Qualche aggiornamento sugli impianti eolici per i quali, nelle ultime settimane, ci sono importanti notizie. Soprattutto per il grande e grandissimo eolico, i mega parchi che tanto piacciono all’industria e assai poco ai paladini del paesaggio.
Partiamo dagli Stati Uniti dove Portland General Electric (Pge) ha annunciato gli ultimi risultati raggiunti dal parco eolico di Biglow Canyon, nell’Oregon. La centrale già oggi conta ben 217 turbine e una potenza pari a 450 MW. Secondo Pge la produzione media giornaliera del parco è di 150 MWh, pari a quanto conumano 125mila famiglie. Pge, in osservanza con quanto prescrive la legge dell’Oregon, prevede di incrementare ulteriormente la produzione eolica nello stato per raggiungere il 25% di energia elettrica da fonte rinnovabile nel 2025. Ad oggi stiamo quasi al 9%.
In Spagna, invece, si è vicini ai 20mila MW eolici installati che, nel loro complesso, hanno soddisfatto nel primo semestre dell’anno il 17% della domanda spagnola di energia con un picco del 40% nel giorno del 4 di maggio. L’obbiettivo iberico è pari a 38mila MW installati al 2020.
Continua a leggere: Eolico: tutte le ultime novità da Italia, America ed Europa
Per molti di noi le vacanze sono finite. Per molti altri sono appena iniziate. Comunque ne approfitto per segnalarvi una lista di 10 ostelli ecologici sparsi per l’Europa. Accanto a questa lista c’è anche quella fatta di alloggi pet’s friendly cioè che accettano gli animali da compagnia.
Viaggiare è un arte, si sa, specie se lo si vuole fare tenendo a bada l’impatto che si ha sull’ambiente. Tra i mezzi più ecologici per raggiungere una località c’è la camminata a piedi, la bicicletta, il treno.
La lista mi è stata fornita da HostelBookers.com, che è una compagnia che si occupa di gestire 13mila ostelli sparsi in tutto il mondo. Purtroppo non hanno al momento un sistema di ricerca che seleziona gli ostelli discriminandoli in eco o meno. Perciò affidatevi alla lista e ad un eventuale contatto diretto a cui chiedere se si hanno esigenze particolari.
Continua a leggere: Ecco i 10 ostelli europei più ecologici e anche aperti agli animali

Procede senza sosta il progressivo addio dell’Europa alle vecchie lampadine a incandescenza: da oggi escono dal mercato quelle da 75 Watt. Potranno essere vendute solo quelle rimaste i magazzino, quindi nel giro di pochi mesi dovrebbe essere praticamente impossibile trovarle sugli scaffali dei negozi.
La decisione di sostituire le vecchie lampade con prodotti più moderni ed efficienti, come le lampade a risparmio energetico fluorescenti o a led, è stata presa dall’Unione europea che, esattamente un anno fa, aveva tolto dal mercato quelle da 100 Watt. Tra un anno esatto toccherà a quelle da 60 Watt, poi a quelle da 40 da 25 Watt nel settembre 2012.
L’Ue ha fatto due calcoli e stima che, sostituendo tutte le lampadine di vecchia generazione con quelle nuove si potrebbero risparmiare fino a 40 miliardi di KW/h l’anno, con conseguente risparmio 15 milioni di tonnellate di CO2. Per fare un paragone: quanto consuma uno stato come la Romania in un anno intero.
Vantaggi, oltre che per l’ambiente, anche economici: una abitazione media europea, quando avrà cambiato tutte le lampadine, potrà risparmiare dai 25 ai 50 euro l’anno sulla bolletta dell’energia elettrica. Valori modesti, se confrontati al vantaggio ambientale, ma che vanno ad affiancare quelli realizzati aggiornando il “parco elettrodomestici” con lavatrici, forni e frigo più efficienti.
Tra le tecnologie sostitutive della vecchia lampadina a filamento l’Europa consiglia i Led: fino all’80% in meno di consumi a parità di luce prodotta e una vita media immensamente più lunga. Ed è su questo fronte, in realtà, che gli europei otterranno i maggiori risparmi.
Via | Parlamento Europeo
Foto | Flickr

