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Tutti gli articoli con tag marea nera

Costacrociere Concordia, Clini: "E' allarme inquinamento nell'Argentario"

pubblicato da Marina

fusti dispersi nel mare di livorno

Il ministro dell’Ambiente Corrado Clini lancia l’allarme ambientale in tutto l’Argentario. Infatti le coste della Toscana sono a rischio sia per la marea nera quale possibile perdita delle 2300 tonnellate di carburante stivate nei 17 compartimenti a doppio fondo della Costa Concordia sia per gli effetti di 198 bidoni tossici persi in mare dall’EuroCargo Venezia.

Il fattore meteo però sta rendendo difficili, nel caso della Costa Concordia arenata nelle acque dell’Isola del Giglio, sia le operazioni di soccorso sia le operazioni di studio per il recupero di carburante, entrambe sospese a causa del maltempo.

Invece non si hanno notizie del carico velenoso contenente catalizzatori cobalto/molibdeno (Co/Mo) e trasportao dall’Eurocargo Venezia che sarebbe stato disperso nella notte tra il 12 e 13 dicembre scorso tra Gorgona e le Secche di Santa Lucia. Non si conosce ancora il punto preciso in cui sono finiti i fusti e le autorità sono alla loro ricerca.

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Una legge per prevenire i disastri petroliferi offshore, la propone l'UE

pubblicato da AlterEco

piattaforma deepwater horizon

Misure di prevenzione più rigide che mettano al sicuro le acque e le coste degli Stati membri dai disastri petroliferi provocati dalle piattaforme di trivellazione offshore. È la proposta che arriva dalla Commissione Europea.

Un disegno che mira ad escludere dai mari europei le compagnie petrolifere che non possiedono determinati requisiti: piani di emergenza adeguati ad intervenire in incidenti avvenuti in acque profonde, e dunque in condizioni operative estremamente difficili; fondi sufficienti a risarcire danni per miliardi di euro; infrastrutture che non facciano acqua da tutte le parti.

Come ha sottolineato il Commissario UE all’Energia, Günther Oettinger:

Oggi la maggior parte del petrolio e del gas in Europa viene prodotto offshore, spesso in condizioni difficili. I rischi però stanno aumentando perché si opera a profondità sempre maggiori. Per questo prevenire incidenti come quello nel Golfo del Messico e assicurarsi che vengano adottate le migliori pratiche è un dovere indiscutibile.

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Marea nera in Nuova Zelanda: la Rena si sta per spezzare

pubblicato da Nestor Carnevali


Il destino della Rena sta tenendo con il fiato sospeso i neozelandesi quanto l’imminente finale del campionato mondiale di Rugby che vedrà impegnati gli All Blacks contro la Francia. La situazione della nave portacontainer, incagliatasi al largo della Nuova Zelanda per un errore umano, potrebbe rapidamente peggiorare. Nonostante le 350 tonnellate di petrolio disperse in mare abbiano già provocato la morte di 1.250 uccelli marini e gravissimi danni nel tratto di mare coinvolto il peggio dovrebbe ancora venire. Il lavoro di svuotamento dei serbatoi è stato reso difficile dalle avverse condizioni meteorologiche e i timori iniziali sembrano confermarsi: la nave è destinata a spezzarsi in due liberando in acqua altre 1000 tonnellate di carburante.

Secondo quanto riferisce il New Zealand Herald gli stessi venti e le onde che impediscono alle squadre di soccorso di liberare la nave dal suo carico (11 dei container trasportano sostanze pericolose) stanno mettendo a dura prova l’integrità strutturale dello scafo già gravemente danneggiato dall’urto con la barriera corallina. Tutto il lavoro fatto dai volontari sulle spiagge di Tauranga potrebbe rivelarsi inutile se lo scafo dovesse effettivamente spezzarsi in due. Se questo scenario dovesse avverarsi i danni ambientali sarebbero di portata drammatica.

Foto | New Zealand Herald

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Marea nera in Nuova Zelanda causata da errore umano

pubblicato da Marina

la rena incagliata nel reef rischia di spezzarsi

La marea nera che ha colpito le coste della Nuova Zelanda a 12 miglia nautiche da Tauranga, sulla costa est di North Island è stata causata da un errore umano. Una settimana fa la nave portacontainer Rena battente bandiera Liberiana si è incagliata nel reef, secondo le accuse, per una errata manovra. Dopo l’incidente è iniziata la fuoriuscita di carburante, circa 300 tonnellate di petrolio.

