E’ da almeno 48 ore che nella Sicilia orientale si stanno abbattendo piogge torrenziali e venti oltre i 140Km/h registrati anche nel reggino in Calabria. Da Messina a Siracusa si è avuto un parziale di piogge di 239mm. A Catania una frana si è riversata in pieno centro, in via Acquicella (in alto la foto di Meteoweb). Molte scuole dalla locride a Catania e nel catanese resteranno chiuse; il mare fa registrare forza 7 con onde alte cinque metri con forti burrasche a causa dei venti di E-NE. Al Rifugio Sapienza sull’Etna sono bloccate da ieri 25 persone a causa di due metri di neve fresca caduta in queste ore. Venti forti anche a Palermo, con raffiche da 90 Km/h e voli deviati da Punta Raisi a Trapani Birgi. Ma cosa ha scatenato questo fenomeno climatico così violento nel Canale di Sicilia?
Scrive Peppe Caridi su Meteoweb:
Continua a imperversare il maltempo tra Calabria e Sicilia, a causa del centro di bassa pressione che si trova nel Canale di Sicilia e al momento ha un minimo barico di 1001 millibàr, molto profondo. Come possiamo vedere dalle mappe, tra catanese e messinese sono in atto dei temporali che determinano accumuli straordinari.
Qui la gallery della mareggiata a Palermo.
Sicilia e Calabria flagellate dalla pioggia
Foto | Meteoweb

Gira in queste ore la notizia dell’hamburger in provetta: il ricercatore Mark Post, della Maastricht University in Olanda ha annunciato che carne sintetica ricavata da staminali di mucca e sufficiente per una polpetta potrebbe essere pronta il prossimo ottobre. Noi di Ecoblog già nel 2007 eravamo a conoscenza degli studi olandesi e nel 2008 PETA lanciava la proposta di un premio da 1 milione di dollari a chi avesse inventato la carne in provetta entro il 2012.
Non sappiamo se PETA onorerà la sua promessa ma Post assicura che dal prossimo ottobre nella sua provetta ci sarà carne a sufficienza per un hamburger da far cucinare a uno chef 3 stelle Michelin ossia Heston Blumenthal. Diciamo che gli strali su questa ricerca si sono abbattuti da Coldiretti, (ma già nel 2007) e anche dalla LAV. Eh, già perché la ricerca viene veicolata come soluzione salva ambiente e Pianeta, panacea per i 7 miliardi di esseri umani che necessitano di carne. LAV però spiega che:
Negli ultimi 50 anni il consumo di carne nei paesi ricchi è aumentato in maniera esponenziale senza alcuna necessità (circa 87 kg il consumo pro-capite in Italia), alimentato da allevamenti ultra-intesivi dove gli animali sono soltanto prodotti da immettere sul mercato. Oltre alle sofferenze inflitte a miliardi di animali, gli allevamenti sono almeno in parte responsabili dell’attuale emergenza climatica a causa dell’impatto deleterio che l’attività zootecnica ha sull’ambiente. Molti autorevoli studi, inoltre, da anni hanno individuato una forte correlazione tra consumo di carne e alcune serie patologie, in particolare alcune forme di cancro.
La soluzione per evitare aberrazioni di questo genere? Qui, nel bacino del Mediterraneo seguire la nostra dieta. Spiega Paola Segurini responsabile LAV per il settore vegetarismo:
Basti pensare ai piatti a base di legumi, nutrienti e anche dal costo modesto non si tratta di rivoluzionare il nostro stile alimentare, ma più semplicemente di riscoprire anche le ricette dei nostri nonni ed essere davvero consapevoli di ciò che portiamo in tavola, scegliendo esclusivamente i prodotti migliori.
