Sulla Manica, il 40% delle ostriche «giovani» (di 18 mesi) sono morte. Quanto alle larve di 12 mesi («naissans» nel gergo degli ostricari francesi) la perdita si calcola all’85%. Nel 2009 ci saranno due volte meno di ostriche del normale, e nel 2010 praticamente nessuna.
Per i 15 mila allevatori della Bassa Normandia, che producono di solito 130 mila tonnellate d’ostriche, per 266 milioni di euro nel 2006, è la catastrofe. Qualcosa del genere era avvenuto anche negli anni ‘70, quando l’ostrica piatta portoghese, coltivata allora, era stata distrutta da un agente patogeno. Fu sostituita dall’ostrica cava giapponese, che ora copre il 99% della produzione francese. Ora però è questa a subire lo sterminio.
Il problema sembra essere quello della moderna tecnica di coltivazione. Un tempo infatti le larve di ostriche erano prese in natura sulla costa atlantica, oggi sono invece coltivate fin dall’inizio nelle «ecloseries». Si tratta di una sorta di giardino d’infanzia per molluschi, che date le esigenze di mercato, sono oggi sovraffollati.
Necessità fa virtù. E così di fronte all’impellente crescita dei prezzi dei prodotti alimentari, dei mangimi per animali, dei fertilizzanti e del petrolio gli allevatori giapponesi rispondono con una idea: quella di riciclare gli avanzi di cibo e trasformarli in mangimi per gli animali. Pratica già utilizzata nel Paese, ma adesso sembra esserci un punto di svolta.
Allevatori e agricoltori sono stati da sempre riluttanti ad utilizzare mangimi riciclati, ma l’inflazione diffusa sembra avergli fatto cambiare idea. Nutrire gli allevamenti con alimenti riciclati farebbe risparmiare fino al 50 % rispetto al tipo di alimentazione tradizionale.
Prezzi alle stelle soprattutto per i prodotti a base di mais e soia. L’industria alimentare giapponese ricicla oltre il 70% dei suoi avanzi. Circa la metà di questi si trasforma in mangime, il 5% in metano e il resto in fertilizzanti. Non solo vantaggi economici. Abbandonare il cibo in discarica non fa altro che aumentare la produzione nell’atmosfera di gas serra, come il metano.
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Jacques Diouf, direttore generale della FAO lancia un appello accorato sull’emergenza alimentare mondiale e chiede un intervento urgente per cogliere le opportunità che l’aumento dei prezzi può offrire per il rilancio l’agricoltura ed evitare che situazioni drammatiche di questo tipo si riverifichino in futuro.
“Prezzi alimentari sostenuti - spiega Diouf- richiedono una strategia su due fronti: “occorre produrre più cibo laddove è più urgente contenere l’impatto del rialzo dei prezzi sui consumatori poveri, e allo stesso tempo potenziare la produttività e ampliare la produzione per creare reddito e maggiori opportunità d’impiego per le popolazioni rurali povere”.”Dobbiamo far sì - prosegue - che i piccoli agricoltori abbiano accesso alla terra, alle risorse idriche e a fattori produttivi come sementi e fertilizzanti; questo li metterà in grado di aumentare la produzione in risposta ai prezzi più alti, di incrementare i propri redditi e migliorare le proprie condizioni di vita, alla fine questo andrà a beneficio anche dei consumatori”.
Della questione dei prezzi alimentari discuteranno dal 3 al 5 giugno i leader mondiali che parteciperanno alla Conferenza ad alto livello della Fao su ‘Sicurezza alimentare mondiale: le sfide del cambiamento climatico e la bioenergia’. Tra gli oltre 30 capi di Stato e di Governo che hanno gia’ assicurato la propria partecipazione, vi sono il presidente francese Nicolas Sarkozy, quello brasiliano Luiz Inacio Lula da Silva e il segretario generale dell’Onu Ban Ki-moon.
La ricerca “ Gender and Equity Issues in Liquid Biofuels Production” presentata dalla Fao sottolinea che le colture su larga scala destinate alla produzione di biocombustibili liquidi quali bioetanolo e biodiesel, richiedano un uso intensivo delle risorse a cui i piccoli agricoltori, in particolare le donne, hanno tradizionalmente accesso limitato. Insomma, l’avanzata dei biocarburanti porterebbe al collasso quelle micro-economie che si reggono sul lavoro femminile nei campi.
Infatti nei paesi poveri presi in considerazione sono le donne a gestire le coltivazioni agricole: ad esempio in Brasile l’11 % dei produttori di bioetanolo da canna da zucchero sono agricoltori donne, male organizzate in piccoli possedimenti terrieri che a causa delle impennate dei prezzi delle risorse (fertilizzanti, diserbanti, concimi,ecc) non saranno più in grado di gestire i costi di produzione.
