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Tutti gli articoli con tag fast food

Questa sera due eco-documentari da oscar su Current Tv

pubblicato da Peppe Croce

Questa sera su Current TV, canale 130 della piattaforma Sky, ci sono tre documentari che vale la pena vedere: “The Cove”, “Supersize me” e “Gli ultmi giorni”. A parte l’ultimo che tratta dello sterminio degli ebrei, i primi due sono molto interessanti per chi ha a cuore l’ambiente e la salute, umana e animale.

“The Cove” racconta la strage infinita dei delfini, la cui carne è molto simile a quella delle balene, che dal mare passano facilmente al piatto dei ristoranti giapponesi. Sushi bar non sempre in Giappone, molti anche in Europa e America. Come già raccontato in questo altro post, si sta parlando di qualcosa come 20 mila delfini destinati alla tavola o, nella migliore delle ipotesi, ai delfinari. Se i giapponesi hanno deciso di interrompere, almeno per ora, la caccia alle balene, si spera facciano altrettando con in delfini.

“Supersize me” (ne abbiamo parlato qui) è una denuncia del modello alimentare che sta alla base dei fast food, McDonald’s in testa. Un’alimentazione che fa malissimo non solo ai consumatori che ne abusano, a causa del contenuto stratosferico di grassi all’interno dei paninazzi americani, ma anche all’ambiente a causa degli allevamenti bovini intensivi che stanno alla base dell’industria alimentare del fast food. Un documentario, “Supersize me”, che andrebbe visto subito prima di “Il mondo secondo Monsanto“.

Via | Current Tv

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Francia, da Quick l'hamburger è bio

pubblicato da Marina

Quick

Quick è una catena di fast food francese che ha deciso di vendere hamburger biologici. Il prezzo del panino è di 2,50 euro contro l’1,75 euro di quello non bio. Il fatto che sia biologico, cioè che la carne, il formaggio, le cipolle, la mayonnaise e il ketchup siano ottenuti da ingredienti biologici non lo fa diventare dietetico: le calorie sono le medesime, semmai si eleva la qualità del prodotto.

Quick è il numero due tra le catene di fast food in Francia, con 366 ristoranti e l’esperimento è il primo che riguarda il panino principe in una distribuzione del genere. Con il panino sono proposti anche yogurt e succhi di frutta bio, sopratutto nel menù riservato ai bambini. Purtroppo l’esperimento è destinato a durare un paio di mesi, tre al massimo e se proprio la richiesta è elevata. Il che ha fatto sospettare ai consumatori che si possa trattare piuttosto di un’operazione di greenwashing.

Ha detto Laurent Niewolinski direttore marketing di Quick France:

Il limite temporale è legato al reperimento delle materie prime biologiche. Noi abbiamo bisogno di acquistare volumi importanti di farina di grano, essenziale per i panini o di formaggio. E in commercio non se ne trova abbastanza.

In Francia l’agricoltura bio ricopre appena il 2,5% della superficie coltivabile e altro fattore della limitazione temporale è legato al prezzo, che ne caso del panino biologico è più alto del 43%.

Via | Terre-Net

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Burger King punta sulle fonti rinnovabili

pubblicato da Peppe Croce

Burger King punta sulle fonti rinnovabili

La catena di fast food Burger King ha inaugurato il suo primo negozio alimentato da fonti rinnovabili. Si trova a Waghausel, in Baviera, ed è un prototipo realizzato in collaborazione con Wirsol Solar. La particolarità di questo fast food è quella di utilizzare pannelli fotovoltaici e impianti eolici per produrre parte dell’energia elettrica utilizzata.

E, di solito, i fast food di energia ne consumano parecchia: locale molto illuminato, piastre elettriche e friggitrici sempre accese, impianti di condizionamento sempre al massimo. Sul risparmio energetico ancora la multinazionale del panino ha da lavorare parecchio, e i margini sono enormi.

Quanto meno, però, dall’installazione degli impianti di produzione di energia da fonte rinnovabile le emissioni di CO2 causate dalla gestione del negozio bavarese vengono ridotte notevolmente. Burger King, infatti, parla di una percentuale vicina al 30%, con un risparmio annuo di 120 tonnellate di CO2. Un valore che sembra ottimistico…

Interessante anche il modello economico, visto che si tratta di un franchising: un negozio chiavi in mano alimentato da fonti rinnovabili è un investimento che permette, nel tempo, di ammortizzare meglio e prima i costi iniziali. Certo, nella scelta di Burger King c’è molto di green washing, ma va anche ammesso che la scelta delle rinnovabili fa il paio con quella, di poco tempo fa, di rinunciare alle patate ogm.

Resta, però, il dubbio se il grosso dell’impatto ambientale dei fast food stia dentro o fuori dal negozio, nella catena produttiva dei milioni di tonnellate di carne che finiscono nei menù: recentissimo, infatti, è l’appello dell’Onu a limitare il consumo di carne e dei suoi derivati.

Via | Agi
Foto | Burger KingBurger King scommette sulle fonti rinnovabili

Burger King scommette sulle fonti rinnovabili
Burger King scommette sulle fonti rinnovabiliBurger King scommette sulle fonti rinnovabili

Mc Donald's snobba la patata ogm Amflora

pubblicato da Peppe Croce

Mc Donald's snobba la patata ogm Amflora

Secondo un articolo del settimanale tedesco Der Spiegel, riportato dal quotidiano italiano La Repubblica, le principali catene mondiali di fast food sarebbero contrarie alla diffusione massiccia sul mercato delle patate ogm, recentemente sdoganate dall’Unione europea.

