
A chi si chiede quanto possa incidere sui consumi una finestra poco isolata, rispondo che attraverso le normali finestre il calore si dissipa, così come l’energia impiegata per produrlo. Le perdite di energia termica nelle nostre case, infatti, possono raggiungere il 22% dell’energia prodotta. Quest’ultimo dato cresce fino al 40% se aggiungiamo il fatto che molti edifici del nostro Paese appartengono all’edilizia degli anni ‘70, che non poneva, all’epoca, attenzione alle dispersioni termiche dell’involucro, tenuto in gran considerazione invece dall’architettura bioclimatica.
Quest’ultima disciplina, secondo regole del tutto funzionali, cerca di coinvolgere nella sua progettazione tutto ciò che può permettere all’uomo di sfruttare energia in modo “gratuito”. Per questo motivo colloca le finestre sui lati sud e est dell’edificio: per far si che l’energia solare sia sfruttata al massimo nella stagione invernale, mentre nella stagione estiva sono studiate apposite schermature per evitare il fenomeno del surriscaldamento e dell’effetto serra.
Nel caso di un edificio passivo, ad esempio, si punta al miglioramento dell’involucro opaco (finestre, porte finestre etc.) , senza dover introdurre tecnologie complesse, attraverso l’isolamento delle chiusure e l’assenza di ponti termici e l’utilizzo di vetrate ad alte prestazioni, opportunatamente dimensionate per la captazione solare.
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Il clima è per definizione variabile. Su questo non ci piove. A volte la ricerca sui cambiamenti climatici prospetta scenari a medio e a lungo termine più o meno catastrofici. Ad esempio, il 2035 è stato indicato erroneamente come l’anno dello scioglimento dei ghiacciai dell’Himalaya. Oggi leggo che la città di New York potrebbe finire sommersa dalle acque già nei prossimi anni.
Non che non ci sia stato un aumento degli eventi meteorologici estremi in questi anni, basta dare uno sguardo alla Thailandia flagellata dalle alluvioni o alle isole del Pacifico, come Tuvalu, che stanno invece fronteggiando una scarsità idrica senza precedenti a causa dell’assenza prolungata di precipitazioni. È importante prevedere i cambiamenti climatici a medio e lungo termine per prendere le dovute precauzioni, e penso alle isole che davvero sono scomparse in questi anni, tuttavia occorrono modelli più precisi che non traggano necessariamente previsioni catastrofiche come ci si aspetta. Spesso, leggendo queste ricerche, si ha la sensazione che si voglia cercare ad ogni costo un legame tra qualsiasi evento nefasto che capita sulla Terra ed il riscaldamento globale.
Pensiamo alla demonizzazione che è stata fatta dell’effetto serra, un fenomeno senza il quale non sarebbe possibile la vita sulla Terra. Davvero vogliamo combattere l’effetto serra come ormai si legge persino sulle etichette dello shampoo? Siamo proprio sicuri di voler vivere a -17° C? Quello che occorre piuttosto è contrastare l’inquinamento per migliorare la qualità della vita, la vivibilità delle nostre città, ridurre la mole di rifiuti e progettare sostenibile e non sotto la minaccia di catastrofi climatiche e scomparsa dell’uomo da qui al 2050, ma come modus vivendi che ha effetti positivi nell’immediato.
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L’ufficio stampa dell’Unione europea ha diffuso oggi il documento di sintesi contenente le conclusioni del Consiglio sul vertice di Copenhagen dello scorso dicembre. Si tratta, in pratica, di un sunto delle principali posizioni dell’Unione in fatto di cambiamenti climatici e obbiettivi a medio-lungo termine per ridurre il riscaldamento globale.
Che a Copenhagen non si sia ottenuto un granché ormai lo sanno tutti. Interessante, però, la lettura della posizione comune europea su alcuni argomenti, specialmente sul “clima gate“. Bruxelles, in buona sostanza, difende gli scienziati dell’Ipcc ed esprime la sua fiducia nel loro lavoro confidando che i piccoli errori fatti possano essere presto corretti. Nel testo, infatti, si legge che il Consiglio
PONE IN RILIEVO il suo pieno e costante sostegno al Gruppo intergovernativo di esperti sul cambiamento climatico (IPCC) che, grazie alle sue solide ed efficaci valutazioni scientifiche sul cambiamento climatico contribuisce all’approfondimento della nostra comprensione del cambiamento climatico; PRENDE ATTO del fatto che è stato segnalato un numero ristretto di imprecisioni; È CONVINTO che l’IPCC offra la più autorevole e completa procedura di valutazione delle conoscenze scientifiche esistenti in materia di cambiamenti climatici; in tale contesto, SI COMPIACE delle iniziative intese a riesaminare le procedure interne del IPCC per i suoi futuri lavori

Parlavamo un anno fa delle emissioni di metano che si stanno verificando nella regione siberiana. Gli scienziati hanno scoperto quello che sembra essere un ulteriore drammatico aumento di rilascio di questo gas, il metano appunto, i cui effetti di riscaldamento dell’atmosfera sono di 20 volte più potenti della CO2.
