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Tutti gli articoli con tag foresta amazzonica

Deforestazione: distruggere il Central Park in 9 minuti

pubblicato da Marina

Il progetto What’s Missing è dell’artista Maya Lin che con il video che vi propongo su, vuole sensibilizzare l’opinione pubblica sugli effetti devastanti della deforestazione.

Spiega con le immagini Maya, che ogni 9 minuti perdiamo un area verde come il Central Park di New York o in 4 minuti l’Hyde Park di Londra.

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A scuola dagli sciamani per salvarne la cultura

pubblicato da missunderstanding

sciamano

In Amazzonia, al fianco delle associazioni che cercano di salvare la foresta pluviale dalla deforestazione, c’è una scuola speciale, nella quale si cerca di preservare l’antica cultura degli sciamani, perché la loro sapienza non si estingua. Per le tribù native dell’Amazzonia Nord Occidentale gli sciamani hanno sempre avuto un ruolo fondamentale come leader spirituali e come esperti di medicina naturale.

Nella scuola Malikai Depan, nel villaggio di Cachoeira Uapui, nella parte amazzonica del Brasile, si tramandano le antiche arti sciamaniche, con il supporto della Fondazione per gli Studi Sciamanici della California, interessata alla studio e alle tradizioni degli sciamani. Il percorso di studi è volto a tramandare i principi della medicina naturale e ad istruire gli studenti su come coltivare piante ed erbe officinali.

Malikai Dapana ha per adesso soltanto 12 iscritti ai suoi corsi, ma i fondatori della scuola sperano che gli iscritti e gli studenti desiderosi di apprendere l’arte sciamanica possano crescere, di odo che le tradizioni, la cultura e gli antichi costumi locali possano essere preservati dall’estinzione.

via | Treehugger

Foto | Flickr

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Niente più terre dell'Amazzonia agli stranieri, parola del presidente Lula

pubblicato da missunderstanding

amazzonia terra legalLula aveva annunciato il progetto Terra Legal già lo scorso giugno, a tutela dei territori e delle foreste dell’Amazzonia, contro il disboscamento e a favore degli abitanti dell’Amazzonia. Al progetto si aggiunge ora la clausola Amazonia Legal, ovvero la restrizione dell’acquisto di Terre da parte degli stranieri.

La norma prevede la tutela di circa 500 milioni di foresta negli stati di Amazonas, Parà, Mato Grosso, Maranhao e legalizza 67 milioni di ettari in mano a proprietari esistenti a cui si riconosce l’usufrutto, non la proprietà legale di terra e foresta.

Lula sembra fermo sulla tutela e la salvaguardia dell’Amazzonia: ai cittadini e alle imprese straniere non sarà più permesso di acquistare terre nel polmone verde del pianeta, mentre agli stranieri già proprietari sarà permesso di possedere un massimo di 1500 ettari in aree continue. Il piano Terra Legal prevede, oltre alla regolarizzazione delle proprietà, il pagamento di un titolo di possesso per appezzamenti di terreno maggiori di 400 ettari.

Il piano Terra Legal vieta il disboscamento in aree di foresta tropicale ed impone il rispetto delle aree naturali ai proprietari terrieri legalizzati, al fine di preservare la ricchezza dei territori e proteggere gli ecosistemi.

Foto | Flickr

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Requiem per gli Akuntsu, nell'Amazzonia brasiliana

pubblicato da alessandra

Gli Akuntsu popolo semisconosciuto tra i più esigui al mondo che vive nella foresta amazzonica. Appena 5, oggi, a causa della morte del loro membro più anziano. Storia tristissima, quella degli Akuntsu, cadenzata dal rumore di innumerevoli omicidi inferti da chi, non pago di distruggere l’ambiente e la fierezza della biodiversità in uno dei più grandi doni del nostro pianeta, l’Amazzonia brasiliana, uccide individui innocenti nel silenzio più assoluto dei media.

