
Si è tenuta un paio di giorni fa a Kota Kinabalu in Malesia l’ottava assemblea del RSPO, ossia del Roundtable on Sustainable Palm Oil, associazione internazionale che promuove e certifica olio di palma proveniente da coltivazioni sostenibili. L‘olio di palma è un prodotto molto usato sia nelle produzioni alimentari (merendine, biscotti, creme spalmabili, ecc. ecc) sia nella cosmetica. Chiaro che noi consumatori facciamo la differenza se iniziamo a scegliere cosa acquistare; se iniziamo a valutare il comportamento delle aziende in merito ai loro criteri di approvvigionamento di questo prodotto. Il WWF ha esaminato 130 aziende, incluse quelle italiane e noi non ci facciamo una bella figura.
La produzione di olio di palma è devastante sugli ecosistemi e la biodiversità perché molte delle foreste pluviali e dunque antichissime e necessarie alla produzione di ossigeno e alla cattura della CO2, sono abbattute per far posto alla coltivazione della palma da olio (nella foto in alto la torta dei paesi produttori). Un criterio per ottenere olio di palma è produrlo secondo agricoltura sostenibile che di fatto rispetta la vegetazione circostante e il lavoro dei contadini.
L’associazione si preoccupa di diffondere buone pratiche per la coltivazione sostenibile delle palme da olio e che certifica con l’etichetta CSPO (Certified Sustainable Palm Oil) i prodotti ottenuti da olio di palma sostenibile. Il WWF che ha preso parte ai lavori ha esaminato 130 aziende, grandi e piccole, che dall’Australia, al Giappone, all’Europa usa l’olio di palma nei loro prodotti.
Continua a leggere: Olio di palma sostenibile, la pagella del WWF ci dice che prodotti acquistare
Il packaging della più celebre bambola del mondo, la bionda Barbie, è realizzato con carta derivante dal legname proveniente dalle foreste pluviali. Greenpeace ha organizzato una spettacolare campagna d’informazione e boicottaggio sulla nefasta politica di Mattel. L’idea è semplice: mettere al corrente lo storico compagno di Barbie, Ken, delle pratiche a cui si dedica la fidanzata quando sostiene di andare nella foresta pluviale per un “servizio fotografico“. Quando Ken scopre che Barbie contribuisce alla distruzione dell’habitat di specie in via d’estinzione come la Tigre di Sumatra decide di lasciarla per sempre.
Il video che sta diffondendo la campagna virale di Greenpeace ha già fatto il giro del web mentre gli attivisti dell’organizzazione ambientalista hanno dato l’assalto alla sede di Mattel esponendo lo striscione nel quale Ken annuncia a Barbie di non volere più nulla a che fare con lei. Dal sito è possibile inviare una mail di protesta, firmata, alla celebre casa produttrice di giocattoli.
Come capita spesso Greenpeace prende di mira i marchi più in vista (si veda il caso della Apple) con lo scopo di sensibilizzare sulle pratiche distruttive per l’ambiente che queste aziende metto in atto senza scrupoli per aumentare i loro profitti. La reazione dei consumatori, informati e coscienti di queste malefatte, è fondamentale per fare pressione sulle corporation. Qui potete trovare il report preparato da Greenpeace in PDF, qui invece la versione animata.




Continua a leggere: Barbie distrugge le foreste? Ken la lascia, la campagna di Greenpeace
Vi presento un canguro arboricolo, conosciuto con il nome scientifico di Dendrolagus goodfellowi. Se al suolo sono goffi, sugli alberi sono agilissimi. Possono vivere indistintamente in pianura e in montagna.
Il loro habitat è nelle foreste pluviali della Nuova Guinea e nel nord ovest del Queensland. Purtroppo, da qualche tempo, causa deforestazione, inizia a essere seriamente a rischio la loro sopravvivenza.
Il resto delle foto le trovate qui.
Foto | Damn Cool Pics

