La tanto auspicata rivoluzione verde mondiale sta iniziando a muovere i suoi passi nei Paesi economicamente più sviluppati, eppure le difficoltà e le reticenze all’interno dei governi proponenti non sono poche. Solo ieri parlavamo di quelle degli Stati Uniti nell’approvare la legge anti CO2 che ha come obiettivo la riduzione dei gas a effetto serra ed il passaggio dell’economia verso sistemi energeticamente più sostenibili. Ma lo Stato americano non è il solo, tanto che anche un altro importante Paese sta mostrando le stesse difficoltà.
Parliamo dell’Australia, storica alleata degli americani nel non accettare per alcuni anni il Protocollo di Kyoto. Il governo locale si è infatti posto come obiettivo quello di arrivare entro il 2020 al 20% del fabbisogno da fonti rinnovabili. A sottolineare l’importanza del piano vi è inoltre un rapporto del Clean Energy Council che indica come il raggiungimento di tale obiettivo permetterebbe la creazione di circa 28.000 nuovi posti di lavoro.
Il governo australiano per portare avanti il programma sta mettendo a punto un piano strategico che prevederà investimenti pari a circa 12,5 miliardi di euro su tecnologie rinnovabili. Come negli Stati Uniti non mancano però i problemi ad accettare la strategia. Il pomo della discordia sarebbe dovuto non tanto ai contenuti della proposta quanto alla creazione del mercato di emissioni australiano.
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Il titolo non è uno scherzo, e la questione è seria: l’Istat ha diffuso i dati relativi alle spese ambientali sostenute dalle amministrazioni delle regioni italiane per il triennio 2004-2006 e il risultato medio della spesa per la tutela e la salvaguardia dell’ambiente è appunto 75 euro (pro capite). La serie di dati è calcolata secondo gli schemi del metodo europeo Seriee per le spese ambientali. Questi conti descrivono le spese effettuate da parte delle amministrazioni regionali per proteggere l’ambiente da fenomeni di:
Per tutte queste spese ogni regione italiana spende in media 75 euro l’anno. Si registrano valori inferiori alla media nazionale nel Nord-Ovest, Nord-Est e Centro (rispettivamente 44, 65 e 41 euro), e valori superiori di spesa destinata all’ambiente nel Sud e nelle Isole (rispettivamente 93 e 183 euro). Questa differenza è dovuta ad un ritardo strutturale delle regioni del Sud Italia e delle Isole nel triennio preso in esame, mancanza che è stata colmata dalle amministrazioni regionali che hanno investito in infrastrutture.
A cosa sono destinati questi 75 euro? Nel periodo 2004-2006, in media, in tutta Italia la spesa ambientale è stata destinata principalmente a finanziare interventi che hanno interessato i settori ambientali della gestione delle acque reflue, delle acque del sottosuolo e delle acque di superficie, delle acque interne oltre a quelle destinate alla protezione e al risanamento del suolo. Una parte delle spese è andata anche alla protezione della biodiversità e del paesaggio. Le amministrazioni regionali delle Isole, oltre che a questi settori ambientali, hanno destinato una quota importante della loro esosa spesa di 183 euro all’anno anche all’uso e alla gestione delle foreste.
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Nonostante la crisi, sembra che il settore verde sia l’unico in crescita, l’unico con bilanci in positivo e l’unica risorsa che può dare lavoro e impiegare chi il lavoro l’ha perso. Tenendo presente che gli investimenti in energie alternative, la ricerca di materiali sostenibili, l’attenzione del mondo verso pratiche ecologiche sono piuttosto giovani rispetto agli altri settori, allora sì, possiamo dire che il settore è in crescita, e non disperare.
Più aumenta la consapevolezza delle necessità di trovare fonti di energia alternative, più aumentano gli investimenti in tecnologie e strutture per lo sviluppo sostenibile, più aumentano gli investimenti nel settore energetico, più crescono i posti di lavoro. Dallo State of the World 2009: “(…) si ritiene che il solare e l’eolico continueranno a espandersi rapidamente. Con stime di investimenti favorevoli, entro il 2030 il numero di posti di lavoro nell’eolico potrebbe raggiungere 2,1 milioni e per allora l’industria del solare fotovoltaico potrebbe impiegare 6,3 milioni di individui”.
