Le trivellazioni di Bp nel Golfo della Sirte, in Libia, che tanto avevano fatto arrabbiare il nostro ministro dell’Ambiente, Stefania Prestigiacomo, si faranno. Ma un po’ più tardi e con altre attrezzature.
Le trivellazioni in questione, cinque pozzi off shore al centro del Mar Mediterraneo ad una profondità addirittura superiore a quella dell’ormai defunto pozzo Macondo, dovevano iniziare il mese prossimo. Bp, però, ha annunciato che ci sarà un ritardo.
E ha anche specificato che è un ritardo per questioni tecniche, di attrezzatura. Inizialmente, infatti, Bp si voleva affidare alle trivelle di Noble Corporation, ma poi ha preferito rivolgersi a Pride International.
Il dubbio di tutti, ovviamente, è se questo cambio di fornitore abbia a che fare (o possa influenzare) con la sicurezza delle operazioni, visto che non è passato neanche un anno dal disastro della Deepwater Horizon, con conseguente marea nera.
Bp, giusto per evitare che qualcuno pensi male, rifiuta di rispondere a qualsiasi domanda in merito…
I ragazzotti che vedete in gallery sono surfisti. Il fisico c’è, per carità. Ma anche il cervello. Dopo l’incontro con Rebecca Kopelman nasce il calendario Un anno con i surfisti strumento per raccogliere fondi. Gli scatti sono di Danh Miller. Qui la pagina su Fb.
Ha detto Rebecca Kopelman:
Ho messo assieme un gruppo unico di talenti israeliani per collaborare non per soldi ma per la pace e per l’acqua pulita.
A beneficiarne due associazioni no profit: la EcoOcean che si occupa della tutela del Mediterraneo orientale e del Mar rosso; Surfing4Peace, invece è un associazione che si occupa di creare dialogo e assistenza attraverso il surf in terre come Gaza e la Cisgiordania.
Ci auguriamo di poterlo acquistare anche in Italia.
Surfisti in difesa del Mar Mediterraneo




Foto | Green Prophet
Mentre il Ministro Stefania Prestigiacomo, lo ricordo al dicastero dell’Ambiente, chiede con forza che si proceda con la costruzione delle centrali nucleari in Italia, si dice però preoccupata dalle trivellazioni off shore di Bp in Libia.
Ohibò e perché lo sarebbe? La Libia affaccia nel Mar Mediterraneo e dunque un incidente simile a quello accorso nel Golfo del Messico potrebbe distruggere il nostro mare poiché chiuso e non aperto come l’Oceano.
Condivide il Ministro Prestigiacomo le preoccupazioni per un Mediterraneo probabilmente inquinato da un probabile incidente della Bp con il Senatore Antonio D’Alì, presidente della Commissione Ambiente e con Franco Frattini Ministro degli Esteri. Di certo, in quanto a inquinamento la Sicilia che affaccia al di qua della Libia può dirsi soddisfatta: il triangolo dei veleni Priolo, Augusta, Melisi soddisfa parecchi requisiti di invivibilità. Eppoi noi in Italia abbiamo proprio a Pozzallo la piattaforma di estrazione Vega di Edison che è sicura e non crea problemi.
Riferisce Marsala.it:
D’Alì ha anche rilevato che un eventuale incidente potrebbe tramutarsi in un “disastro irreversibile per tutti i paesi del Mediterraneo” che è un mare chiuso e già pesantemente inquinato dall’azione antropica. Il presidente D’Alì ha salutato con soddisfazione l’intervento del ministro Prestigiacomo perché “conferma la presa di coscienza del governo italiano dopo gli allarmi da me lanciati in Parlamento e ripresi anche dalla stampa internazionale. Confidiamo ora, dopo gli interventi sia del ministro Frattini, sia del ministro Prestigiacomo, che le azioni auspicate dalla commissione Ambiente del Senato possano trovare attuazione”. D’Alì si riferisce alle recenti mozioni approvate in Senato che di fatto costituiscono delle vere e proprie moratorie alle trivellazioni nelle acque italiane ma ribadisce anche che “il comune obiettivo deve esser bloccare le autorizzazioni alle trivellazioni in qualunque parte del Mediterraneo” a cominciare da quelle “pregresse italiane per le quali ci attendiamo coerentemente dal governo nei prossimi giorni una dichiarazione di immediata moratoria e una successiva revoca. Infatti perdurano alcune operazioni di ricerca nelle acque del Canale di Sicilia e segnatamente nelle vicinanze dell’isola di Pantelleria che stanno destando ’sospetti’ e allarme nelle popolazioni interessati e in tutta la Sicilia”.