Via | Comunicato stampa
Foto | Flickr

Malgrado gli avvenimenti nucleari del 1945 il Giappone è una terra ben poco radioattiva; presenta una media nazionale pre-fukushima di 0,029 µSv/h su una media mondiale stimata a 0,05 µSv/h. Dunque per testare la radioattività a Tokyo il professore Yukio Hayakawa docente di geologia e vulcanologia all’università di Gunma ha percorso a piedi, munito di dosimetro e radiometro circa 7 Km nel quartiere di Kashiwa, nel nord -est della capitale giapponese. Le misurazioni, tappa per tappa sono disponibili qui. Ebbene la media rilevata dall’insieme delle misurazioni è stata di 0,30 µSv/h pari a 10 volte la media misurata nel 2010 e prima della catastrofe nucleare di Fukushima Daiichi
A Kashiwa appena fuori Tokyo e nella Prefettura di Chiba a novembre le analisi su terreno prelevato a 10 cm sotto il suolo davano 450.000 Bq/kg di cesio. Hayakawa inoltre ha pubblicato sul suo blog una carta comparativa tra le radiazioni di Fukushima Daiichi e quelle di Chernobyl, stabilendo che la dispersione di radio nuclidi è stata più importante a Fukushima nel 2011 che non a Chernobyl nel 1986.
Infine a tutto ciò si aggiunge la denuncia avanzata dal professore John Clammer che dalle pagine di oggi di The Hindu dichiara:
A un certo punto, il governo ha sostenuto che entro una certa quantità di radiazioni si era comunque al sicuro. Ma questo valore era di almeno 20 volte superiore alle quantità di radiazioni dichiarate come sicure o accettabili dall’Organizzazione Mondiale della Sanità . Il governo sta censurando informazioni, infatti, mentendoci costantemente. Essere a Tokyo era come essere in un film di fantascienza.
Merci à Pierre Fetet
Via | Gen4
Foto | Everytrail

Nichi Vendola insiste con la politica del ravanello (rosso fuori e bianco dentro) ossia far quadrare il cerchio della tutela della salute umana e ambientale e la presenza dell’Ilva a Taranto. Lo ha ribadito ancora una volta come riporta la Gazzetta del Mezzogiorno:
Il nostro obiettivo è quello di mettere in equilibrio diritto al lavoro e diritto all’ambiente e alla salute. Siamo all’indomani di diversi fatti, che raccontano la contraddittorietà e la drammaticità di una condizione: da un lato, alcuni lavoratori somministrati che minacciano di lanciarsi dal ponte e che chiedono di poter rientrare a lavorare all’Ilva; e dall’altro l’incidente probatorio, che è frutto di un’iniziativa del Comune di Taranto, che è teso a verificare quale siano le ragioni dell’inquinamento in città. Abbiamo, cioè, i due corni del problema: la domanda di lavoro e la domanda di ambiente e di salute. Il nostro lavoro, in questi anni, è stato sempre quello di tentare di mettere in equilibrio il diritto al lavoro e il diritto all’ambiente, perché sappiamo bene che rompere questo equilibrio vuol dire produrre una ferita, significa vedere sconfitte le ragioni di chi vuole cambiare, ma anche avere la possibilità di vivere e lavorare.
A sostenere con forza che l’Ilva inquina è la maxiperizia disposta dal Tribunale di Taranto. Ma Vendola governatore della Regione Puglia e Ecodem, pur di non farsi etichettare politicamente tra gli ambientalisti del partito del No sostiene l’industria. Anzi veicola la Puglia come regione ambientalmente virtuosa e che produce energie rinnovabili e come un mantra ripete il suo impegno:
bisogna rendere chiaro, anche ai cittadini, che quello che noi abbiamo fatto, dall’abbattimento delle diossine ai livelli più bassi d’Europa al contenimento del benzoapirene, riguarda il futuro, attiene a ciò che da ora in poi i camini sputeranno nell’atmosfera, ma non saranno certo le iniziative di oggi che ci salveranno da quello che è accaduto negli ultimi cinquant’anni.
La soluzione perciò? Lasciare che l’Ilva resti dov’è a patto che arrivino i soldi per far partire le bonifiche. Sarà che io non capisco nulla di politica, sarà che non mi rendo conto che l’economia in Puglia giri sull’industria pesante ma non riesco a capire che genere di introito e indotto i tarantini riescano a racimolare dalla fabbrica dei veleni che non possa essere compensato con una nuova attività industriale pulita. La green economy è piena, stracolma di aziende che sanno convivere con tutela della salute e dell’ambiente. Ma com’è, e ora cari lettori rispondetemi voi, che le aziende di questo Bel Paese delocalizzano tutte tranne quelle inquinanti? Perché l’Ilva di Taranto non delocalizza? e quella di Priolo, di Gela? e in Sardegna?