La capacità di creare lavoro del settore dell’energia rinnovabile è un tema quanto mai discusso. Arriva adesso un contributo “pesante” che può far luce fornendo qualche numero: il Consiglio nazionale dell’economia e del lavoro (Cnel) ha appena pubblicato una ricerca proprio sul rinnovabili e lavoro.
Due gli scenari previsti dal Cnel: “business as usual”, cioè la situazione attuale riportata al 2020, e il secondo caratterizzato da un forte “impegno europeo”. In entrambi gli scenari i numeri sono buoni, ma è il secondo che offre i risultati migliori.
Se l’Europa mette in atto uno sforzo economico e normativo importante in favore delle rinnovabili, infatti, secono il Cnel nel 2020 ciò potrà portare a 102.000 posti di lavoro nella sola Italia. Nel caso di business as usual, invece, i numeri si feramno alla metà: 51.000.
Interessante il dettaglio della ricerca che mette in luce come, tra tutte le fonti rinnovabili, quella che produce un lavoro che resta nel tempo e non muore col cantiere è l’eolico. Le torri eoliche, infatti, oltre a richiedere molta manodopera specializzata per la loro costruzione hanno anche bisogno di manutenzione costante nel tempo.
Via | Il Mediterraneo

Dichiarazioni contraddittorie sui sussidi all’industria del carbone da parte del Commissario europeo alla Concorrenza Joaquin Almunia che ha affermato di voler rivedere la posizione comune europea sugli aiuti comunitari al più antico dei combustibili fossili. Almunia, infatti, spera di riuscire a togliere di mezzo i sussidi entro ottobre 2014 mentre, meno di un mese fa, la Commissione aveva proposto di allungare il regime di aiuti fino al 2022.
Almunia ha dichiarato che lo scopo della sua proposta è di chiudere prima possibile tutte le miniere non competitive entro quattro anni. Una misura che penalizzerebbe soprattutto Germania, Spagna, Ungheria, Polonia e Slovacchia, paesi che si erano spesi moltissimo per ottenere la proroga degli aiuti al 2022. Almunia, tuttavia, ha contemporaneamente garantito che l’Europa troverà altri tipi di aiuto per l’industria del carbone che, secondo le prime stime, potrebbe perdere fino a 100 mila posti di lavoro. I soldi, quindi, escono dalla porta e rientrano dalla finestra.
Centomila posti in meno è un numero che la dice assai lunga sulla capacità di reggere al libero mercato di questa fonte fossile energia. Altri numeri che parlano sono quelli forniti qualche settimana fa dalla Iea su tutti i finanziamenti a tutte le fonti fossili nel mondo: tra petrolio, gas e carbone gli stati spendono 550 miliardi l’anno. Secondo l’Agenzia internazionale per l’energia se questi sussidi pubblici venissero eliminati le emissioni mondiali calerebbero del 7%.
Via | Repubblica
Foto | Flickr
Questa mattina, il Financial Times’, il Frankfurter Allgemeine Zeitung’ e ‘Le Monde’ hanno aperto con una richiesta ben precisa, rivolta a tutti i cugini europei e mossa rispettivamente dai ministri Chris Huhne (GB), Norbert Röttgen (Germania) e Jean-Louis Borloo: ridurre le emissioni di CO2 nell’UE dal 20% al 30%, entro il 2020. Per limitare l’aumento delle temperature di due gradi ma anche per impedire alle economie europee di essere sopraffatte da un contesto globale sempre più competitivo.
Immediato il richiamo al difficile momento storico che vede i 27 destreggiarsi tra misure sofferte e politiche coraggiose per uscire, nel migliore dei modi possibili, dalla recessione ma che non deve far perdere di vista, per nessun motivo, i modelli economici e di vita cui è necessario tendere. E che non possono prescindere dalla tutela ambientale. Senza uno sviluppo relamente sostenibile, infatti, l’Europa è condannata all’inceretezza con i prezzi dell’energia sempre più volatili. Inoltre, un clima instabile può far crollare molte delle economie della zona euro mentre una corsa mondiale verso un sistema produttivo di tipo durevole e con emissioni di carbone limitate è già cominciata. E perdere tempo, adesso, significherebbe non riuscire più - se non con enorme fatica - a competere con Paesi come la Cina, il Giappone e gli Stati Uniti.
Al contrario, avverte Le Monde, garantire un livello di emissione al 30% rispetto al 1990 rappresenterebbe una forte attrattiva per gli investitori con conseguente rilancio dell’occupazione e della crescita in tutta la zona euro. Le imprese europee, inoltre, sono in grado di trarre tutto il profitto necessario da una situazione siffatta, forti di una quota del 22% sul mercato internazionale di bene e servizi che è già una risposta. Impossibile, poi, omettere che proprio grazie alla recente crisi il costo annuo richiesto per il taglio delle emissioni al 20% si è ridotto di un terzo , passando da 78 a 40 miliardi d’euro. L’impegno profuso verso il traguardo più considerevole della riduzione al 30%, ad oggi, richiederebbe solo lo 0,1% dell’intero Pil dell’UE. Ma farebbe decollare il mercato del lavoro. Se anche queste motivazioni, in definitiva, non dovessero sembrare abbastanza convincenti basti pensare alla prevista galoppata verso l’alto del prezzo del greggio, specie a seguito del protrarsi di disastri ambientali come la Marea Nera nel Golgo del Messico… Ora, non resta che aspettare le risposte e le reazioni dei governi europei.