Questo popolo combatte ogni giorno, da oltre 50 anni, contro allevatori senza scrupoli disposti a tutto pur di procacciarsi la terra per i propri latifondi. E questo, nonostante l’impegno del FUNAI - il dipartimento per gli affari indiani del governo brasiliano - e nonostante la stessa permanenza degli indios in una zona delimitata - l’Omerê – riconosciuta dal Governo.

Gli Akuntsu sono gente pacifica, che crede nello spirito della foresta, che pesca e caccia nel pieno rispetto di tutte le specie, per cui anche tagliare un albero è un gesto estremo da compiere con prudenza e timore. Eppure, oggi, le loro possibilità di sopravvivenza sono ridotte ad un nulla e l’emblema di ciò è rappresentato dai nuovi monili indossati dalle (poche) donne: gioielli in plastica, ottenuti dagli imballaggi dei pesticidi usati dai campesinos a poche centinaia di metri, al posto delle conchiglie e dei frutti. Il loro destino pare segnato dalle ingorde, gigantesche fattorie che circondano l’Omere, utilizzate per l’allevamento dei bovini e la coltivazione della soia destinata, per lo più, a nutrire proprio quelle bestie che finiranno, cotoletta, nei panini dei più noti fast food del mondo…

Foto | Flickr

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I popoli indigeni del sud est del Perù contro le aziende petrolifere.

pubblicato da alessandra

Nello scorso mese di giugno aveva fatto scalpore l’uccisione di alcuni indigeni peruviani mentre manifestavano contro lo sfruttamento petrolifero della foresta amazzonica. La situazione oggi forse potrebbe essere ad una svolta, e lo speriamo vivamente.

E’ dal 9 settembre scorso, infatti, che la FENAMAD (Native Federation of the Madre de Dios River and tributaries) l’organizzazione cui fanno capo le popolazioni indigene locali, ha presentato un’istanza contro le compagnie Repsol-YPF, spagnola, e la Hunt Oil, statunitense, riguardo ai programmi di esplorazione petrolifera da questi perpetrati a danni del “lotto 76”: ovvero di una delle aree più belle e vitali all’interno dell’Amazzonia peruviana, nel cuore pulsante della riserva Amarakaeri.

L’argomentazione è duplice: da una parte la violazione del diritto, riconosciuto come fondamentale dalla legislazione internazionale, a “godere di un ambiente adeguato” e dall’altra, la violazione del diritto alla consultazione con i rappresentati delle popolazioni indigeni locali in questioni di loro diretto interesse come specificato nell’ambito dell’art.169 dell’IWO (International Work Organization) di cui il Perù è firmatario.

Spiega il portavoce della FENAMAD:

L’intento è garantire l’immediata cessazione di qualunque attività da parte delle compagnie petrolifere. L’attaccamento a questa terra da parte degli indios fa riferimento a un dono specialissimo del “lotto 76”, ben più importante di qualunque gallone di petrolio: un cuore in cui confluiscono le sorgenti di 6 fiumi. Ognuna di esse costituisce una riserve d’acqua, ma anche di vita, cultura e biodiversità. Uccidere tutto questo costituirebbe un delitto imperdonabile verso queste genti, la foresta tutta e noi stessi. La legge questa volta potrebbe essere dalla nostra parte, speriamo lo sia anche la comunità internazionale e che per una volta le lobby del petrolio siano zittite…

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Greenpeace: la Banca Mondiale cancella il prestito agli allevatori che deforestano l’Amazzonia

pubblicato da Orangeskies


Novità da Greenpeace sugli allevamenti che stanno causando la deforestazione dell’Amazzonia. L’associazione ambientalista ha infatti resto noto che l’International Finance Corporation, istituzione del Gruppo Banca Mondiale, ha cancellato il prestito di 90 milioni di dollari che aveva conbcesso alla Bertin, società brasiliana attiva nella lavorazione delle carni e della pelle.

