L’etichetta etica è stata presentata ieri durante la 6° edizione di Mangiasano 2011, giornata dedicata all’alimentazione sostenibile e sana. Per ora l’etichetta etica sarà applicata su base volontaria e conterrà una serie di indicazioni che tracceranno il profilo del prodotto:
Le generalità del produttore (non solo il Paese d’origine ma “l’azienda d’origine”); le generalità del trasformatore (quando diverso dal produttore); il metodo di coltivazione impiegato (industriale, biologico, biodinamico, naturale); le dimensioni aziendali (superficie e addetti) e le informazioni relative all’impatto ambientale (uso di acqua, di carburanti, di energie); il prezzo al produttore; l’origine dei semi per i prodotti dell’orto e quella dei mangimi per gli animali.
Perciò potrebbe capitare di leggere su un etichetta etica di un succo di frutta in vetro da 12 cl che:
costa circa 15-20 centesimi tra bottiglia, tappo ed etichettatura, mentre la materia prima per farlo pesa per poco più di 0,1 centesimi, considerato che mediamente un quintale di frutta al produttore non viene pagato più di 15 euro. In sostanza, il contenuto di un succo di frutta da 12 cl vale meno della decima parte del suo involucro.
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Coldiretti, estrapolando dati dall’ultimo rapporto Istat sulle vendite al dettaglio, mette in evidenza l’ottima performance che hanno registrato nel 2010 i cosiddetti “mercati del contadino”, o dell’agricoltore che dir si voglia. In pratica i farmers market di derivazione anglosassone. Ecco cosa scrive Coldiretti:
In controtendenza rispetto all’andamento generale delle vendite aumenta la spesa nei mercati degli agricoltori che nel 2010 fanno registrare un vero boom con una crescita del 28 per cento delle strutture attive, dove durante l’anno hanno fatto acquisti ben 8,3 milioni di italiani
Anche se, vista la giovane età di questo tipo di commercio che parte praticamente da zero in Italia, è poco utile fare riferimento ai dati del passato. Molto più utile, invece, capire cosa piace di questi mercati agli Italiani. Tre sono le tendenze che emergono:
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Ennesimo impianto di produzione di energia rinnovabile da biomassa appeso al filo dei giudizi della giustizia amministrativa: questa volta è la centrale a biomasse oleaginose Italgest di Lecce, che è stato da poco riautorizzata dal locale Tar.
L’impianto, infatti, era stato bocciato dalla Regione Puglia poichè la società proponente non aveva dimostrato in tempo utile di poterlo approvvigionare di materia prima a filiera corta, raccolta entro i 70 chilometri. Ma, secondo il Tar, questo tempo utile imposto dalla Regione era troppo poco. Come ben racconta il BelPaese:
La Conferenza dei servizi convocata a Bari, lo scorso 10 agosto, boccia l’istanza presentata dall’imprenditore Paride De Masi che, secondo la stessa amministrazione, non ha adeguatamente e tempestivamente dimostrato la sostenibilità dell’alimentazione dell’impianto con biomasse provenienti da filiera corta (da recuperarsi, cioè, entro il raggio di 70 km e per almeno il 40% del fabbisogno combustibile) secondo i criteri richiamati dalla Legge regionale n. 31 del 2008. La società di produzione di energia rinnovabile, per dimostrare quanto richiesto, deposita un accordo quadro siglato con Coldiretti che però non convince la Regione: si chiede a Italgest, così, di consegnare una documentazione integrativa entro il 20 luglio 2010. L’avvocato Damiani sostiene che, entro il termine previsto, l’impresa abbia consegnato la maggior parte dei contratti di fornitura di biomasse oleose con i coltivatori della zona. Il 10 agosto, giorno in cui la Regione boccia la richiesta di De Masi, la società consegna gli ultimi contratti richiesti (per una fornitura totale pari a 15mila tonnellate).