Nel mondo ci sono molte meno mangrovie di quanto si pensi. La maggior parte è in pessime condizioni e solo una percentuale minima di esse è sotto una qualche forma di tutela.
Queste notizie, tutt’altro che buone, provengono dalla Nasa e dal U.S Geological Survey che hanno fotografato dallo spazio, con una precisione fino ad oggi mai raggiunta, le foreste pluviali del pianeta e pubblicato i dati su Global Ecology and Biogeography.
Dai dati raccolti risulta che, rispetto alle stime precedenti, mancano all’appello il 12,3% di alberi di mangrovia: la superficie del pianeta coperta da questa pianta così importante per la difesa dell’ecosistema e delle coste (ad esempio dall’impatto dei cicloni) è pari a 137.760 km quadrati. Dal 1980 al 2000, poi, il 30% delle mangrovie è letteralmente sparito.
Quelle che restano sono quasi sempre in balia della cementificazione a scopo turistico o di altre forme di economia poco rispettose dell’ambiente e appena il 6,9% ricade in aree protette. Infine, oltre il 75% di questi alberi si trova in appena 15 paesi.
Via | Science Daily
Foto | Flickr

La band è di quelle toste e trasgressive, ma ciò non toglie che ai Pearl Jam interessi anche l’ambiente. Come dimostrarlo praticamente? Ecco che hanno siglato un accordo con Cascade Land Conservancy per abbattere le emissioni di CO2 generate dai loro concerti.
E’ dal 2003 che iu Pearl Jam hanno dato alla loro band una svolta green: infatti, già gli autobus che li scarrozzano negli Stati Uniti per le tappe dei loro concerti sono alimentati a biodiesel; provvedono a sostenere, con una parte dei guadagni dei loro oltre 60milioni di dischi venduti in tutto il mondo, politiche di salvaguardia delle Foreste pluviali; aderiscono per ogni loro tour a progetti di abbattimento delle emissioni di CO2.
Quest’anno la band ha deciso di collaborare con la CLC per ripristinare alberi autoctoni e tipici degli ecosistemi della zona di Puget Sound nello Stato di Washington. Allora, in pratica cosa comporta la partnership? La band ha donato 210.000 dollari e questi soldi saranno utilizzati per piantare circa 33 ettari di alberi e piante autoctone in Pugent Sound da qui al 2013, che contribuiranno a ridurre di 7.000 tonnellate le emissioni di anidride carbonica.
Ha scritto Stone Gossard chitarrista e fondatore sul sito della band:
Le aziende hanno l’opportunità di aprire la strada a un economia più consapevole, quella che considera la salute del nostro ambiente come inseparabile dal nostro personale benessere economico. Il monitoraggio delle emissioni di anidride carbonica emesse durante i concerti della band è uno dei più grandi passi che la nostra azienda sta compiendo in quella direzione, e speriamo che altre aziende si uniranno a noi in questo sforzo.
Via | Greenopolis
Foto | Flickr
Per far capire a chi non vuole la velocità alla quale perdiamo ettari ed ettari di foreste pluviali nel mondo, anche se forse lo sfruttamento della foresta Amazzonica è in declino, ci vuole un’immagine semplice, un’animazione che spiega meglio di discorsi e conferenze.
E’ così che Greenpeace Svizzera ha voluto rappresentare la deforestazione nel mondo, facendo vedere come ogni 2 secondi si perde un’area di foresta pluviale grande quanto un campo da calcio, anche se fatto di fiammiferi.
Dalla perdita della foresta pluviale più antica in Indonesia, alla più grande in Brasile, il fenomeno della deforestazione distrugge habitat ed ecosistemi unici al mondo, privando anche gli esseri umani del loro ambiente, come accade in Nigeria.
via | Treehugger