Tutto nasce da una semplice domanda rivolta da Greenpeace a Burger King, McDonald’s, Lorenz Snack-World e Nordsee, insomma a tutto il panino che conta nel mondo: avete intenzione di utilizzare la suddetta patata ogm nei vostri menù? Risposta massiccia: no.

Der Spiegel, oltre a dare la notizia, ipotizza anche l’interpretazione: i consumatori non gradirebbero e fuggirebbero in massa dai fast food. Credibile, molto credibile, perchè c’è un precedente neanche troppo lontano: nel 2004 Greenpeace lanciò una campagna durissima contro Mc Donald’s che, all’epoca, utilizzava per i propri panini dei polli alimentati con soia transgenica Monsanto.

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Veggie Love, la pubblicità di Peta bloccata per contenuto erotico

pubblicato da missunderstanding

La Peta non fa segreto del suo uso di corpi e bellezze femminili per lanciare il suo messaggio in difesa degli animali: lo abbiamo visto con la saga di Christian Serratos di Twilight, con la soave danza di Karina Smirnoff contro le pellicce, con il topless della nipote di Che Guevara in difesa della rivoluzione vegetariana.

Nuovamente, per ribadire i suoi concetti, la Peta si serve del nudo femminile per annunciare che i vegetariani godono di una vita sessuale migliore, come già aveva affermato qualche tempo fa con Anche le lattughe sono sexy.

Veggie Love, la pubblicità che avete appena visto è stata bloccata dall’Autorità per la Comunicazione, non perché affermare che i vegetariani abbiano una vita sessuale migliore sia ingannevole, ma perché tra corpo nudo e vegetali il messaggio erotico è troppo forte. A proposito di Veggie Love, su Ecorazzi ne risollevano la questione ora che è uscita una pubblicità simile per un fast-food: perché Veggie Love di Peta è stata bannata, mentre quella con Kim Kardashian che elogia altrettanto ingannevolmente le virtù del cibo da fast food no?

Requiem per gli Akuntsu, nell'Amazzonia brasiliana

pubblicato da alessandra

Gli Akuntsu popolo semisconosciuto tra i più esigui al mondo che vive nella foresta amazzonica. Appena 5, oggi, a causa della morte del loro membro più anziano. Storia tristissima, quella degli Akuntsu, cadenzata dal rumore di innumerevoli omicidi inferti da chi, non pago di distruggere l’ambiente e la fierezza della biodiversità in uno dei più grandi doni del nostro pianeta, l’Amazzonia brasiliana, uccide individui innocenti nel silenzio più assoluto dei media.

Questo popolo combatte ogni giorno, da oltre 50 anni, contro allevatori senza scrupoli disposti a tutto pur di procacciarsi la terra per i propri latifondi. E questo, nonostante l’impegno del FUNAI - il dipartimento per gli affari indiani del governo brasiliano - e nonostante la stessa permanenza degli indios in una zona delimitata - l’Omerê – riconosciuta dal Governo.

Gli Akuntsu sono gente pacifica, che crede nello spirito della foresta, che pesca e caccia nel pieno rispetto di tutte le specie, per cui anche tagliare un albero è un gesto estremo da compiere con prudenza e timore. Eppure, oggi, le loro possibilità di sopravvivenza sono ridotte ad un nulla e l’emblema di ciò è rappresentato dai nuovi monili indossati dalle (poche) donne: gioielli in plastica, ottenuti dagli imballaggi dei pesticidi usati dai campesinos a poche centinaia di metri, al posto delle conchiglie e dei frutti. Il loro destino pare segnato dalle ingorde, gigantesche fattorie che circondano l’Omere, utilizzate per l’allevamento dei bovini e la coltivazione della soia destinata, per lo più, a nutrire proprio quelle bestie che finiranno, cotoletta, nei panini dei più noti fast food del mondo…

Foto | Flickr

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Fare il pieno al fast-food

pubblicato da Marina

Molly che usa per la sua Jetta olio vegetaleLui:”Ciao cara, andiamo al ristorante?”
Lei:” Anche stasera?”
Lui:” E devo fare il pieno!”

Non è il pieno che immaginate voi! Non si tratta né di alcolici né di delikatessen, ma di olio usato per le fritture. Negli Stati Uniti una community da diverso tempo ricicla l’olio delle fritture come carburante delle auto a diesel. Passano al pub, al ristorante, al fast-food, al ristorante cinese con le loro taniche, le riempiono e le versano nel serbatoio della loro auto.

In alcuni casi senza spendere un cent, in altri possono al massimo spendere 90 cent di $, cioè circa 20 cent di €. E la felicità dei ristoratori è immensa, altrimenti devono pagare le ditte autorizzate per il ritiro e lo smaltimento del loro olio. A quanto riferiscono entusiasti gli appartenenti alla community, l’olio vegetale ha delle ottime performance sui motori a diesel e riesce anche a mantenerli meglio. Ovviamente non si tratta di prendere l’olio dalla padella e passarlo nel serbatoio. Bisogna prima depurarlo con filtri speciali che costano circa 10$. E la manutenzione è di routine.

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