
Nel cuore della foresta pluviale amazzonica si sta consumando la battaglia per la sopravvivenza degli Awá, una tribù indigena nomade che conta appena 355 individui (è il numero di quelli contattati) e che vive in simbiosi con gli animali della foresta e gli alberi. Pensate che cento di loro non hanno mai avuto alcun tipo di contatto con il mondo esterno. E questo significa che sono doppiamente indifesi. Il loro sistema immunitario, infatti, è impreparato ad affrontare molti batteri e virus che noi sconfiggiamo ormai senza battere quasi ciglio, grazie agli anticorpi sviluppati nel corso dei secoli. Persino un banale raffreddore può ucciderli.
La Survival International, associazione attiva nella difesa dei diritti umani, ha accusato i taglialegna attivi nella foresta amazzonica di usare metodi alquanto discutibili per liberarsi dagli Awà, con uomini armati fino ai denti a protezione, si fa per dire, di alberi destinati all’abbattimento e dei nuovi insediamenti illegali, anche allevamenti, che stanno sottraendo la terra agli Awá. Tanto che un giudice brasiliano, José Carlos do Vale Madeira, non ha esitato a definire quanto sta accadendo in Amazzonia un vero e proprio genocidio.
Per la Survival International solo l’intervento diretto e tempestivo del Governo brasiliano può scongiurare il peggio, combattendo con ogni mezzo la caccia all’indigeno praticata dai sicari assoldati dai land-grabbers. Per la tutela dei diritti degli Awà si è attivato anche l’attore Colin Firth, protagonista di un video appello alle autorità brasiliane (verrà diffuso mercoledì prossimo), nell’ambito della nuova campagna promossa dalla FUNAI, la National Indian Foundation.
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La lotta per la mobilità sostenibile, in Africa, combattuta a suon di monocolture e di jatropha (una delle piante più utilizzate per la produzione dell’olio combustibile) sta mietendo moltissime vittime: la biodiversità, in primis, e le comunità rurali… Ma il più minacciato, forse, è il modello agricolo di piccola scala o di sussistenza quello che, da solo, come sostenuto persino dalla FAO, potrebbe nutrire il mondo in modo ecologicamente responsabile.
Inutile ricordare, infatti, che l’agricoltura familiare è quella più amata dall’ambiente (basti pensare all’avifauna, spesso minacciata proprio dall’incalzare delle moncolture) e dalle persone perché consente una maggiore differenziazione biologica e una più ampia varietà di prodotti. Eppure è quasi sempre sacrificata anche laddove è la fame lo spettro maggiore di una popolazione.
Terra Nuova, in un suo recente comunicato, parla della situazione in Senegal. Qui il cambiamento climatico si fa già sentire e quest’anno il 60% del raccolto annuale di miglio e cereali sarà perduto a causa della scarsità di piogge durante la stagione umida. Ma le piantagioni di Jatropha non conoscono crisi. Non ancora almeno, se è vero che gli investimenti in questo senso continuano a crescere sulla base del programma nazionale per i biocarburanti lanciato dal governo senegalese nel 2007.
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La campagna globale contro l’accaparramento delle terre è già iniziata un anno fa, a Dakar, quando organizzazioni contadine, associazioni di popoli indigeni e membri della società civile firmarono un documento con il quale si impegnavano a reagire contro i furti dei terreni agricoli ad opera delle multinazionali o degli Stati esteri. La forza di questo manifesto è stata recentemente ribadita nel novembre scorso, durante una conferenza internazionale tenutasi a Nyelenyi, in Mali.
Ieri, le onlus Terra Nuova e Crocevia hanno diffuso un comunicato in cui danno notizia di un’azione comune volta a scongiurare il proliferare del fenomeno anche nel nostro Paese.