Via | La Gazzetta del Mezzogiorno
Foto | Flickr
A Parigi un macellaio incontra un vegan non è l’incipit di una storiella ma un vero incontro che si è tenuto lo scorso 16 febbraio alla biblioteca François Villon. I due mondi così lontani che si sono incontrati erano rappresentati da Yves-Marie Le Bourdonnec, macellaio famosissimo e autore del video-documentario Global Steak dove ha visitato allevamenti bovini sparsi nel mondo; di contro c’era Frabrice Nicolino, autore di molti saggi sull’ecologia tra cui Bidoche l’industrie de la viande menace le monde; ha moderato Olivier Postel-Vinay, direttore di Books. Al dibattito erano presenti almeno 200 vegan e ne rende conto su Promiseland il post di Barbara Primo che vi ha preso parte.
Dunque, stranamente il macellaio e l’ambientalista sono stati d’accordo su due punti: si consuma troppa carne; e gli allevamenti industriali sono dei lager:
Secondo il macellaio è utopistico pensare che il consumo di carne avrà una fine, quello che lui combatte e che bisogna eliminare è l’allevamento industriale; che gli animali devono essere nutriti con il cibo che è loro naturale, per esempio per allevare una mucca della razza Blanche d’Aquitaine ci vogliono quattro tonnellate di cereali, questo è innaturale, le mucche dovrebbero mangiare erba, venire allevate e poi abbattute per ricavarne la carne perché sono state create per questo. Un altro aspetto assurdo è quello delle sovvenzioni all’agricoltura dei cereali e agli allevamenti del bestiame, questi interventi economici non dovrebbero esistere se queste attività fossero sane perché riuscirebbero a sostenersi da sole.
I due esperti hanno spiegato perché oggi abbiamo in commercio animali da carne così grossi e grassi:
In questo contesto si è inserito il discorso dei danni ambientali che crea la coltivazione dei cereali per la nutrizione degli animali, anche il macellaio è d’accordo su questo e pone l’accento sul fatto che gli animali vengono allevati e nutriti in maniera innaturale, di questo ne da anche una spiegazione storica, a partire, circa un secolo fa, della selezione delle razze che fu fatta, in un primo momento fu favorito l’allevamento delle mucche da latte, con conseguente quasi sparizione delle mucche da carne. Le mucche da latte hanno un muscolo molto magro che poteva andare bene fino ad alcuni decenni fa quando la carne veniva consumata prevalentemente bollita. Con l’avvento della cottura alla griglia e della richiesta di una carne grassa (è il grasso che da la bontà alla carne… ne dubitavate?) gli allevatori si sono resi conto che nutrendo gli animali con i cereali riuscivano ad ottenere questo grasso in più necessario.
Purtroppo il dibattito è stato avaro sugli aspetti etici del non consumo di carne. Per qualcuno è stata l’ennesima occasione sprecata. Io penso che quantomeno è stato un passo avanti e che in Italia siamo ancora molto lontani da questo genere di confronti.
Via | Promiseland

Una breve premessa prima di raccontarvi del reportage ripreso da Pierre Fetet del blog Fukushima è necessaria. I francesi seguono, più di altri europei, la vicenda dell’incidente nucleare a Fukushima Daiichi in Giappone con ossessivo interesse per due motivi: il nocciolo degli antinuclearisti è molto forte; i politici hanno in Fukushima Daiichi il chiaro esempio di quel che potrebbe accadere a una delle 59 centrali nucleari presenti sul loro territorio. Il dibattito sull’abbandono del nucleare in Francia, nel mentre è in atto la campagna per le presidenziali, è accesissimo e i Verdi che sono spariti in Italia, hanno di contro la possibilità di veder eletto il loro primo presidente.
Per comprendere al meglio la tragedia vissuta dagli evacuati dalla zona interdetta di Fukushima, Janick Magne che vive in Giappone da 33 anni e candidata per gli EELV (i Verdi) per i francesi all’estero, ha visitato ieri Futaba, città fantasma a 1,5 Km dalla centrale di Fukushima Daiichi, in cui sembrerebbe in atto una fissione nel reattore nucleare nr.2. Magne ha lasciato una parte della sua testimonianza sia sulla pagina Fb sia sul suo blog. Spiega che il suo racconto è frutto della promessa fatta ai rifugiati di Futaba: diffondere al mondo intero lo stato in cui versano oggi i sopravvissuti a una catastrofe nucleare.