Foto |Piazzagrande
A inizio anno, pubblicammo “Rompiscatole” la classifica - stilata da Greenpeace - sulla sostenibilità di alcune delle maggiori marche di tonno commercializzato in Italia augurandoci che potesse servire da monito per scelte più responsabili da parte dei consumatori e, soprattutto, dei produttori. I progressi, seppur limitati, non si sono fatti attendere: AsdoMar, ad esempio, da gennaio ad oggi, è passato dalla seconda posizione alla prima sulla base di miglioramenti sostanziali nei parametri di trasparenza; dell’incremento nella percentuale di tonnetto striato - una specie in buono stato e attualmente non a rischio -utilizzata nei propri prodotti e, non da ultimo, sulla base dei tentativi manifestati dalla stessa di “evolversi” verso metodi di pesca più sostenibile (lenza e amo). Callipo, invece, dalla zona “rossa” -considerata la più impattante- è passato a quella “arancio” mentre Rio mare ha promesso che verrà approntato un piano di sostenibilità adeguato entro la fine di quest’anno… Pollice completamente verso, invece, ancora una volta, per Mare aperto STAR e tonno Nostromo, sempre fanalini di coda e insensibili ad atteggiamenti più rispettosi di una specie tanto minacciata…
Eppur si muove! direbbe qualcuno, ma non è ancora abbastanza se è vero che nessuno dei 14 marchi analizzati è ancora riuscito a raggiungere la tanto agognata fascia “verde” che denoterebbe l’aderenza di un prodotto alla piena sostenibilità… Personalmente, tuttavia, continuo a credere che l’ipotesi vegetariana - specialmente in assenza di leggi internazionali e di sanzioni concrete che tutelino realmente le specie ittiche - sia di gran lunga la migliore….
Foto | Flickr

Fare il pescatore, al giorno d’oggi, è un lavoraccio. Il mare è sempre più povero, il gasolio è carissimo, certe reti non si possono più usare e, come se non bastasse, se fai il pescatore nel Canale di Sicilia ogni tanto ti becchi pure qualche raffica di mitra, come è successo qualche giorno fa al “Luna Rossa” di Mazzara del Vallo (Tp).
Ma, ad essere onesti, c’è un mestiere tipico del grande e bello Mar Mediterraneo che ultimamente è anche peggiore. Il mestiere del tonno. Già il tonno, per la precisione il tonno rosso che è quello tipico del nostro mare. Gli scienziati lo chiamano Thunnus Thynnus e lo considerano una piccola meraviglia della natura a causa delle sue splendide qualità organolettiche e nutrizionali: ha un gran sapore ed è una bomba di proteine.
Ho scoperto il Thunnus Thynnus qualche hanno fa grazie ad un amico che lo ha studiato per la sua tesi in medicina veterinaria. Me ne parlava in continuazione e sempre benissimo, avvertendomi contemporaneamente di quanto era scarso, in confronto, quello che mangiamo quotidianamente. Cioè il Thunnus Albacares, che non è una canzone di Vasco Rossi ma un pesce noto ai più come “tonno pinne gialle” e reso famoso da uno spot televisivo ed è buono per l’industria ma non per lo chef. Devo essere onesto, prima che il mio amico iniziasse la tesi credevo che esistesse un solo tonno: il tonno.
Greenpeace difende il tonno rosso dall’estinzione pubblicando una classifica, la Rompiscatole, particolarmente utile, per imparare ad acquistare scatolette di tonno prodotte secondo un criterio di pesca sostenibile. La classifica è disponibile sul sito tonnointrappola, che per ogni marchio fornisce la scheda di rilevazione e qui in pdf.
Spiega Greenpeace:
Abbiamo valutato 14 dei marchi di tonno in scatola più famosi in Italia e ben 11 finiscono “in rosso” perché non sono in grado di garantire la sostenibilità del proprio prodotto. Zero in pagella per MareAperto STAR, Consorcio e Nostromo. Meglio per Coop, ASdoMar e Mare Blu!
Greenpeace ha inviato alle aziende un questionario in cui, appunto, richiedeva informazioni sui metodi di pesca adottati o tollerati e sulle qualità di tonno usate per conoscere l’effettiva sostenibilità del prodotto. Le sorprese, ovviamente non sono mancate e alcune aziende non conoscevano l’origine del tonno che poi inscatolavano.
Continua a leggere: Tonno in scatola: scopri quello sostenibile
La notizia l’ho sentita stamattina su Ecoradio: le cicche di sigaretta inquinano più delle bottiglie di plastica. Dietro l’annuncio uno studio dell’Enea che sottolinea che per le cicche andrebbe adottata la raccolta differenziata in quanto inquinano l’ambiente al pari dei rifiuti tossici.
Le cicche di sigaretta sono per il 40% i rifiuti tossici presenti nel Mar Mediterraneo, mentre le bottiglie di plastica sono presenti per il 9,5%, i sacchetti di plastica per l’8,5% e le lattine di alluminio per il 7,6%.