I risultati provengono da misurazioni dei flussi di CO2 in tutto il nord della Russia, condotte da Igor Semiletov dell’Università dell’Alaska. Ha spiegato Semiletov:
E in corso rilascio di metano attraverso la piattaforma di ghiaccio della Siberia orientale e sembra più forte di quanto si supponesse.
Semiletov è il maggiore esperto nel campo avendo seguito negli ultimi decenni le infiltrazioni infiltrazioni di metano nella regione e dirige il Siberian Shelf International Study (ISSS), con cui ha condotto numerose spedizioni scientifiche nell’Oceano Artico. I risultati preliminari sono ora in corso di pubblicazione.
Le emissioni di metano sono aumentate già dalla scorsa estate quando ha iniziato a sciogliersi un gigantesco deposito di gas congelati in quanto le zone siberiane si stanno dimostrando molto sensibili all’aumento delle temperature. In un primo tempo gli scienziati avevano pensato che la maggior parte del metano sarebbe stata assorbita dal mare. Secondo un recente rapporto del professore Semiletov, invece, il metano ha superato la barriera delle acque marine e sta raggiungendo l’atmosfera. Per ora il metano è presente sul fondo marino in quantità 100 volte superiori alla norma.
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Il titolo non inganni. Non si è infatti ancora arrivati ad una decisione definitiva, tuttavia trapela dal vertice di Copenaghen come gli impegni degli Stati membri siano colmi di difficoltà. Ovvio, non potrebbe essere altrimenti, dato che in gioco ci sono gli interessi economici di tutti i Paesi del pianeta. Intanto però è interessante analizzare il quadro provvisorio del summit per cercare di capire quale sia la situazione degli Stati membri dopo che, nella giornata di ieri, è stata riportata la notizia delle difficoltà provocate da Tuvalu e l’associazione delle Isole del Pacifico.
Per quel che riguarda l’Unione Europea sembra che al momento non sia stata stabilita nessuna cifra sull’aiuto immediato per i Paesi sotto sviluppati oltre esserci delle serie difficoltà sul passaggio dal 20 al 30% dell’obiettivo di riduzione dei gas ad effetto serra entro il 2020, rispetto al 1990. A tal proposito la presidenza svedese di turno della Ue ha deciso di proseguire in nottata le trattative con i partner per raccogliere offerte per il fondo ‘fast start’ (avvio rapido), da destinare dal 2010 al 2012 ai Paesi più poveri per prepararli all’entrata in vigore di un nuovo trattato sul clima (un post-Kyoto) che dovrebbe partire dal gennaio 2013.
L’obiettivo a cui punta la presidenza è quello di raccogliere sei miliardi di euro spalmati in tre tranche da due miliardi ciascuna per il prossimo triennio 2010-2012. Al momento sarebbero dodici i Paesi che avrebbero dato il via libera alla concessione di contributi volontari, per un totale di circa 4,5 miliardi di euro. Francia, Germania e l’Italia non sono incluse in questo gruppo, anche se sembra che il Paese teutonico si starebbe orientando ad impegnare una cifra consistente. Ma al momento tutto sarebbe in fase di contrattazione.
Curioso convegno quello che a giorni verrà organizzato in Nepal dal governo locale. L’esecutivo del Paese asiatico si riunirà infatti, il prossimo 4 dicembre, nientemeno che sull’Everest per attirare l’attenzione delle altre Nazioni sui pericoli legati ai cambiamenti climatici, in previsione della conferenza internazionale di Copenaghen di dicembre prossimo.
Questo gesto tanto estremo ha come obiettivo quello di voler sensibilizzare l’opinione pubblica (e nel particolare gli Stati più sviluppati del pianeta) sul fatto che il Nepal sia una delle aree più vulnerabili al riscaldamento globale, nonostante il Paese sia responsabile del rilascio di appena lo 0,025% delle emissioni gassose a effetto serra ovvero una fra le più basse al mondo.
Secondo i responsabili del governo locale l’innalzamento delle temperature starebbero già provocando lo scioglimento dei ghiacci della catena dell’Himalaya. Fra i punti all’ordine del giorno inoltre la possibilità di richiedere un aiuto economico, sulla falsa riga di quanto già fatto da altri Paesi, per scongiurare che questi effetti possano diventare irreversibili.
Via | Khaleejtimes.com
Foto | Flickr
Mentre in Europa si vocifera sull’introduzione di una tassa sulla CO2 per tutti i cittadini comunitari c’è chi da tutt’altra parte opta per politiche completamente differenti. Parliamo della Cina e delle dichiarazioni rilasciate dal vice Ministro degli Esteri He Hafei, in questi giorni in visita a Roma. In un discorso tenuto nella capitale il vice Ministro ha sottolineato infatti come la potenza asiatica non abbia alcuna intenzione di introdurre una tassa sulla CO2 per ridurre le emissioni di gas a effetto serra.
