
Dopo alcune segnalazioni le Guardie Zoofile dell’ENPA di Firenze hanno fatto un blitz nella struttura occupata da alcuni giovani senza fissa dimora. Ai volontari della Protezione Animali si è presentato uno spettacolo agghiacciante con i resti di un cane disseminati sia all’interno che all’esterno della struttura.
L’autore del massacro ha prima cercato di giustificarsi ma poi ha ammesso di aver ucciso l’animale e di averlo anche mangiato. L’Enpa di Firenze ha denunciato a piede libero il 23enne che ora rischia una condanna fino a tre anni di carcere.

In seguito a una denuncia alla LAV di Verona è stato messo sotto sequestro un allevamento abusivo di cani di varie razze.
Quasi cento i cani detenuti in pessime condizioni di igiene, molti cuccioli e cagne che allattavano. Gran parte malati e al freddo.
Fa impressione il fatto che tutti i cani avessero il microchip intestato ad un’unica persona, Lorenza Zanaboni commenta così il fatto:
circostanza che lascia quantomeno perplessi com’è possibile, infatti, che i funzionari addetti all’anagrafe canina del Servizio Veterinario dell’ASL non si siano chiesti dove fossero tenuti un centinaio di cani di proprietà di un singolo, e non siano stati sfiorati dal dubbio che si trattasse di allevamento, mettendo in atto i controlli necessari a verificare l’esistenza delle autorizzazioni necessarie?
Al momento tutti i cani sono affidati alla LAV.

Un povero cagnolino è stato ucciso dal suo padrone cacciatore semplicemente perchè non ubbidiva abbastanza prontamente ai suoi comandi.
Il fatto si è svolto in località Tezze, nel Comune di Vazzola (TV). Il cacciatore spazientito non ci ha pensato due volte e imbracciato il fucile ha fatto fuoco sul suo povero cane uccidendolo.
Il padrone assassino l’avrebbe fatta franca se un contadino che lavorava li vicino richiamato dagli spari non avesse deciso di chiamare i Carabinieri. Il cacciatore è stato denunciato per maltrattamento e uccisione di animale e gli è stato sequestrato il fucile (che mi auguro non gli restituiscano più).

Se non fosse chè Bp ci ha ormai abituati a tutto, persino alle foto taroccate, questa sarebbe una notizia bomba che dura un mese. Ma la società britannica del petrolio e dell’energia ormai è in grado di spararsene una al giorno. L’ultima: Bp sta offrendo contratti blindati ai maggiori esperti americani di ambiente marino.
Lo denuncia l’Associazione americana dei docenti universitari: molti professori sono stati contattai con l’offerta di un contratto capestro, ma ben pagato, che non permette loro diffondere le informazioni acquisite per almeno tre anni o fino al momento in cui l’amministrazione Obama non abbia dato l’ok definitivo al piano aziendale di ripulitura del massacrato Golfo del Messico.
Qualcuno ha accettato, qualcuno no. Come Bob Shipp, titolare del dipartimento di Scienze marine all’università del South Alabama:
Si sono messi in contatto con me dicendo di voler collaborare con il nostro dipartimento per sviluppare il migliore programma di ripristino possibile alla fuoriuscita di petrolio. Noi abbiamo stabilito i principi di base, che tutta la ricerca adotta, noi avremmo avuto il controllo totale dei dati, ci sarebbe stata trasparenza avremmo messo i dati a disposizione di altri scienziati per il peer review. Se ne sono andati e non li abbiamo più visti
Via | Economic Times
Foto | Flickr
Augusta, ore 17:00 di domenica 18 luglio 2010: fuoco, fumo e odori nauseabondi provenienti dalla raffineria mettono in allarme la popolazione del triangolo industriale siracusano. Un territorio avvelenato del quale ci eravamo occupati recentemente parlando degli effetti dell’inquinamento sulla salute umana.
Questa volta, però, a far paura è l’ennesimo incidente e il conseguente “fuori servizio” alla raffineria. Un incidente documentato, anche con foto e riprese, da un cittadino che è noto nel triangolo per essere una spina nel fianco dell’industria petrolifera: Salvo Maccarrone, da anni, tiene l’archivio audio-video degli incidenti alla Esso, alla Erg-Isab in tutti gli altri impianti del petrolchimico. Dal suo sito riportiamo, oltre al video, la cronistoria dell’incidente:

Mentre la Repubblica Ceca è alle prese con la denuncia della Micronesia, come la Grecia, anche la Romania è stata bacchettata dalla Commissione Europea sulla cattiva gestione ambientale.
L’UE ha lanciato un ultimo avvertimento alla Romania, riguardo al piano del 2007 riguardo la costruzione di un impianto di lavorazione di formaldeide, privo di permessi e di qualsiasi bilancio di impatto. In seguito al primo avvertimento da parte dell’Unione, le autorità rumene avevano ordinato la demolizione dell’impianto, mai avvenuta perché bloccata da una sentenza locale.
Se la Romania, paese più volte richiamato dalla corte di Bruxelles per la violazione delle norme della Direttiva Seveso, non risponderà adeguatamente a quest’ultimo avvertimento, sarà costretta a rispondere di danni ambientali di fronte alla Corte Europea di Giustizia.
via | Sofiaecho
Foto | Flickr