Altri settori che potrebbero creare nuovi posti di lavoro verde sono l’edilizia, qualora venissero adottati standard sostenibili e fosse necessario riconvertire gli edifici esistenti secondo le norme che limitano il danno all’ambiente e il settore dell’automobile, oggi fortemente in crisi, qualora virasse “verso sistemi di propulsione molto più efficienti e che non funzionino con combustibili fossili. Analogamente, l’ammodernamento dei motori a due tempi, altamente inquinanti e diffusissimi soprattutto in Asia, potrebbe creare molti posti di lavoro”. Secondo la FAO, anche i progetti di riforestazione sono un’ottimo canale per limitare la disoccupazione.
Riuscite ad avere una visione altrettanto positiva del fatto che investimenti verdi possano contribuire a migliorare la salute del pianeta e anche la condizione occupazionale dell’uomo?
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14 milioni sono i pendolari che secondo il Censis regolarmente usano il treno per andare al lavoro o a scuola, ma la loro vita è sempre più dura. L’ho fatto anche io durante l’università, e non ce la passavamo poi così male. Qualche ritardo, qualche sovraffollamento e viaggi in piedi, prezzi decenti. Ma sono passati più di dieci anni e da allora le condizioni sono molto peggiorate.
In un rapporto presentato oggi da Legambiente insieme ai Comitati dei Pendolari, si sottolinea come da anni gli investimenti nel settore delle ferrovie “popolari” (mi prendo la briga di chiamarle così per distinguerle da Eurostar e Alta Velocità) sono ridotti al lumicino o totalmente spenti. Sia a livello nazionale, ma soprattutto a livello Regionale. Sono infatti di competenza delle singole regioni gli stanziamenti di fondi per le ferrovie locali. Ma invece la tendenza degli ultimi anni è di dare il 70% dei fondi statali per le infrastrutture al trasporto su strada, lo 0,4% dei fondi regionali a quello su ferrovia.
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Che fra le tante dialettiche esistenti su consumi ed energia tenesse banco anche quella fra apocalittici fautori del picco del petrolio e ottimisti ad oltranza, lo sapevamo; non dimentichiamo che sempre di teorie si tratta, ma essendo legate a grandi interessi economici, non mancano né autorevoli conferme né altrettanto autorevoli smentite.
Quest’oggi è la volta dell’autorevole conferma. Pare infatti che il Financial Times sia entrato in possesso di una bozza di rapporto dell’International Energy Agency (IEA), secondo cui la capacità estrattiva dai maggiori impianti petroliferi del mondo, ha un tasso di diminuzione annuo del 9,1%.
Secondo il Financial Times questo sarebbe il primo studio autorevole sulle riserve del petrolio a divenire pubblico, visto che su tali questioni, la maggior parte dei paesi coinvolti, come ad esempio l’Arabia Saudita, ha da sempre preferito mantenere il più assoluto riserbo. Si tratta quindi di uno studio che si rivela allarmante, alla luce del fatto che, come anche la testata fa notare, la domanda energetica dell’industria si sta spostando sempre di più da USA, Europa e Giappone verso i paesi emergenti.
Ma quali previsioni fa questo rapporto IEA?
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I biocarburanti tengono banco all’interno delle decisioni nella Comunità Europea in tema di sostentabilità energetica e lotta al cambio climatico. Su questo tema arriva una notizia sull’Italia che per certi versi potrebbe stupire, considerando che per quel che riguarda la crescita economica, il nostro paese si trova attualmente in fase di stallo. L’Italia ha infatti migliorato il proprio piazzamento nella classifica legata agli investimenti in biodiesel, passando dalla quattordicesima all’ottava posizione mondiale.
Questo sicuramente grazie ad un piano governativo dell’Unione europea che prevede agevolazioni fiscali sul biodiesel italiano per 250mila milioni di tonnellate all’anno nel periodo 2007 -2010. L’indagine“Biofuels country attractiveness indices”, che misura il livello di attrattività per gli investimenti in biocarburanti. Dallo studio emerge anche come il Brasile abbia preso il posto degli Stati Uniti in qualità di destinazione preferita per gli investimenti in biocarburanti, collocandosi al top della classifica.
Continua a leggere: L'Italia sale nella classifica degli investimenti in biodiesel
Nonostante i grandi passi fatti nella creazione di nuovi prodotti e sostanze chimiche, sono ancora molte le industrie che continuano ad utilizzare centinaia di sostanze nocive (ad esempio l’usatissimo cloro).
