Il mare a nord della Francia è a rischio disastro ecologico: la YM Uranus, una nave cargo lunga circa 120 metri e battente bandiera maltese, si è scontrata con la Hanjin Rizhao, un colosso 25 volte più grande e battente bandiera di Panama. A bordo della Uranus ci sono circa 6.000 tonnellate di pygas, un combustibile altamente inquinante che potrebbe riversarsi in mare.
L’equipaggio della Uranun, 13 persone, è stato tratto in salvo da un elicottero giunto sul punto della collisione che è a circa 100 chilometri dalla costa della regione francese di Finistere. Lo scontro tra la piccola Uranus e la gigantesca Hanjin Rizhao ha danneggiato pesantemente lo scafo della prima che, partita da Porto Marghera, era diretta a Rotterdam, in Olanda (porto dove è stato girato il video che vedete e che raffigura proprio la Uranus).
Le autorità francesi, salvati i tredici marinai, stanno ora lavorando per evitare la fuoriuscita del pygas.
In questi giorni il Census of marine life, il comitato scientifico internazionale composto da 2.700 scienziati provenienti da tutto il mondo (Italia compresa) ha reso finalmente noti i risultati della sue enorme ricerca. Dopo 10 anni di lavoro sugli ecosistemi marini per censirne le specie e per comprendere le abitudini e i comportamenti dei suoi abitanti, i 360 ricercatori provenienti da 80 nazioni confermano la presenza di almeno 250.000 specie enumerate in 25 aree oggetto di studio. Ma i numeri, sottolineano, sono solo parziali e circa il 70% della vita del mare potrebbe ancora essere del tutto sconosciuta e nascosta prevalentamente negli abissi …
Gli animali più diffusi sono certamente i crostacei che, da soli, costituiscono 1l 19% delle specie censite, seguiti dai molluschi (17%), i pesci (12%), le alghe e i protozoi ambedue il 10%. Gli “altri vertebrati”, che comprendono i mammiferi marini, le tartarughe e gli uccelli marini sono appena il 2%.
Le aree a più alta densità di biodiversità marina sono, nell’ordine, il Giappone e l’Australia (33.000 le specie censite), la Cina (22.000), il Mediterraneo (con oltre 17.000 specie trovate) e il Golfo del Messico che, a causa della Marea nera, però, potrebbe essere vivere tempi davvero bui… La notizia del Mediterraneo scrigno di biodiversità, invece, conforta e dona un maggiore spessore al Mare Nostrum agli occhi di quanto lo hanno sempre sottovalutato: il 7% delle specie che lo abitano, infatti, sono stanziali e autoctone e solo l’Antartide può battere questo “record”, messo purtroppo a dura prova dal riscaldamento climatico e dalla migrazione nelle nostre acque di specie tropicali e subtropicali. Purtroppo, però, il Mediterraneo è risultato essere anche il bacino più a rischio a causa dell’elevatissimo numero di rotte commerciali . ..
Il 24 settembre, lo sversamento di carburante nel bel mezzo del Parco dell’Arcipelago Toscano a causa del naufragio di un peschereccio aveva fatto tremare più di qualcuno per le sorti del santuario marino e della Zps… Per fortuna, il 1° ottobre scorso, l’emergenza è rientrata con il recupero dell’imbarcazione. Ottimo lavoro, quindi! Ma è inutile negare che i tempi avrebbero potuto essere molto più brevi se i mezzi per il disinquinamento avessero presidiato l’area, come accadeva fino a due anni fa, e non fossero stati invece attraccati chissà dove a causa dei “necessari” tagli alla protezione dell’ambiente… Oggi, la questione è ancora di grande attualità, soprattutto ove si consideri che domani, 5 ottobre, scadrà la convenzione tra il Consorzio nazionale Castalia e il ministero dell’Ambiente.
Castalia Ecolmar, infatti, è il consorzio di società armatoriali operanti nel settore ambientale che dal 1991 lavora per prevenire, monitorare e rimediare ai casi di inquinamento da idrocarburi o sostanze chimiche nei mari e nei fiumi in linea con le normative internazionali. Eppure esso è destinato, nel giro di 24 ore, a “chiudere” i suoi 35 punti di pronto intervento sul territorio nazionale (dislocati in particolare in prossimità delle aree protette) e a mandare a casa i suoi circa 300 operatori altamente specializzati…
Tutto ciò è sconfortante anche perché la tutela delle acque è - o dovrebbe essere - una priorità dei governi , come testimoniano i recenti casi della Deepwater Horizon e del Lambro, e soprattutto quando la mole di chiatte e imbarcazioni per il trasporto di greggio non è trascurabile e le ipotesi di perforazione (nel Tirreno e nell’Adriatico) si moltiplicano… Per questo motivo, il Capogruppo della Commissione Ambiente Roberto Della Seta ha presentato nei giorni scorsi un’interrogazione parlamentare per chiedere al ministro dell’Ambiente Stefania Prestigiacomo di prendere le necessarie, nonché tempestive, precauzioni affinché un così importante servizio non venga negato al mare e all’intero sistema paese. Ma le risposte, a poche ore dalla scadenza della convenzione, tardano ad arrivare..