Greenpeace fa notare che la decisione dell’Ifc arriva a due settimane dall’inchiesta di Greenpeace “Amazzonia che macello!”, che ha rivelato come l’espansione delle attività di allevamento di Bertin in Amazzonia sia stata la più importante causa della deforestazione, oltre che una pericolosa fonte di emissioni di gas serra a livello globale. Dei 90 milioni di dollari complessivi, trenta non saranno più erogati a Bertin, mentre gli altri 60, secondo quando dichiarato dall’Ifc, dovranno essere restituiti. Sulla Bertin, inoltre, la giustizia brasiliana ha aperto un’indagine e si appresta a chiedere all’azienda un indennizzo milionario per danni ambientali.

Le principali catene di supermercati in Brasile, da Wal Mart a Pan de Azucar fino a Carrefour, hanno cancellato i propri contratti con la società, visto che il governo ha imposto 200 euro di multa per ogni chilo di carne proveniente dall’Amazzonia. In Italia, invece, i clienti di Bertin, come Kraft Foods Italia, Gruppo Mastrotto e Chauteau d’Ax, non hanno ancora preso una posizione ufficiale.

Via | Greenpeace
Foto | Flickr

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Amazzonia: sospesa la costruzione della diga sul Rio Xingu

pubblicato da Marina

Rio delle amazzoni Il Tribunale federale del Parà ha sospeso le licenze per la costruzione della diga di Belo Monte nella foresta amazzonica. Per Roberto Messias, Presidente dell’Istituto Brasiliano dell’ambiente e delle risorse naturali rinnovabili - IBAMA - non è stata inoltrata alcuna comunicazione ufficiale e dunque è partito il ricorso.

Ad essere sospesi sono stati i lavori della diga di Belo Monte, una delle più grandi del pianeta, che sorgerà nella foresta Amazzonica, sul Rio Xingu uno degli affluenti del Rio delle Amazzoni. La diga avrà una capacità installata di 11 mila megawatt e dovrebbe essere pronta nel 2014. Il Governo brasiliano si aspetta di ottenere la licenza per l’inizio dei lavori prima della fine del mese di luglio e l’asta si terrà fino al mese di settembre di quest’anno. Il costo stimato dei lavori si aggira tra i 7 e i 10 miliardi di dollari. Ma la diga prenderà anche 500 kmq di foresta e 19mila persone che saranno dislocate altrove.

La sospensione è dovuta alla mancanza della documentazione che attesti con studi studi antropologici l’ impatto sulla comunità indigene della regione. Ma per il Governo brasiliano, rappresentato appunto dall’IBAMA la documentazione è a posto mentre per Antonio Carlos Campelo il Giudice Federale del Parà, non sono stati tenuti in debito conto i rilievi dei tecnici che hanno sottilineato come una diga in quella zona possa sconvolgere il delicato ecosistema, nonché togliere l’ambiente di sussistenza alle migliaia di indios che abitano la zona.

Via | Canal Rural, abril
Foto | Flickr

Amazzonia: Greenpeace accusa Nike, Reebok e Adidas di aiutare chi distrugge la foresta

pubblicato da Orangeskies


L’associazione ambientalista Greenpeace accusa le grandi marche di scarpe e articoli sportivi, su tutte Nike, Reebok e Adidas, che per soddisfare la loro necessità di pelle starebbero sostenendo gli allevatori di bestiame che distruggono la foresta amazzonica.

Complici silenziosi, secondo Greenpeace, potrebbero essere anche gruppi come Ikea, BMW e Kraft. Queste società sanno da che produttore arrivano le loro pelli, ma potrebbero non sapere da che allevatori quest’ultimo a sua volta le acquista. Questo può parzialmente giustificarne il comportamento, ma sono comunque coinvolti e secondo gli ambientalisti devono farsi carico della situazione.

Infatti, anche se all’apparenza i bovini non hanno grandi connessioni con la deforestazione dell’Amazzonia, in Brasile gli allevatori bruciano illegalmente la foresta per poter crescere tanti animali da soddisfare la domanda di carne, prodotti in pelle e glicerina. Quest’ultima viene usata anche per medicine e prodotti di bellezza.