Era, quindi, questione di un solo giorno. Il Tar, però, dice che non c’era alcuna fretta di decidere. Considerato l’episodio simile, ma inverso, della centrale a biomasse siciliana che ha ottenuto un maxi rimborso per i ritardi della Regione Sicilia nel decidere sul da farsi, per non parlare della ormai famosa centrale a biomasse del Mercure, viene quasi da ridere: l’Italia non ha la più pallida idea su cosa fare e cosa decidere sulle biomasse, ogni regione sceglie per sé e, puntualmente, sbaglia.
Oggi Slow Food festeggia in tutto il mondo il Terra Madre Day, dedicato ai prodotti tipici, agli alimenti biologici, sani e a filiera corta.
Le iniziative sono 1.130 in 125 paesi, Italia inclusa. Si va dai convegni sull’alimentazione alle visite nelle fattorie e nei campi, dalle festicciole della trippa agli appuntamenti nelle scuole dedicati ai bambini.
Nel nostro paese ci sono molte iniziative da seguire, le trovate tutte a questo indirizzo. Cercate quella più vicina a voi.
Se invece siete proprio dei buongustai e volete approfondire la conoscenza con il buon cibo locale, e fare amicizia a tavola, vi conviene direttamente andare a cercare il “convivium” di Slow Food più vicino nella vostra regione. L’indirizzo giusto, in questo caso, è questo.

Che la produzione di energia rinnovabile sia una prospettiva economica importante per l’agricoltura italiana, ormai in crisi cronica e strutturale, se n’è accorto anche il più piccolo dei contadini. Il problema, però, è come tradurre in realtà le belle parole che si dicono ai convegni senza snaturare l’agricoltura e l’agricoltore.
Ci provano Enel Green Power e Coldiretti, con una joint venture. Il progetto prevede la nascita di una serie di società-progetto finalizzate a sviluppare filiere corte di biomassa solida di origine agricola. Detta semplice: accordi tra chi produce cibo, e scarti agricoli, e chi vuol produrre energia elettrica dagli scarti agricoli.
Il problema, però, è sempre cosa si intenda per “filiera corta”: non ci dobbiamo dimenticare cosa propone Enel in Calabria, per la centrale a biomasse forestali del Mercure. E qui, onestamente, non si capisce cosa Enel e Coldiretti vogliano fare. Leggendo il comunicato stampa congiunto, infatti, si apprende che
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Si sta tenendo in queste ore a Modena il meeting di chi acquista tutto, ma proprio tutto a Km0. Sono coinvolti, nell’incontro Modena Km Zero, modi e luoghi per acquisti corti, Federconsumatori, Movimento Consumatori ,Adiconsum, Agenda 21 e l’Assessorato alle Politiche economiche del Comune di Modena.
Di fatto i gruppi si scambieranno opinioni e esperienze in merito all’acquisto di abbigliamento, energia e prodotti per la casa che non siano alimentari. Il Comune di Modena sostiene i cittadini verso queste scelte che implicano un uso più razionale delle risorse e un risparmio energetico notevole, oltre a corroborare l’economia locale.
Spiega l’assessore comunale alle Politiche economiche Graziano Pini:
Sensibilizzare i cittadini, le imprese e i soggetti istituzionali sul consumo consapevole come possibile leva per rilanciare l’economia; incentivare la filiera corta come modello di sviluppo sostenibile dell’economia territoriale; rendere pubblica una mappa delle esperienze e dei servizi locali.
Via | Sassuolo2000
Foto | AmbienteMola
In occasione della seconda festa regionale dei Gruppi di Acquisto Solidale (Gas) della Sicilia abbiamo incontrato Andrea Saroldi, referente nazionale della rete dei Gas italiani. A lui abbiamo chiesto cosa sono i Gas e come possono influire sul rapporto tra produttore, consumatore e ambiente.
La risposta è positiva: i Gas, infatti, tendono a mettere in contatto i vari agenti economici su una scala più piccola possibile. Nel senso che produttore e consumatore devono essere più vicini possibile in modo da mantenere una relazione di fiducia che permette, negli anni, di ottenere vantaggi economici reciproci.