Corse Clandestine di Cavalli: fino a pochi giorni fa bastava digitare questa serie di parole chiave su un provider americano per avere accesso a tutta una serie di video e filmati che mostravano corse clandestine, lanci di sfide per gare illegali, immagini si maltrattamenti sui cavalli sfruttati per il gusto delle scommesse, molto in voga in Italia.
Ciro Troiano, responsabile dell’Osservatorio Zoomafia della Lav ha firmato la denuncia che ha permesso l’oscuramento di 26 filmati web e altrettanti percorsi online su corse di cavalli illegali su strada, in cui si potevano vedere gli animali sottoposti a delle vere e proprie torture per la riuscita della gara illegale.
L’Operazione Febbre da Cavallo, coordinata dalla Procura di Reggio Calabria ed eseguita dalla Polizia Postale, ha permesso di conoscere la realtà della zoomafia legati ai cavalli e alle corse clandestine, così come ha dichiarato Troiano nell’intervista a LaStampa:
“Una corsa di cavalli su strada espone gli animali al rischio di lesioni fisiche dovute al tracciato non in regola, all’assenza di accorgimenti tecnici per prevenire lesioni agli animali, al pericolo di scivolare sull’asfalto, alle sollecitazioni che subiscono i legamenti quando si corre su pista non battuta, alla mancanza di paratie laterali a protezione dei cavalli, all’uso smodato del frustino“.
Foto | Flickr

La Lav ha presentato denuncia alla Procura della Repubblica di Bari e al Corpo Forestale dello Stato nei confronti dei responsabili del circo Martini-Orfei, in seguito alla segnalazione sui maltrattamenti agli elefanti.
Il circo, fermo a Bari, è stato ispezionato dai volontari della Lav, che hanno documentato come gli elefanti siano costantemente incatenati, con catene molto corte che impediscono loro qualsiasi movimento. La condizione in cui sono tenuti gli elefanti viola le norme di mantenimento degli animali nei circhi fissati dalla Commissione CITES, che proibisce l’uso di catene per gli elefanti, consentito solo ed esclusivamente per “brevi periodi durante il trasporto”.
Gli elefanti, incatenati senza acqua, né paglia, hanno mostrato dei comportamenti derivanti dalla situazione di stress nella quale vivono, ciondolando ossessivamente il capo. Il maltrattamento è stato documentato anche in un servizio di Striscia la Notizia. Nadia Masutti, responsabile Lav settore circhi, ha così commentato il caso degli elefanti del circo Martini-Orfei, prigionieri in condizioni molto diverse dai 5 punti su cui si basa il principio del benessere animale:
“Proprio uno degli appartenenti alla famiglia Orfei, da sempre in prima linea nelle profferte di amore verso i propri animali e nelle dichiarazioni che classificano come obsolete le immagini diffuse dalle associazioni animaliste, è reo di mettere in atto uno dei comportamenti più lesivi del benessere e della dignità degli elefanti“.
Foto | Flickr

H&M, la catena svedese di abbigliamento a poco prezzo, ha una linea di vestiti in cotone organico, o almeno così fa credere ai suoi clienti. L’edizione tedesca del Times ha infatti denunciato la frode: il cotone organico certificato di H&M sarebbe contaminato con cotone modificato geneticamente, tutt’altro che naturale.
Ad analizzare i campioni è stato il laboratorio indipendente Impetus, che ha trovato cotone OGM in più del 30% dei capi analizzati. Andando indietro nella catena produttiva, si è scoperto che tutto il cotone utilizzato proviene dall’India, uno dei maggiori esportatori al mondo di cotone organico.
La direzione di H&M, in una mail a Ecouterre, dice di non avere alcuna colpa in merito e che non vi è ragione alcuna di credere che il cotone organico usato nella fabbricazione dei suoi tessuti provenga da semi OGM, anche se vi è la probabilità che le fibre siano state contaminate in fase di produzione del tessuto. Sotto accusa, e già multate, ci sono anche due agenzie per la certificazione: EcoCert e Control Union, che potrebbero aver certificato come organico anche il cotone usato nella fabbricazione di capi di abbigliamento per altre marche.
Chi sono i colpevoli in questa storia? H&M dice di non essere a conoscenza della presenza del cotone GM, l’Autorità Indiana dell’agricoltura, Apeda, parla di frode su larga scala e critica la Control Union, che si difende dicendo che in nessuna delle aziende produttrici di cotone sono stati usati - né trovati - semi geneticamente modificati.
Via | Ecotextile, Ecouterre

Se vi siete sempre chiesti dove finiscano i rifiuti elettronici, sempre più numerosi tra computer, elettrodomestici e vecchie Tv, ma non avete trovato risposta, forse è perché la risposta era meglio non saperla. Una lunga indagine di Abc denuncia come i rifiuti elettronici dell’America e di alcune nazioni Europee finiscano per uccidere i bambini africani.
Molte delle componenti dei rifiuti elettronici che vengono buttati e ricomprati al passo con lo sviluppo incessante della tecnologia, finiscono in Africa, gettate in enormi discariche a cielo aperto che avvelenano i bambini a causa dell’alta concentrazione di mercurio, cadmio, piombo, così come raccontato nel film The Digital Dump.
E’ il caso della regione di Accra, in Ghana, che raccoglie ogni anno tonnellate e tonnellate di componenti provenienti da rifiuti elettronici, che vengono poi bruciate dai bambini, o raccolte e selezionate per essere rivendute, col risultato che bambini dagli 8 anni in su vengono a trovarsi costantemente a contatto con metalli pesanti o con sostanze che li intossicano. Scenari simili si ripropongono non solo in altre nazioni dell’Africa, ma anche in Vietnam, in India, in Cina.
Le Nazioni Unite hanno stimato che circa 50 milioni di tonnellate di rifiuti elettronici vengano gettate via ogni anno dai paesi sviluppati, e che la maggior parte di questi finisca nei Paesi in via di Sviluppo: in fondo, smaltire correttamente un vecchio monitor CRT in Germania costa circa 3,50 euro, mentre spedirlo su una nave in Ghana appena 1,50 euro. E purtroppo pare chiara quale sia la scelta tra avvelenare due bambini e risparmiare due euro.
via | Inhabitat
Foto | Flickr