Il recente studio del genoma della Phaeodactylum tricornutum, ha permesso di evidenziare come queste forme di vita abbiano un corredo genetico decisamente imprevedibile. Lo studio aveva il compito di sequenziare il genoma di questa diatomea e di confrontarlo con un’altra specie, la Thalassiosira pseudonana. Le differenze tra le due sono rilevanti, con ben il 40% di geni non condivisi.
Ancora più insolito è stato scoprire che esistevano delle porzioni di DNA di alcuni batteri in entrambe le specie. Il merito del particolare corredo genetico andrebbe ad un continuo scambio di DNA tra batteri, altri organismi e le alghe. Ci troviamo di fronte a specie con una componente transgenica del tutto naturale e la cui particolare evoluzione ne ha permesso la colonizzazione di diversi ambienti: sempre grazie al trasferimento avrebbero acquisito la capacità fotosintetica, ma anche la possibilità di trattare l’urea con processi tipici del regno animale.
L’altro scopo dello studio è quello di cercare di utilizzare queste alghe unicellulari per intrappolare carbonio nei fondali marini. Per farlo sarebbe necessario fornire del ferro al fine di indurre una fioritura che porterebbe poi a morte le alghe con conseguente deposizione nei fondali marini. Secondo i ricercatori questa potrebbe essere una possibile soluzione all’aumento di CO2 in atmosfera. Nutro forti dubbi su questa ultima conclusione: tutto sta a conoscere il ciclo di eventi che ne conseguirebbe. E se la cura fosse peggio del male?
Via | cordis.europa.eu
Foto | Alexander H.M. Cascone
Ellery Ingall del Georgia Institute of Tecnology ha scoperto, assieme ai suoi colleghi, che l’elevata concentrazione di polifosfati nelle diatomee è collegata alla produzione di apatiti. I giacimenti che tutt’oggi ci riforniscono di questo prezioso elemento per l’agricoltura sarebbero legati all’attività di dette alghe unicellulari rendendole l’anello primario nel ciclo del fosforo.
Gli scienziati hanno poi notato, analizzando il materiale depositatosi nei fondali, che parte del fosforo analizzato era sotto forma di polifosfato, una parte era apatite ed una parte era costituita da materiale di transizione tra i due composti. Insomma, a seguito di questi cicli si sviluppano reazioni in grado di produrre le apatiti.
Tali reazioni dovranno essere studiate e riprodotte in laboratorio. La possibilità di coltivare delle diatomee per raccogliere polifosfati, trasformarli e poi ridistribuirli nei campi coltivati consentirebbe una maggiore sostenibilità del settore primario bypassando le fase di ricerca dei siti e di estrazione del minerale.
Via | Georgia Institute of Tecnology
Foto | qorize