Purtroppo esistono ancora numerosi ostacoli, quali ad esempio la mancanza di formazione e investimenti insufficienti, nel percorso che porterà all’utilizzo di prodotti chimici “ecologici” e alla progettazione di sostituiti per la maggior parte dei composti in utilizzo oggigiorno.
Dei circa 83.000 prodotti chimici in commercio, solo un centinaio di questi possono essere considerati “ecologici”. I restanti si accumulano nel corpo umano ed in natura, creando gravi danni ambientali e malattie come il cancro. Per alcuni prodotti non si conoscono neppure i rischi o sono comunque incerti.
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Il passaggio all’utilizzo di veicoli alimentati ad idrogeno potrebbe pesantemente ridurre la dipendenza statunitense dal petrolio e soprattutto diminuire le emissioni di anidride carbonica. Produrre veicoli ad idrogeno che siano anche competitivi sul mercato automobilistico però non è facile.
Attualmente il costo dei veicoli è troppo alto e vi è inoltre carenza di infrastrutture che producano e distribuiscano ampiamente idrogeno ai consumatori. Questi ostacoli potrebbero essere superati con il continuo supporto alla ricerca e allo sviluppo, siglando compromessi con l’industria automobilistica ed il governo.
Nel 2003, il presidente Bush ha annunciato l’investimento di 1.2 miliardi di dollari, per incoraggiare lo sviluppo della tecnologia di produzione d’idrogeno e di veicoli azionati attraverso una reazione chimica tra idrogeno e ossigeno, con la solo emissione di acqua e calore dal tubo di scappamento.
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Dopo quello del grano e dei cereali anche il prezzo del legno comincia la sua rapida ascesa sulla spinta del boom dei paesi asiatici. Molti analisti tengono d’occhio il settore, perché in molti caso il prezzo dipende più dal trasporto che dalla produzione stessa.
I nuovi investimenti in legname nella Nuova Zelanda, in Malesia, in Australia e in Papua Nuova Guinea, spinti dalle continue richieste dei consumatori cinesi, non potranno sopportare la domanda, costringendo all’impennata i prezzi di legname e cellulosa. Gli investitori istituzionali (banche, grosse società…) sono attratti da questo mercato perché fortunatamente gli alberi crescono indipendentemente dal ciclo economico o dall’andamento delle borse. Il rendimento annuo medio del comparto oscilla tra il 10 ed il 14% ben oltre un investimento finanziario non rischioso di lungo periodo.
Un problema che avrà forti impatti sui consumatori sarà la volatilità dei prezzi: come è avvenuto per il grano (ed i suoi derivati) nel corso del 2007, i prossimi 3-4 anni saranno delle continue “altalene”. La speranza è che a farne le spese non siano solo i consumatori finali dei paesi industrializzati ed i produttori iniziali nei paesi più poveri, con l’innegabile guadagno di tutta la distribuzione e degli intermediari.
Foto | Ordinary Guy
Fonte | Quotidiano il Sole24ore & FactSet
Enel Union Fenosa Renovables (Eufer), la joint venture tra Enel e Union Fenosa per lo sviluppo delle fonti rinnovabili, ha dato il via alla produzione del parco eolico spagnolo “Casa”, fornendo 30 Megawatt tramite 13 aerogeneratori situati nelle province spagnole di Vilalba e Guitiriz (Galizia).
La Eufer con l’installazione di questo impianto raggiungerà una potenza complessiva di 1.160 Megawatt interamente derivante da fonti rinnovabili. Nel corso del 2008 sono in preventivo altri 145 MW per l’obiettivo finale di 1.800 MW di potenza entro il 2012. Lo sviluppo delle fonti rinnovabili è parte del Piano Ambiente e Innovazione di Enel che prevede investimenti per oltre 4 miliardi di euro entro il 2011.
La penisola iberica non è nuova ad investimenti internazionali importanti, per questo Eufer prevede di continuare la politica di crescita fino al raggiungimento dei 20.000MW per il 2010. L’Italia, invece, territorio con caratteristiche naturali piuttosto simili alla Spagna, ha la vecchia abitudine di respingere questi progetti con la scusa della deturpazione ambientale. In molti sicuramente ricorderanno il caso del premio nobel Rubbia che voleva spingere l’uso di fonti rinnovabili in Sicilia costretto ad “emigrare” nella terra madrilena.
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