L’invito a Magne è giunto da una famiglia che ha abitato a Futaba fino al 12 marzo 2011, data dell’esplosione del reattore nr.1 e che l’ha invitata a fare un giro della città che a causa dell’intensa radioattività non ha potuto superare le 5 ore. Ovviamente il tour si è svolto nella massima sicurezza, incluse protezioni quali tuta e maschera e con il divieto di maneggiare oggetti che fossero entrati in contatto con il suolo a causa della forte radioattività: da 100 a 400 microsieverts/h (tasso normale a Tokyo: 0,08 microsieverts).
Continua a leggere: Reportage da Futaba città dell'area interdetta di Fukushima Daiichi
L’Ecole polytechnique fédérale EPFL di Losanna in Svizzera ha progettato per la modica cifra di 10milioni di franchi svizzeri ossia 8 milioni di euro cent più cent meno, di lanciare nello spazio un satellite spazzino (qui altri dettagli del progetto). Il compito di CleanSpace One sarà di raccogliere un bel po’ delle centinaia di migliaia di detriti, monnezza spaziale, che ruota intorno alla Terra e lanciarli in atmosfera, affinché possano distruggersi. Il problema non è di poco conto: lo scorso anno a causa di uno sciame di rifiuti elettronici fu evacuata con urgenza la ISS.
Ma in cosa consiste l’immondizia spaziale? Sostanzialmente in RAEE e a oggi si stimano circa 16mila rifiuti grandi meno di 10 cm che si comportano come veri proiettili pronti a colpire e danneggiare i satelliti funzionanti.
CleanSpace One avrà le misure di 30×10x10 cm e sarà lanciato in orbita tra il 2015 e il 2016; si aggancerà alla stazione Swisscube, picosatellite messo in orbita nel 2009 di 10 cm di lato o al TIsat.
Via |Maxisciences

Confesso che forse otto anni fa ero più entusiasta: l’idea di una campagna come M’Illumino di meno la trovavo interessante, incisiva e capace di scuotere dal torpore i consumatori di energia. Oggi, otto anni dopo, mi sembra una festa simile al Natale, al Capodanno e a S.Valentino: una consuetudine festaiola, modaiola, cazzeggiatoria. Io ne parlo, tu ne parli, indicizzano le parole chiave: andiamo con il boom di click sul post. No basta!
A me otto anni dopo M’illumino di meno, la campagna in favore del risparmio energetico con la pagina di Caterpillar la trasmissione di Radio Due (peraltro sponsorizzata da Eni) mi fa tanta tristezza. Perché? In otto anni non è cambiato niente di niente, nonostante la crisi finanziaria del 2008, la crisi economica in atto e la terza crisi quella delle risorse, dell’implosione planetaria, quella che verrà. Anzi, sono aumentati i partecipanti: i soliti vanitosi che pur di apparire nel flusso del mainstream marmellata a costo zero annuiscono e partecipano: tanto cosa costa? Finanche la Camera dei Deputati che spegnerà le luci dalle 18 alle 19,30 ma solo in piazza Montecitorio e piazza del Parlamento e ridurrà quella nei corridoi del Palazzo: risparmiatori! Più partecipativi alla Farnesina: sono stati invitati i dipendenti a adottare le buone pratiche di risparmio energetico e a usare la bicicletta! Il rottamatore Matteo Renzi sindaco di Firenze, pensate: diffonderà il decalogo delle buone pratiche (dopo il salto) in rete! Heilà che risparmiatore!
Non so: vogliamo aspettare il prossimo anno per dire che M’illumino di meno ha fallito il suo obiettivo o vogliamo dirlo ora? Anzi a dirla tutta: abbiamo fallito tutti l’obiettivo. L’iniziativa, in fondo è solo un contenitore vuoto che anno dopo anno si è cercato di riempire con le migliori intenzioni. Ma si sa l’inferno ha il pavimento lastricato di buone intenzioni. Diversamente se fosse stato un successo sarebbe durato giusto un paio di anni e le buone pratiche proposte (il decalogo dopo il salto) sarebbero divenute come i 10 Comandamenti per ogni cittadino che a cuore la vita su questo Pianeta.