Ma quali sono le sostanze inquinanti contenute nelle sigarette? Spiega Ecoradio:
Foto | Flickr
I sette capodogli che si sono spiaggiati il 10 dicembre a Capojale sono tutti morti ieri (secondo Marevivo sarebbero nove poiché due si sarebbero inabissati salvandosi). Gli ultimi due dopo una agonia più lunga e atroce. Nel Mediterraneo non esiste una piscina per accogliere questi mammiferi, non c’è un centro di coordinamento, non ci sono né competenze e né strutture e dunque nessuno avrebbe comunque potuto salvarli. Ecco la notizia è questa. Ora sono da rimuovere le carcasse, ogni capodoglio pesa tra i 15 e i 20 quintali, e nessuno sa ancora come fare. Nel pomeriggio di ieri hanno iniziato a spostarle con le pale meccaniche poi hanno iniziato a trascinarle con l’ausilio di camion. Ma le ruote si sono insabbiate e i mezzi hanno rischiato di capovolgersi. Le operazioni sono state fermate. Come risultato le povere carcasse sono state inutilmente straziate.
Secondo Fabrizio Bulgarini responsabile biodiveristà per il WWF:
Andando a memoria, episodi di questo tipo sono rari nel bacino del Mediterraneo, in particolare nel caso di più esemplari adulti, tutti attorno alle 15 tonnellate di peso.Tra le cause da accertare si ipotizza l’inquinamento chimicotossicologico e quello elettromagnetico, in particolare, questi animali subiscono delle interferenze dai sonar usati dalle imbarcazioni per la navigazione.
Scrive Michela Sanzone nel suo post Ma siamo sicuri che i capodogli non potevano essere salvati? su cagnanovairano:
Io penso che in questi casi la tempestività degli interventi sia fondamentale e qui di tempestivo, come al solito, non c’è stato niente; anche perché queste balene respirano aria sulla superficie dell’acqua tramite un singolo sfiatatoio a forma di s che è situato sul lato sinistro della parte anteriore dell’enorme testa, quindi, magari, si poteva intervenire inizialmente cercando di agevolarli nella respirazione (nel lasso di tempo in cui si attendeva la venuta degli addetti ai lavori, cioè all’incirca 15 ore!!)
Il cimitero dei cetacei: prendiamoci tutti le nostre responsabilità; istituzioni e popolo, perché anche noi cittadini cagnanesi non abbiamo fatto altro, ancora una volta, che rimanere fermi a guardare l’agonia di questi animali. Quanto sarebbe stato bello ,invece, un finale diverso: la popolazione cagnanese solidale cerca di salvare il gruppo di eccezionali visitatori.
Su Flickr il reportage di Nazario Cruciano del parziale recupero delle carcasse. Le immagini per la loro crudezza potrebbero impressionare i più sensibili.
Mentre in Italia continuano le polemiche per la costruzione di parchi eolici off shore, in Europa sembra si stia andando in netta controtendenza. Sull’argomento è intervenuto anche il commissario dell’Unione Europea per l’Energia, Andris Piebalgs, secondo cui sfruttare il vento al largo delle coste europee, fornirebbe una risposta alle sfide globali dei cambiamenti climatici contro i crescenti costi del carburante e la minaccia di interruzioni delle forniture di energia.
A dare certezze a Piegals sarebbe stato uno studio lanciato questi giorni dall’European Wind Energy Association (Ewea) dal titolo “Oceano di Opportunità”. Si tratta di un rapporto secondo cui l’energia eolica offshore potrebbe garantire il 10% del fabbisogno elettrico in tutta l’Europa. Lo studio è stato presentato in occasione della manifestazione European Offshore Wind 2009 che si è tenuta a Stoccolma.
Fra le particolarità di rilievo l’impatto ambientale derivante dall’impiego di impianti di questo tipo sulle emissioni; sembrerebbe che infatti le centrali eoliche già realizzate in mare e quelle in via di progettazione in Europa potrebbero evitare 200 milioni di tonnellate di emissioni di CO2 ogni anno. Lo studio, fra le altre cose, ipotizza uno scenario al 2020 abbastanza realistico, nel senso che non vengono presi in considerazione parchi eolici off shore costruiti nel sud Europa.
Continua a leggere: Eolico Off Shore? Dall'Europa arrivano consensi

Environment360, la rivista dell’Università di Yale ci riporta i tristi dati circa il record delle temperature toccate dagli oceani nel mese di luglio, le più alte che 130 anni di dati abbiano registrato secondo l’agenzia statunitense sul Clima.
Le temperature degli oceani del mese di luglio - di media 17°C - sono state di 1,1°F più calde rispetto alla media di tutto il XX secolo. L’innalzamento è dovuto al riscaldamento globale e al ciclo climatico di El Nino nel Pacifico.
Inusuali innalzamenti delle temperature sono stati registrati dal Golfo del Messico all’Artico, dove la temperatura in certe zone è stata trovata anche di 10°F superiore alla media. Il Mar Mediterraneo è stato di 3 gradi più caldo rispetto alla norma, così come l’Oceano Indiano. La preoccupazione, oltre che per gli oceani e le conseguenze che l’innalzamento della temperatura delle acque ha sul riscaldamento globale, è rivolta all’ecosistema marino e all’imminente scomparsa dei coralli.
Foto | Flickr