La deforestazione riguarda anche i cambiamenti climatici, visto che in Amazzonia vengono trattenute grandi quantità di anidride carbonica che altrimenti contribuirebbero ad essa. Alla distruzione delle foreste viene attribuita la responsabilità per circa 1/5 delle emissioni globali di gas serra. Un inquinamento maggiore di quello prodotto da macchine, camion, treni, aerei e navi tutti messi assieme. L’industria dell’allevamento in Brasile è la più grande causa di deforestazione al mondo, e l’aumento della domanda di pelle significa più foresta distrutta per creare allevamenti.

Via | Greenpeace
Foto | Flickr

Dall'amazzonia una nuova specie di lievito

pubblicato da Luca

Cercano petrolio e trovano bioetilene. Foto di ReflexionesdeluzBioetanolo? Questo potrebbe essere uno dei primi pensieri di chi si è imbattuto nella nuova specie. La Candida carvajalis è stata ritrovata studiando legno marcio e resti vegetali e per questo, il processo di degradazione della lignina e della cellulosa, può rappresentare una possibile utilizzazione per il nuovo lievito, ma si aspettano ulteriori studi al riguardo.

Ancora una volta quindi capiamo che le risorse naturali vanno protette e tutelate perchè non abbiamo idea di quali tesori possono nascondere. La cosa che personalmente mi ha lasciato di stucco in tutta questa faccenda è stata un altra, ovvero il motivo che ha portato alla scoperta della C. carvajalis.

Enrique Carvajal ha scoperto la specie suddetta (da qui il nome della Candida carvajalis) mentre era alla ricerca di petrolio, cosa che personalmente intimorisce non poco! Pensate se dovessero trovare un bel giacimento per il quale valga la pena combattere tutti gli ambientalisti che immediatamente si smobiliterebbero a difesa dell’amazzonia, secondo voi chi l’avrebbe vinta?!

» Abstract e PDF dello studio

Via | Cordis
Foto | Reflexionesdeluz

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Amazzonia, il cambiamento climatico la farà sparire?

pubblicato da Marina

la foresta amazzonica rischia di sparire a causa dei cambiamenti climatici Se perdiamo la Foresta amazzonica il Pianeta vivrà uno squilibrio ambientale che di conseguenza si rifletterà su tutti gli esseri viventi. Lo scenario di cambiamento viene fuori dalle rilevazioni fatte dai satelliti Terra e Acqua della Nasa che hanno consentito di capire precisamente, quanto carbonio assorbe e rilascia questo polmone verde.

Ecco cosa accade a causa dei cambiamenti climatici alla foresta amazzonica. Scrive
Salvaleforeste:

L’innalzamento delle temperature accelera la crescita degli alberi, ma anche la loro mortalità, e la piu’ rapida decomposizione diminuisce la capacità di sequestrare carbonio nella biomassa e nel suolo. Al tempo stesso il crollo delle precipitazioni e l’aumento della siccità aumenterà il numero degli incendi, e ne renderà più difficile il controllo. E sul suolo arido, non ricresceranno più alberi. Si tratta di effetti già studiati in passato, ma è la prima volta che vengono quantificati gli effetti sul lungo periodo. E i risultati sono preoccupanti: con un innalzamento delle temperature di due gradi rispetto al livello pre-industriale (ipotesi più che ottimista) nel migliore dei casi un 20-40 per cento dell’Amazzonia sarà destinata a perire entro i prossimi cento anni. A tre gradi la percentuale sale al 75 per cento di distruzione, per effetto della crescente siccità. 4 gradi significherebbero una perdita dell’85 per cento. Nel bacino amazzonico circola un quinto dill’acqua dolce del pianeta: tra i 12mila e i 16mila km cubici di acqua l’anno, di cui il 40 per cento scorre lungo i fiumi e il restante 60 per cento viene restituito all’atmosfera dalle foreste, e assicura pioggie e acqua dolce a tutta l’America del Sud.

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