In Amazzonia, al fianco delle associazioni che cercano di salvare la foresta pluviale dalla deforestazione, c’è una scuola speciale, nella quale si cerca di preservare l’antica cultura degli sciamani, perché la loro sapienza non si estingua. Per le tribù native dell’Amazzonia Nord Occidentale gli sciamani hanno sempre avuto un ruolo fondamentale come leader spirituali e come esperti di medicina naturale.
Nella scuola Malikai Depan, nel villaggio di Cachoeira Uapui, nella parte amazzonica del Brasile, si tramandano le antiche arti sciamaniche, con il supporto della Fondazione per gli Studi Sciamanici della California, interessata alla studio e alle tradizioni degli sciamani. Il percorso di studi è volto a tramandare i principi della medicina naturale e ad istruire gli studenti su come coltivare piante ed erbe officinali.
Malikai Dapana ha per adesso soltanto 12 iscritti ai suoi corsi, ma i fondatori della scuola sperano che gli iscritti e gli studenti desiderosi di apprendere l’arte sciamanica possano crescere, di odo che le tradizioni, la cultura e gli antichi costumi locali possano essere preservati dall’estinzione.
via | Treehugger
Foto | Flickr

Le foreste del Camerun continuano ad essere tagliate in modo illegale, e tra i responsabili dello scempio ci sono aziende appartenenti a due gruppi italiani della filiera del legno. Ciò emerge da una serie di ispezioni effettuate tra maggio ed ottobre del 2009 da parte del Resource Extraction Monitoring, l’ente che verifica la legalità delle operazioni forestali per quanto riguarda le concessioni delle zone di foresta ed il volume di legname abbattuto.
Il Rapporto 88 evidenzia infrazioni commesse nei distretti di Bouma e Ngoko ad opera della SEFAC, appartenente al gruppo italiano Vasto Legno, che avrebbe dichiarato un volume di legname inferiore a quello realmente abbattuto per pagare meno tasse.
Il Rapporto 91 rivela infrazioni commesse nei distretti di Mbam e Inoubou da parte della Fipcam del Camerun, che fa riferimento alla Bruno Pavimenti Legno. Le infrazioni in quest’area riguardano le concessioni delle arre forestali da sfruttare: la Fipcam è accusata di appropriazione e furto di alberi appartenenti alle famiglie dei villaggi vicini, infrazione già segnalata nel 2007 da Friend of the Earth ed ora confermata dall’indagine della Rem.
L’Italia, con un traffico di circa 19 milioni di tonnellate annue di legno e derivati è tra i primi importatori europei di legname, e non fa certo onore ai due gruppi italiani citati l’appropriarsi del legname in modo illegale, guadagnandoci sopra a scapito delle foreste pluviali del Camerun.
Per ulteriori informazioni potete consultare la notizia qui su l’Osservatorio sulle Foreste che riporta i link ai pdf dei rapporti citati o consultare qui i 16 rapporti di analisi della Rem.
Foto | Flickr
WeForest è un movimento che nasce per volontà dell’associazione svizzera Neo, con una missione da portare a termine in 10 anni: fermare la deforestazione e sostenere il rimboschimento di 20milioni di km quadrati entro il 2020.
Perché? Perché le foreste stabilizzano il clima, combattono i cambiamenti climatici, prevengono la povertà, creano posti di lavoro, nutrono, fanno la differenza per tutti i motivi enunciati nel video. Un bel messaggio da inviare via mail per fare gli auguri di Natale e buon anno.
Che Google maps fosse uno strumento utile, nessuno lo aveva mai messo in dubbio, ma che potesse diventare un mezzo non trascurabile per la tutela dell’ambiente sinceramente, non lo pensavamo. E, invece…
Ecologisti da poltrona con l’animo del giustiziere: è giunto il vostro momento! Entro i primi mesi del 2010, infatti, Google avrà messo a punto un nuovo software che, in tempo reale, permetterà a chiunque sia dotato di un minimo di spirito di osservazione di monitorare, attraverso il satellite, ciò che accade in qualunque foresta pluviale del mondo e, contemporaneamente, di segnalare ogni presunta illegalità ad un organo internazionale ad hoc preposto alla vigilanza degli impegni presi dagli Stati contro la deforestazione. Basterà, in sostanza, confrontare le immagini attuali proposte da Google maps con quelle in archivio per scoprire gli abusi che, quotidianamente, colpiscono a morte le nostre foreste.
Fonte | you4planet
Foto | consumieclima