L’obiettivo finale dell’iniziativa è indurre il nostro governo ad applicare e a far rispettare le “direttive volontarie per l’accesso facilitato alla terra” in negoziazione al Comitato Sicurezza Alimentare delle Nazioni Unite (presso la FAO). Le linee guida volontarie, infatti, sono direttive sulla cessione dei fondi rurali rivolte in ugual misura ai governi e alle imprese, alle banche e ai fondi d’investimento. Dare loro attuazione significa porre barriere molto precise al furto della terra, anche nei paesi terzi.
In Italia, la nostra capacità produttiva è stata erosa: oltre 700.000 piccole aziende sono sparite nell’arco di un decennio mentre il 30% dei terreni fertili è in mano all’1% delle aziende. In Africa, le mani sulla terra si allungano inesorabilmente. Tra i responsabili dei “furti del diritto a produrre” anche molte imprese italiane (Benetton, Agroils.. ecc.) e, intanto, cresce la tensione da parte delle comunità rurali.
Via | comunicato stampa
Foto | Flickr
Il land grabbing (l’accapparramento delle terre) uccide il diritto a produrre delle popolazioni locali. Ad affermarlo, le onlus Terra Nuova e Crocevia all’indomani di una conferenza sul tema tenutasi in Mali e fortemente voluta dalle organizzazioni contadine africane.
Attualmente, è in atto una vera e propria espoliazione di terre fertili da parte di multinazionali e governi nei Paesi del sud del mondo. Il fenomeno, però, riguarderebbe anche il nostro Paese.
I terreni confiscati alle popolazioni rurali da aziende e corporazioni servono in genere per la produzione di bio fuel, in modo da agevolare il passaggio a quella “mobilità sostenibile” prevista dalla Commissione Europea entro il 2015. Altre volte, la terra serve ad andare incontro alle richieste alimentari degli Stati più ricchi. Il metodo di coltivazione previsto, in ambedue i casi, è quello della monocoltura che depaupera il suolo e rilascia quantità ingenti di pesticidi. Con grosse ricadute in termini di preservazione degli ecosistemi e tutela della biodiversità. Le popolazioni locali, intanto, vengono private dell’accesso alla terra e ingrossano le sacche della popolazione affamata del pianeta.
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In questi giorni, alla FAO, a Roma, si sta svolgendo la 37 ima sessione del CFS (il comitato per la sicurezza alimentare) in cui si discute di land grabbing (il fastidioso fenomeno dell’accaparramento delle terre da parte di enti pubblici e privati con dolorose ripercussioni sulle comunità locali, sull’ambiente e sulla biodiversità) e di investimenti in agricoltura.
Tra gli incontri che ho seguito, uno - realizzato con il supporto della rete EuropAfrica - mi ha colpita particolarmente: “l’Africa può nutrire se stessa”. Soprattutto per la natura degli speaker:in egual misura e sullo stesso piano, membri dei governi e rappresentanti delle piattaforme contadine africane (PAFO). Con la convinzione di costruire un dialogo permanente. Per condurre l’Africa a nutrire se stessa. Da sola!E a partire dalla sua maggiore forza: la conoscenza millenaria dei piccoli contadini, nel rispetto dell’ambiente e delle comunità locali. Attraverso l’agricoltura familiare.
Per stessa ammissione dei rappresentanti governativi, provenienti da Kenya, Congo, Angola, Sud Africa e Ghana, l’agricoltura industriale di larga scala e focalizzata sulle monoculture non è una soluzione alla fame, in Africa, né al rispetto delle sue tradizioni, popolazioni e al suo meraviglioso ambiente. Occorre riconsiderare il principio della modernizzazione alla luce di un maggiore rispetto sociale e ambientale. Perché il diritto al cibo è un diritto fondamentale che non può essere assoggettato alle leggi di mercato. Il futuro dell’Africa è in Africa. E passa attraverso il sostegno, con investimenti mirati, a un’agricoltura familiare, sostenibile e di piccola scala che dia spazio alle giovani generazioni e alle donne. Rinforzando il partenariato tra i governi e le rappresentanze contadine nei processi politici.