Qui siamo nel pieno di un emergenza planetaria, con il picco del petrolio iniziato già nel 2005 ma domani giocheremo al risparmio energetico.
Continua a leggere: M'illumino di meno: ottava edizione. Durerà per quanto?
Appena qualche settimana fa commentavamo i risultati di uno studio tedesco, secondo cui l’avvento delle auto auto elettriche ha effettivamente senso in termini di emissioni di gas serra soltanto se alla base di tutto c’è una pianificazione energetica basata sulle rinnovabili; in caso contrario si assisterebbe addirittura, recita lo studio, ad un aumento delle emissioni. A tal proposito vorrei segnalarvi le recenti dichiarazioni di Pietro Menga, presidente del CIVES, la Commissione Italiana Veicoli Elettrici, che sostiene un’altra verità; i veicoli elettrici, si evince dalle dichiarazioni di Menga, ridurrebbero infatti le emissioni in termini generali e non soltanto a livello locale.
Il Presidente della CIVES ritiene che siano gli stessi numeri a parlare: se infatti è vero (in Italia) che per produrre un kWh di energia elettrica si emettono circa 450 grammi di CO2 e se si considera che una normale auto elettrica consuma dalla rete 0,13-0,18 chilowattora al chilometro a seconda della sua taglia, si evince come le emissioni complessive di gas serra di un normale veicolo elettrico si possano posizionare con buona approssimazione fra i 60 e gli 80 grammi al chilometro ovvero a valori inferiori a quelli di un’auto tradizionale a combustione interna, stimabili fra il 30 ed il 40%.
Per rincarare la dose e rispondere a chi lo accusa di faziosità (visto il comitato che rappresenta) Menga aggiunge poi: nel considerare le emissioni di una normale auto a combustione interna si dovrebbero aggiungere, oltre a quelle specificate nel libretto di circolazione (litri consumati per chilometri percorsi), anche quelle emissioni indirette prodotte da estrazione, trasporto, raffinazione e distribuzione dei carburanti che assommano più o meno al 16-17% di quelle emesse localmente quando il combustibile è la benzina, al 18-19% per il gasolio e al 25-27% per il metano delle auto bi-fuel.
Continua a leggere: Auto elettriche: secondo il CIVES sono un buon affare. Sarà vero?

Signori, il petrolio è finito, facciamocene una ragione. La notizia è vera e seria e viene pubblicata da Nature nonché ripresa in italiano da Le Scienze che vi cito testualmente:
A partire dal 2005, la produzione convenzionale di petrolio greggio non è cresciuta di pari passo con la crescita della domanda. Noi sosteniamo che il mercato del petrolio è passato a un nuovo e diverso stato, in una di quelle che in fisica si chiamano transizioni di fase: oggi la produzione è «anelastica», incapace cioè di seguire la crescita della domanda, e questo spinge i prezzi a oscillare in modo selvaggio. Le risorse degli altri combustibili fossili non sembrano in grado di colmare il buco.
Chiosa, giustamente Debora Billi su Petrolio:
Visto che si è finora dimostrato che gli “esperti” di cui si servono i governanti non leggono né i nostri umili blog, e neanche i più autorevoli documenti prodotti da fior di ricercatori ed Università, non rimane che sperare che diano una scorsa almeno a Nature o a Le Scienze. Altrimenti non si capisce proprio come possano continuare ad essere considerati “esperti” (o meglio… tecnici).
La mia di chiosa, invece è questa: proprio un paio di giorni fa ragionavo, dopo la lettura del libro di Danilo Bonato di come sia di fatto evidente, manifesto il collasso delle risorse; in termini planetari non ha granché senso continuare a estrarre ogni sorta di materia prima. Ebbene, la soluzione, probabilmente consisterebbe nell’approcciarsi all’ecologia e allo sviluppo sostenibile tenendo presente che sono le basi dell’economia e non i suoi prodotti. I segnali ci sono tutti, gli scienziati ci avvisano anche, cosa aspettiamo? Inermi l’implosione?
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