Lo studio auspica che sia presto intrapresa una strategia di sviluppo dei biocombustibili sia a livello sostenibile e dunque economicamente conveniente, sia ambientale e che dunque consenta alle popolazioni più svantaggiate spesso rette da un economia al femminile di non soccombere. La proposta è quella di integrare le coltivazioni di biocarburanti con i sistemi agricoli locali al fine di proteggere le attività agricole tradizionali dei piccoli agricoltori, le competenze e la loro conoscenza specializzata - fattori cruciali per la sicurezza alimentare ed il rafforzamento delle comunità rurali nel lungo periodo.
I ministri dell’agricoltura dei 27 sono riuniti oramai da tre giorni in Lussemburgo. La situazione è complessa e non nascondono le difficoltà. E il rapporto dell’Unesco presentato a Parigi, “Agricoltura mondiale: è emergenza” scatta una fotografia agricola desolante: l’impatto del prezzo del petrolio su trasporti e produzione di prodotti agricoli sta mettendo sottosopra il mercato mondiale alimentare. Non solo, ma si parla anche di stime di crescita, entro il 2050 la popolazione arriverà a 9 miliardi di bocche da sfamare.
La soluzione viene individuata nello: “sviluppare l’agricoltura in maniera meno dipendente dai combustibili fossili, favorire l’uso delle risorse disponibili a livello locale e concentrare gli sforzi della ricerca di base sull’ intensificazione dei processi naturali, utilizzando fertilizzanti naturali e la protezione del suolo e delle acque di approvvigionamento”.
La Francia, attraverso Michel Barnier, ministro dell’agricoltura propone all’Europa di “produrre di più e meglio” e di restare una “potenza agricola forte” per rispondere al “contesto di grave crisi” e “alle ribellioni causate dalla fame”. Una risposta a chi, come la Gran Bretagna, propone una riduzione delle sovvenzioni agricole nell’UE, mentre i 27 sono in procinto di istituire un “controllo dello stato di salute” della loro politica agricola comune (PAC). E così la Francia intende lanciare nel semestre della sua presidenza, dal prossimo luglio, il dibattito sul ruolo dell’agricoltura nella politica europea, considerato che proprio la PAC sarà abolita nel 2013.
Via | Le Telegrame
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Nei giorni in cui il Vinitaly consacra la bevanda nazionale vettore dell’export agroalimentare “Made in Italy” , louie ci segnala il reportage curato da l’Espresso in edicola questa settimana dove si denuncia la messa in vendita di 40 mila bottiglie di vino avvelenato.
Le aziende coinvolte sono già 20: otto si trovano al Nord, in provincia di Brescia, Cuneo, Alessandria, Bologna, Modena, Verona, Perugia. Il resto invece è sparso tra Puglia e Sicilia. Con i veleni sono state confezionati 70 milioni di litri e messi in vendita nei negozi e nei supermercati come vino a basso costo anche dai marchi più pubblicizzati del settore per un totale di 40 milioni di fiaschi e confezioni di tetrapack d’ogni volume, offerte a un prezzo modestissimo: da 70 centesimi a 2 euro al litro.
Tutto solo per soldi: con questo sistema criminale i produttori riuscivano a risparmiare anche il 90 per cento: una cisterna da 300 ettolitri costava 1.300 euro, un decimo del prezzo normalmente chiesto dai grossisti del vino di bassa qualità. L’istruttoria è nata partendo da uno dei soliti sospetti: una cantina di Veronella che 22 anni fa venne coinvolta dal dramma delle bottiglie al metanolo.
Nestlè ha paura dei biocarburanti? O Nestlè spiana il terreno alla speculazione? Dalle colonne del giornale svizzero “’Nzz am Sonntag ”, il presidente di Nestlè, Peter Brabeck-Letmathe lancia il suo allarme: “Se si pensa di usare i biocarburanti per soddisfare la domanda crescente di prodotti alimentari non avremo più nulla da mangiare- ha sottolineato il numero uno del colosso alimentare nell’intervista al domenicale svizzero -Garantire enormi sovvenzioni alla produzione di biocarburanti è moralmente inaccettabile e irresponsabile”, ha aggiunto.
Secondo Brabeck mentre la concorrenza di mercato sta facendo volare il prezzo di mais, soia e grano le aree coltivabili diventano sempre di meno e anche le fonti idriche sono a rischio.
Intanto, l’Italia si attrezza e ha aumento la sua superficie coltivabile destinata ai cereali del 18% come rileva l’Ismea con incrementi più evidenti in Veneto, Piemonte, Lombardia ed Emilia Romagna. Un fenomeno comunque accompagnato da una forte espansione delle semine anche nelle aree più tradizionali del Sud, in particolare in Puglia e Sicilia.
Anche Federalimentare fa proprie le preoccupazioni espresse da Brabeck : per produrre un litro di biodiesel infatti occorrono l’equivalente di circa 4000 litri di acqua ed un ettaro di terra.
