La Provincia di Ascoli Piceno, l’APA (Associazione Provinciale Allevatori) e l’azienda “Isolana” di Prato sono tra i promotori di una iniziativa interessante dal punto di vista energetico, utilizzando la lana prodotta nell’ascolano come materiale isolante. Insomma un vero e proprio cappotto per coibentare le nostre case.
L’uso di questo materiale non è nuovo, tuttavia l’assessore provinciale alle Attività Produttive Avelio Marini sostiene l’iniziativa anche perchè quel prodotto così nobile e dalle importanti caratteristiche andrebbe perduto; in questo modo invece si recupera una risorsa e si da’ respiro ai produttori che possono continuare con attività tradizionali del luogo.
I pannelli prodotti hanno ottime caratteristiche: oltre alla coibentazione sono infatti impermeabili, poco soggetti alla formazione di muffe, microorganismi e roditori, presentano una buona capacità fonoassorbente e sono resistenti al fuoco; il prezzo infine è basso e tale da rendere questo prodotto competitivo con altri materiali impiegati.
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Giampiero Maracchi, direttore dell’Istituto di Biometeorologia del CNR, durante il convegno su clima, energie e sfide ambientali di cui parlavamo qualche giorno fa, ha raccontato di come l’istituto biometereologico abbia calcolato che solo vestendosi in maniera più saggia e abbassando di due gradi il riscaldamento nelle abitazioni durante l’inverno, si sarebbe già al 20% dello sforzo necessario per rispettare gli impegni del protocollo di Kyoto.
Fino a 50 anni fa la gente usava vestiti più pesanti della media attuale per proteggersi dal freddo. Per rendere numericamente il concetto un capo di abbigliamento dei nostri nonni pesava mediamente 550 grammi al metro quadro, mentre uno di quelli che usiamo noi si aggira sui 200. Oggi buona parte dei tessuti che usiamo e’ di importazione, mentre fino a pochi decenni fa si usava lana italiana e altre fibre come la canapa; ovviamente, la filiera tessile nasceva e si chiudeva localmente.
Oggi il 95% della lana che viene tosata in Italia finisce in discarica come rifiuto speciale. Quel 5% rimanente viene usato in edilizia, come isolante, o da qualche artigiano che la infeltrisce per farne borsette e cappellini. Certo, la lana delle pecore del cachemire e’ un po’ più morbida della nostra e confezionare i vestiti dove il lavoro costa meno permette di guadagnarci molto, ma in tutto questo discorso andrebbero inclusi i costi ambientali del trasporto che, per ora, i produttori che fanno viaggiare le loro merci scaricano sulla collettività.

Quando spazzolate un cane vi restano dei peli di cui non sapete che cosa fare? Una signora di Salisburgo la fila e poi ne ricava oggetti di lana. Monika Stockinger ha iniziato la sua singolare attività di riciclaggio utilizzando la materia prima che ricavava dai cani del suo allevamento.
Per lavare e filare la lana di cane chiede qualche soldo, visto che ora è pensionata e usa questa attività per arrotondare le entrate. Il prodotto costa 66 Euro al chilo e può essere ottenuto solo miscelando la peluria più fine e morbida a normale lana di pecora. I peli che vi avanzano dalla tosatura primaverile di Fido non sono adatti ad essere filati e lavorati a maglia.
Nella sezione Hundewolle (lana canina) del suo sito potete vedere calze, maglioni e cappellini di sua produzione. Un golfino, tanto per dare una misura di paragone, pesa mezzo chilo circa.
Via | La Stampa