Giusto oggi l’European Wind Energy Association (Ewea) ha diffuso le sue previsioni per il 2010 sulle vendite di turbine eoliche nel vecchio continente. Dati positivi, che vedono una crescita complessiva per l’Europa di circa 10 GW di potenza installata entro la fine dell’anno.
Alcuni paesi salgono e altri scendono: Francia e Italia, in particolare, dovrebbero crescere di circa un GW ciascuna; buona la performance anche per Romania e Bulgaria e, infine, per l’Inghilterra anche se più off shore che on shore. Come era facile prevedere, la Germania sarà il mercato migliore per l’industria eolica nel 2010.
Diminuisce il trend, invece, la Spagna. Ma non è poi così strano pensando che negli anni passati tutta la penisola iberica è stata caratterizzata da uno sviluppo dell’eolico fin troppo repentino, culminato nel famoso black out dovuto ad un imprevisto (anche se prevedibilissimo) eccesso di produzione.

Ugo Bardi, presidente di Aspo Italia, torna alla carica contro i negazionisti del clima. E rilancia: il 2010 potrebbe passare alla storia come l’anno più caldo da quando si fanno le rilevazioni.
Secondo Bardi, infatti
i primi quattro mesi del 2010 si prefigurano come parte di quello che potrebbe essere l’anno più caldo della storia, da quando si fanno misure di temperatura. La cosa si sta facendo preoccupante, soprattutto in considerazione del fatto che siamo a un minimo storico dell’attività solare - se il riprende a salire, cosa succede?
Il problema, però, è che in Europa questo riscaldamento non si avverte a causa, continua Bardi, di una fluttuazione artica che sta portando mal tempo e temperature sotto la media stagionale:
Come vedete nel diagramma in alto a sinistra, c’è una striscia blu di raffreddamento che parte dalla Cina e arriva fino agli Stati Uniti. Chi vive in questa zona, incluso noi, ha difficoltà a rendersi conto della situazione. Nel resto del mondo, invece, ci sono delle zone, come il Canada, dove abbiamo sei gradi in più rispetto alla media stagionale. Non oso pensare cosa potrebbe succedere se avessimo temperature del genere qui da noi
Continua a leggere: Secondo l'Aspo il 2010 potrebbe essere l'anno più caldo della storia

Lo studio di Architettura Oma di Rem Koolhaaas ha da poco presentato un progetto su come l’Europa potrebbe ridurre dell’80% le proprie emissioni entro il 2050. Il progetto, sviluppato in collaborazione con Oxford Economics, l’Università Imperial College ed altri soggetti privati, propone idealmente la visione di un’Europa divisa in base alle fonti di energia rinnovabile.
Il progetto fa parte di Roadmap 2050, commissionato dalla Fondazione per il Clima dell’Unione Europea e si propone come una guida ideale per un’Europa alimentata ad energia rinnovabile: interconnessioni smart grid, network di trasporti internazionali, regioni dai nuovi nomi basati sulla loro fonte di energia naturale.
Il Nord Europa sarà la regione del vento, i paesi che si affacciano sul Mediterraneo diventaranno Solaria, i paesi del sole, mentre i Balcani saranno la patria della biomassa. Ed il tuttto sarebbe possibile entro il 2050 se solo i Paesi Europei si coordinassero. Creativo, impossibile da realizzare, fattibile, totalmente lontano dalla realtà? Diteci voi cosa ve ne sembra di Eneropa, l’Europa del 2050.
Foto | oma
La fusione controllata, ritenuta da molti la risposta definitiva ad ogni problema di approvvigionamento dell’energia senza aumentare le emissioni di CO2, si fa sempre più lontana.
Il progetto Iter, punta di diamante della ricerca nucleare internazionale (vi partecipano Unione europea, Stati Uniti, Cina, Giappone, India, Russia e Corea del sud), continua ad incontrare problemi. Soprattutto economici.
La Commissione europea ha infatti comunicato all’Europarlamento che i soldi stanziati fino ad oggi per il progetto Iter non basteranno: da un’ipotesi iniziale di spesa di 2,7 miliardi di euro si passa a 7,2 miliardi.