E se il petrolio, il cui costo costituisce l’ago della bilancia per determinare il prezzo dei prodotti energetici (combustibili, lubrificanti, energia elettrica), dopo i picchi oltre i 100 dollari a barile raggiunti di recente, potrà assestarsi negli anni successivi, sebbene possa mantenere livelli medio-alti; allo stesso modo potranno crescere in maniera sostenuta i prezzi di fertilizzanti e concimi. Infine, effetti di trascinamento dell’impennata dei prezzi dei cereali sono attesi anche per i semi oleosi, e attraverso i mangimi, per i listini dei prodotti zootecnici.
Leggevo il post di Luca sul consumo di energia e l’ ho collegato immediatamente un post letto qualche giorno fa che mi ero ripromessa di segnalare: “Abbiamo troppa energia”? L’autore è Kurt Cobb famoso giornalista free-lance che si pone proprio la fatidica domanda e ne sostiene la tesi. Vediamo come.
Scrive Cobb nel suo post: “In questi giorni non si fa altro che parlare dell’energia, se ne avremo abbastanza in futuro. I pessimisti rispondono : “Non con questo sistema economico e non con queste attività. Gli ottimisti, d’altra parte dicono di non preoccuparsi, tanto c’è abbondanza di combustibili fossili e ci saranno geniali energie alternative per il futuro. Ma il punto è che nessuno discute sul fatto che intorno a noi vi sia troppa energia”.
Secondo Cobb l’abbondanza di energia è un po’ come un serpente che si morde la coda. Se non ne avessimo avuto in abbondanza, non si sarebbero potute sviluppare intere popolazioni, che si sono alimentate grazie all’agricoltura intensiva. Che con le monoculture distrugge le biodiversità. E usa acqua in maniera spropositata. Ci vuole energia per azionare le pompe che prelevano acqua dai pozzi e ci vuole energia per produrre fertilizzanti ed erbicidi a base di petrolio. Ci vuole energia per distribuire i prodotti agricoli. Però è sempre energia che si trova, nonostante tutto, a buon mercato e sempre disponibile senza grossa fatica.
“The Friends of Earth ” hanno pubblicato il 15 marzo un rapporto “Dal laboratorio alle nostre pietanze : le nanotecnologie nell’alimentazione e nell’agricoltura” dove è denunciata l’esistenza di almeno 104 prodotti agricoli e alimentari contenenti dei nanomateriali – o fabbricati attraverso nanotecnologie. Questi prodotti sono attualmente in vendita nell’Unione europea e sui mercati internazionali.
Il punto è che non esiste alcun studio che dimostri l’assoluta atossicità di questi prodotti. Si evidenzia, difatti nel rapporto, come alcuni prodotti nanometrici non testati possano essere potenzialmente pericolosi per la salute umana. E neanche esiste una legislazione in materia né in Europa né negli Usa che possa definire gli standard di utilizzo.
Le ” Nanotecnologie ” sono tecniche di manipolazione della materia a livello dell’atomo e delle molecole. Sono utilizzate per la fabbricazione di complementi nutritivi, film per plastiche alimentari, imballaggi, recipienti, oggetti per la cucina antibatterici, ma soprattutto per la trasformazione della carne. Si trovano anche in agricoltura, bevande al cioccolate e anche nei prodotti alimentari destinati all’infanzia.
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Se la Campania piange, la Padania non ride. E sono lacrime avvelenate. Secondo i dati diffusi dall’Apat (Agenzia per la protezione dell’ambiente e per i servizi tecnici) nel suo “Annuario dei dati ambientali 2007” , dove sono espressi i risultati sullo stato di salute delle acque italiane, oltre la metà dei 2863 punti di prelievo è avvelenato. E la maggior parte, sorpresa sorpresa, si trova in Lombardia, Emilia Romagna e Toscana.
Si legge nel rapporto che le cause di tale elevato inquinamento sono dovute ad una forte presenza industriale e :” L’uso massiccio in agricoltura di fertilizzanti (concimi minerali, organici, organo-minerali e ammendanti) e di prodotti fitosanitari (erbicidi, fungicidi, insetticidi, acaricidi e vari), usati per difendere le colture da parassiti e patogeni, per controllare lo sviluppo di piante infestanti e per assicurare maggiori quantità ed elevati standard di qualità dei prodotti agricoli, può causare impatti sulla vita acquatica e modificazioni della qualità delle acque per uso potabile sia superficiali sia sotterranee”.
I fertilizzanti, immessi in commercio nel 2006, superano i 5 milioni di tonnellate, dei quali circa 3 milioni riguardano i concimi minerali con il 60% di concimi semplici (a base di azoto) e il 40% di concimi composti (a base di due o tre elementi nutritivi); i concimi organici e gli organo-minerali raggiungono insieme circa 600.000 tonnellate e gli ammendanti circa un milione e mezzo.