sito del Quirinale nella sezione “Atti normativi”:
D.Lgs 03/03/2011, (In attesa di pubblicazione)
Attuazione della direttiva 2009/28/CE sulla promozione dell’uso dell’energia da fonti rinnovabili, recante modifica e successiva abrogazione delle direttive 2001/77/CE e 2003/30/CE
A nulla sono servite, quindi, le critiche rivolte al decreto scritto da Paolo Romani (e leggermente smussato da Stefania Prestigiacomo) dalle associazioni ambientaliste e dall’industria italiana delle energie rinnovabili. In particolare non sono stati accolti i rilievi di incostituzionalità mossi al decreto che, di punto in bianco e con effetto retroattivo, cambia le carte in tavola in un mercato in fortissima espansione e che genera un giro di affari miliardario. Probabile, a questo punto, qualche ricorso alla Consulta.