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Fedeli all’idea delle minicentrali nucleari da asporto (ne trovate qualcuna a questo indirizzo), i russi si preparano ad avere anche quelle galleggianti.
Dell’anno scorso la notizia dell’avvio del progetto, di pochi giorni fa quella della fine della sua prima parte.
Lo afferma The voice of Russia e lo riporta in Italia anche Energy Mix, blog italiano affezionato al nucleare. Si tratta, in pratica, di una grossa chiatta attrezzata per ospitare un paio di reattori nucleari di piccola taglia, 35 MW l’uno, idonei ad alimentare una città di medie dimensioni.
La prima chiatta è stata completata ed Energy mix ne rende noti i dettagli:
La base galleggiante è lunga 144 metri e larga 30 ed ha una durata di vita stimata in circa 40 anni. E presenta una lunga serie di vantaggi. A cominciare dal costo dell’energia generata, che è stimato pari a circa la metà del kWh prodotto da una centrale nucleare a terra, anche considerando i costi di smantellamento, infinitamente inferiori, e quelli delle infrastrutture ausiliarie ridotte, ad esempio per la trasformazione e il trasporto dell’elettricità, visto che le centrali possono essere situate a ridosso dei luoghi di utilizzo
Continua a leggere: Centrali nucleari che galleggiano, si va avanti in Russia

La Malesia rischia di fare la fine della Louisiana? Non si sa ed è presto per dirlo ma la cosa certa è che a circa 240 chilometri dalla costa ci sono alcune piattaforme petrolifere che perdono petrolio.
Petronas, la compagnia statale dell’energia, parla di piccole perdite di petrolio nelle acque che circondano le piattaforme. Non dice, però, quanti siano gli impianti ad avere problemi né quanto petrolio stia uscendo.
Ha ammesso, però, il blocco di alcuni impianti e la presenza in loco di alcune squadre che stanno lavorando per ripulire il mare. Confermato anche l’utilizzo, sul fondo dell’oceano, di un robot per individuare il punto esatto della falla.
Speriamo che le somiglianze con la tristissima storia della Deepwater Horizon, e della conseguente marea nera, finiscano qui.

Saipem, società del gruppo Eni specializzata nella realizzazione di pozzi petroliferi on shore e off shore e nell’erogazione di servizi alle imprese operanti nel settore petrolio e gas, ha annunciato di essersi aggiudicata una serie di importanti commesse all’estero per un valore totale di circa un miliardo di euro.
Le aree interessate dai contratti sono il Caspio, Kazako ed Azero, il Brasile, il Medio Oriente, l’Africa Occidentale, il Mare del Nord e il Messico. I lavori vengono ben descritti da un comunicato stampa ufficiale dell’azienda ma, stranamente, non vi sono dettagli sui contratti riguardanti il Messico.
Ancora più strano che l’agenzia Agi Energia, di proprietà dell’Eni, del comunicato trasmetta solo una stringatissima sintesi (seguita da tre puntini di sospensione) mentre di solito procede al classico copia e incolla dell’intero comunicato stampa. Che tipo di attività svolgerà Saipem in Messico? Si sa solo che saranno off shore, cioè nel golfo…
Via | Saipem, Agi Energia
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Peter Bethune, attivista neozelandese dell’associazione Pastori del mare, è stato condannato dal tribunale di Tokyo a due anni di carcere con la condizionale per aver ostacolato le attività delle baleniere giapponesi nell’oceano Antartico. Bethune, però, grazie alla condizionale non sarà arrestato ma rimpatriato e la cosa non ha fatto per nulla piacere alla potente lobby giapponese della caccia alla balena che chiedeva, addirittura, la pena capitale.
Ieri mattina, per questo motivo, una dozzina di manifestanti in kimono ha protestato davanti al tribunale che stava per emettere la sentenza per gridare slogan pesanti come “dategli una vera punizione” e “merita la pena capitale”.
Bethune, in realtà, è uno tosto: a gennaio una scialuppa di una baleniera giapponese gli ha distrutto il catamarano e lui, per vendetta, il mese successivo ha assalito da solo la stessa baleniera con l’intento di spalmare del burro avariato sulla faccia del capitano.
Come riporta Asia News, Bethune voleva persino arrestare da solo il capitano della nave per tentato omicidio e chiedere il conto per i danni al catamarano, circa 3 milioni di dollari, ma ha fatto la fine opposta: appena salito a bordo della baleniera è stato arrestato e portato in Giappone per il processo.
Processo durante il quale Bethune non ha mai negato di lavorare quotidianamente per bloccare il commercio delle balene, di possedere illegalmente un coltello, di essere salito senza autorizzazione sulla baleniera e di aver ferito un marinaio lanciandogli contro una bottiglia contenente acido butirrico, cioè un acido non pericoloso normalmente presente nel burro avariato.