La conseguenza di questo rapporto di vicinanza è un maggior tutela del territorio e dell’ambiente: i consumatori scelgono prodotti a filiera corta, spesso tradizionali o “in via d’estinzione”, molte volte da filiera biologica.
Si chiama Noma, si trova a Copenaghen e secondo la classifica stilata ogni anno dalla rivista britannica Restaurant Magazine è il miglior ristorante al mondo. Il suo nome è un gioco di parole tra “nordisk” (Nordico) e “mad” (cibo) e il suo chef è René Redzepi.
Redzepi, a detta di chi si intende di slow food e difficilmente entra nei Mc Donald’s, ha fatto una piccola rivoluzione culinaria: ha preso l’antica cucina nordica, la ha ammodernata e ha realizzato un piccolo capolavoro per le papille gustative.
Tutto questo eliminando dal menù l’olio di oliva (sostituito con il locale olio di colza), il formaggio francese e italiano (sostituito con il locale skyr), le bistecche francesi o belghe (sostituite da quelle dei buoi muschiati danesi).
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Siamo di fronte all’ennesimo conflitto Stato-Regioni sull’energia. Dopo lo scontro sul nucleare e sul petrolio, questa volta tocca alle biomasse e la Regione contestata sono le Marche a causa della legge finanziaria regionale che, tra mille altre cose, introduce anche il divieto di costruire in territorio marchigiano impianti di produzione di energia da biomassa dalla potenza termica superiore ai 5 MW.
Il Consiglio dei Ministri, nella seduta del 10 febbraio, ha deciso di impugnare tale legge perchè la legge nazionale sulla valorizzazione energetica delle biomasse non prevede tale soglia che, nelle Marche, ha già fatto una vittima: l’impianto di Schieppe, in provincia di Pesaro e Urbino, che non è stato autorizzato dalla Regione proprio perchè di potenza termica superiore ai 5 MW.
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La storia che sto per raccontare nasce dal confronto tra me e Gianluca a proposito dei costi troppo bassi dei panini nei fast food delle mutinazionali. Che storia c’è dietro un panino con hamburgher che costa 50 centesimi? Evidentemente le materie prime sono prodotte e gestite in maniera industriale e gli allevamenti che riforniscono quella carne sono quelli che producono all’anno 2 milioni di capi in condizioni disumane. Dunque, la scommessa era: è possibile coniugare qualità e rispetto ambientale in un panino con l’hamburger? La risposta sorprendentemente mi è arrivata dallo stesso Gianluca che mi ha indirizzata alla vicenda di Graziano Scaglia.
Graziano Scaglia, ha 40 anni e ha aperto a Rivoli, in via Susa 22/, un agrihamburgheria. Il M** Bun, così si chiama il fast food, ha gli asterischi poiché è in corso una vertenza tra loro e la Mc Donald a proposito dell’uso del nome. Machebun, questa la proununcia di M**Bun vuol dire “che buono” o “solo buono” e si riferiesce appunto alla qualità dei prodotti offerti in questo fast food. Di fatto il menù è quello tradizionale: panino con hamburgher e verdure o con cotoletta di pollo, birra, vino o soft drink, dolci, yoghurt e frutta. Ma dove sta la differenza tra questi prodotti e quelli di un fast food di tipo industriale? Ecco cosa mi ha detto Graziano Scaglia.
D.: Buongiorno Signor Scaglia, premetto che non voglio affrontare con lei il discorso del procedimento in corso che la vede oggetto delle attenzioni della catena di fast food Mc Donald’s ma dei prodotti che lei usa nella sua panineria.
R.:Allora mi presento: sono allevatore da quattro generazioni di bovini di razza piemontese. E già 45 anni fa mio nonno aveva una delle prime stalle a stabulazione libera, cioè le vacche giravano libere in stalla e non erano appunto legate. Le nostre non sono vacche da latte per cui i vitellini prendono il latte dalla loro vacca e li nutriamo con un mix di orzo, crusca, grano mais e fieno.
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