He Hafei ha inoltre indicato il bisogno di una strategia comune dei Paesi più potenti economicamente, anche se questa non deve assolutamente supporre l’introduzione di tasse sull’anidride carbonica o misure di protezionismo che creino distorsione al mercato. Le parole di He Hafei effettivamente rimangono abbastanza vaghe sulla questione clima e non lasciano aperte molte speranze affinché la Cina si allinei a breve termine con gli altri Paesi sviluppati del pianeta.
La Cina nell’ultimo decennio si è convertita fra i maggiori responsabili delle emissioni di CO2 del globo, ma continua a rivendicare il ruolo di Paese emergente con nessuna grande responsabilità sui danni ambientali del pianeta sino ad ora provocati. Una posizione sicuramente scomoda per tutti quei Paesi che finalmente, seppur a fatica, stanno iniziando a considerare la sfera ambientale come un qualcosa in più rispetto ad un semplice corollario nelle decisioni politiche.
La tanto auspicata rivoluzione verde mondiale sta iniziando a muovere i suoi passi nei Paesi economicamente più sviluppati, eppure le difficoltà e le reticenze all’interno dei governi proponenti non sono poche. Solo ieri parlavamo di quelle degli Stati Uniti nell’approvare la legge anti CO2 che ha come obiettivo la riduzione dei gas a effetto serra ed il passaggio dell’economia verso sistemi energeticamente più sostenibili. Ma lo Stato americano non è il solo, tanto che anche un altro importante Paese sta mostrando le stesse difficoltà.
Parliamo dell’Australia, storica alleata degli americani nel non accettare per alcuni anni il Protocollo di Kyoto. Il governo locale si è infatti posto come obiettivo quello di arrivare entro il 2020 al 20% del fabbisogno da fonti rinnovabili. A sottolineare l’importanza del piano vi è inoltre un rapporto del Clean Energy Council che indica come il raggiungimento di tale obiettivo permetterebbe la creazione di circa 28.000 nuovi posti di lavoro.
Il governo australiano per portare avanti il programma sta mettendo a punto un piano strategico che prevederà investimenti pari a circa 12,5 miliardi di euro su tecnologie rinnovabili. Come negli Stati Uniti non mancano però i problemi ad accettare la strategia. Il pomo della discordia sarebbe dovuto non tanto ai contenuti della proposta quanto alla creazione del mercato di emissioni australiano.
Continua a leggere: Rivoluzione verde? Anche in Australia c'è una forte opposizione

Giancarlo, qualche post più sotto vi parla della proposta fatta da Scaroni, a margine del G8 Energia che si è concluso ieri a Roma, che in sostanza chiede: “più petrolio per tutti” a prezzi calmierati.
Secondo Jean Louis Borloo, Ministro francese per l’ambiente e l’ecologia, la vera risorsa energetica per il futuro non è il petrolio bensì l’efficienza energetica e ha sottolineato come per la prima volta a questo G8 Energia non si sia parlato solo del suo costo ma anche di cambiamenti climatici e di ottimizzazione di consumi e risorse.
Ha detto Borloo:
Il 52% della risposta ai gas a effetto serra dipende dall’efficienza energetica. E’ la prima energia al mondo.

Il Senato della Repubblica italiana ha cancellato dalla sua agenda il problema dei cambiamenti climatici, dopo l’approvazione di una mozione, proposta dagli esponenti del Pdl Marcello Dell’Utri, Domenico Nania e Adriana Poli Bortone, che nega esplicitamente la responsabilità umana nel riscaldamento climatico.
Il documento, firmato da 34 senatori della maggioranza e approvato all’inizio di aprile, contesta in primo luogo:
l’attribuzione della responsabilità del riscaldamento globale in atto da circa un secolo nell’atmosfera terrestre all’emissione dei gas serra antropogenici (e tra questi soprattutto all’anidride carbonica prodotta dall’uso dei combustibili fossili)
Certezza che è poi alla base di tutte le politiche internazionali sull’argomento, ultimamente sostenute anche dagli Stati Uniti e dalla maggior parte dei Paesi in via di sviluppo, a partire dall’accordo “20-20-20″ della Commissione Europea, che punta:
ad un drastico cambiamento della politica energetica finalizzato all’ottenimento di una rilevante riduzione delle emissioni di anidride carbonica.
che a sua volta potrebbe comportare:
un rilevante aumento del costo dell’energia termica e in particolare dell’energia elettrica, con pesanti conseguenze sulla capacità competitiva internazionale degli Stati membri dell’Unione, in mancanza del coinvolgimento di importanti paesi industrializzati e in via di sviluppo.
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