Abbiamo già parlato della marea nera su Ecoblog, ma quello che può sfuggire è la grande area interessata da questo disastro ambientale. Il sito “If it was my home“, dal chiaro titolo, permette di far comprendere a chiunque la portata e l’ampiezza territoriale di un simile inquinamento: basta inserire il nome di una qualsiasi città del mondo per rendersi conto dell’importanza e della serietà di questa vicenda.
E come potete vedere voi stessi dalla foto, inserendo Milano, tocca Innsbruck e arriva persino in Svizzera e Francia…

Questa notizia merita di gran lunga l’inserimento nella categoria “Greenwashing“: il ministro dell’Ambiente, Stefania Prestigiacomo, ha ottenuto dal Consiglio dei Ministri nuove regole più rigide per le trivellazioni petrolifere off shore. Per descriverle, onde evitare fraintendimenti, non c’è nulla di meglio che riportare il comunicato stampa del Ministero, con tanto di errori di battitura:
E’ stato infatti introdotto il divieto assoluto di ricerca, prospezione e estrazione di idrocarburi all’intero delle aree marine e costiere protette e per una fascia di mare di 12 miglia attorno al perimetro eterno delle zone di mare e di costa protette. Inoltre le attività di ricerca ed estrazione di petrolio sono vietate nella fascia marina di 5 miglia lungo l’intero perimetro costiero nazionale. Al di fuori di queste aree in cui vige il divieto, le attività di ricerca ed estrazione di idrocarburi saranno tutte sottoposte a Valutazione di Impatto Ambientale
L’unica vera novità sta nel fatto che non si potrà fare ricerca sismica all’interno delle aree protette: l’estrazione, seppur non esplicitamente, è già vietata dal diritto italiano e internazionale visto che si tratta di una attività economica e l’area è protetta. O, almeno, così dovrebbe: quasi sempre le multinazionali del petrolio ci provano lo stesso…
Per quanto riguarda la Via alle attività di ricerca ed estrazione, non è una novità: le società fanno sempre istanza di esclusione dalla procedura di Via, ma solitamente la ottengono solo per le ricerche sismiche e, in ogni caso, con una serie di prescrizioni da rispettare. L’unico risultato della nuova norma sarà di allungare i tempi e di fare incassare qualche spicciolo in più allo Stato per la copertura dei costi della procedura Via.
Ma, burocrazia a parte, è la sostanza che sfiora il ridicolo: 5 miglia dalla costa e 12 dalle aree marine protette è un’offesa all’intelligenza. In caso di disastro, infatti, il petrolio ci mette assai poco a fare 12 miglia, figuriamoci 5. Non dimentichiamo, ad esempio, che l’ormai famigerata marea nera in un paio di mesi ha coperto un’area grossa quanto la Sicilia. Non si capisce proprio, a questo punto, cosa dovrebbero provare a proteggere le nuove norme varate dalla Prestigiacomo.
Via | Ministero dell’Ambiente
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Anche oggi, 8 giugno, ricorre l’ennesima commomorazione, quella dedicata agli Oceani e all’indiscusso valore della loro tutela. Peccato, però, che proprio non se ne parli e che, soprattutto, anche quando le parole non mancano gli interventi concreti risultino, di fatto, inesistenti. Forse abbiamo davvero bisogno di più concretezza e meno chiacchiere… A lanciare l’allarme (come se fosse ancora necessario..) sullo stato di salute dei nostri mari ci ha pensato, fra gli altri, il WWF. Inevitabilmemte, la radiografia del sistema mare, mostra impietosamente gli innumerevli segnali di disfatta e le residue, minime, opportunità di riscatto per un ecosistema che rischia il tracollo. Inquinamento, inefficacia e insufficienza - quando ci sono - delle misure atte a preservarne la limpidezza, numero sempre crescente di “carrette del mare” atte a trasportare petrolio in lungo e in largo per il globo, ma soprattutto pesca illegale e insensata incapace di adeguarsi ai pareri della comunità scientifica internazionale rappresentano alcune tra le principali problematiche a cui gli Stati aderenti alla Conferenza delle Parti della Convenzione della diversità biologica cercheranno (?) di trovare rimedio, in ottobre, a Nagoya. In Giappone.
Eppure, il settore ittico, rappresenta - direttamente o indirettamente - la fonte di guadagno per almeno 170 milioni di persone in tutto il mondo, corrodendo almeno il 65 per cento degli stock di pesce, che risulta gravemente sovrasfruttato, tanto da aver indotto l’Onu, non più di un mese fa, ad ipotizzare un mare senza pesci in appena un quarantennio… Mentre la pesca illegale porta profitti per quasi 1,2 miliardi di dollari l’anno e le reti astrascico sono i principali responsabili della distruzione delle barriere coralline in profondità. Ma c’è ancora una possibilità: eliminare i sussidi all’industria della pesca e garantire maggiore e più numerose aree di tutela, suggerisce il WWF International. Ad oggi, solo l’1% degli Oceani è supportato da una qualche forma di protezione, il restante 99%, no. E spesso le attività più minacciose per l’ecosistema marino si attivano proprio nelle acque internazionali, profonde, spesso mosse dalle principali correnti, vitali per migliaia di specie. Forse bisognerebbe pensarci, tra un sushi e l’altro….