Per ora è stato accusato il capitano, un filippino di 44 anni, comparso stamane dinnanzi la Tauranga District Court, ossia il tribunale. Rilasciato su cauzione si dovrà ripresentare il prossimo 19 ottobre. Rischia una multa da 10mila dollari neozelandesi e l’arresto fino a 12 mesi.

La situazione ambientale è grave e preoccupa non poco i neozelandesi. Il carico contava 1368 container di cui 11 contenenti sostanze pericolose. Ora si teme che a causa delle onde alte e del maltempo la Rena si possa spezzare rilasciando altro petrolio. Intanto volontari sono a lavoro sia per pulire le spiagge sia per salvare gli animali coinvolti nell’incidente.

Un dato interessante: i media neozelandesi stanno trattando la vicenda al pari di un crimine efferato tanto da voler pubblicare in prima pagina la foto del capitano, azione però sospesa dal tribunale che ha impedito la diffusione dell’identità dell’ufficiale. Qui trovate i video della Rena incagliata e della comparsa del capitano in tribunale.

Via | Stuff
Foto | Stuff

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Franca Sozzani (Vogue): "L'ecologia non interessa a nessuno"

pubblicato da Marina

Franca Sozzani Franca Sozzani è il direttore di Vogue Italia e recentemente è stata nominata goodwill ambassador, ambasciatore di buona volontà, per Fashion 4 development, partner operativo con le Nazioni unite che ha per obiettivo l’autodeterminazione femminile e lo sviluppo sostenibile attraverso la moda. Ho letto di questo progetto attraverso le pagine di Vanity Fair (nr.38).

Il mondo della Moda, per come è concepito oggi, è quanto di più lontano si possa immaginare dallo sviluppo sostenibile e da un approccio rispettoso dell’ambiente. E dunque ben vengano iniziative che quanto meno mettono in discussione questo approccio. Un anno fa proprio dalle pagine di ecoblog vi raccontavo del servizio di moda di Vogue, ispirato ai danni ambientali della marea nera nel Golfo del Messico. L’approccio quella volta lo trovai un po’ troppo sopra le righe.

Ma c’è una considerazione del direttore di Vogue fatta oggi che esprime a fine intervista in cui spiega che tra i temi che vorrebbe affrontare c’è:

L’ecologia legata alla moda. Siamo molto indietro. Ma sa qual’è il problema? Non fa notizia. Le ragazze formose hanno colpito e oggi H&M ha un settore curvy; lo stesso Top Shop. Con l’ecologia finora non ha funzionato. Sembra che alla gente non interessi.

Purtroppo l’intervista finisce qui. Peccato! Perché l’analisi è tremendamente vera e sarebbe stato interessante proseguire per capirne i motivi. In fondo se non c’è una domanda non c’è neanche un offerta e questo vale anche per l’ecologia che rientra evidentemente nelle logiche di mercato. Il che fa considerare che forse la green economy potrebbe essere ancora molto lontana.

Comunque il direttore di Vogue Italia, apre uno spartiacque su questo tema e al suo progetto ha dato il titolo di Giving back is the new luxury: restituire è il nuovo lusso. Restituire cosa? Competenze, ricchezza, risorse a quei popoli e paesi che fino a oggi sono sfruttati. Di fatto Vogue Italia potrebbe davvero essere il primo punto di riferimento per una presa di coscienza totale dell’impatto ambientale del sistema moda e Franca Sozzani spiega che ridistribuire la ricchezza non potrà che far del bene a tutti.

Foto | Vogue

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Marea nera, pubblicato il Rapporto federale sulle responsabilità di Bp

pubblicato da Marina

deepwater horizon

A oltre un anno dalla marea nera che ha inquinato il Golfo del Messico viene reso noto oggi il Rapporto federale di indagine dal titolo Report regarding the causes of the april 20, 2010 Macondo well blowout che inchioda la Bp e Transocean alle loro responsabilità. In sostanza secondo quanto scritto a 16 mesi dalla terribile esplosione della piattaforma estrattiva Deepwater Horizon causa della morte di 11 tenici e dell’inquinamento del Golfo del Messico, l’incidente si sarebbe verificato poiché la Bp ha voluto risparmiare soldi nelle procedure di perforazione del pozzo Macondo.

Le indagini risalgono allo scorso gennaio con l’istituzione di una commissione d’inchiesta governativa voluta dal presidente Obama.

Nel Rapporto sono elencati come in un catalogo le decine di errori commessi, dei malintesi e della fallimentare comunicazione che ha portato prima allo scoppio della piattaforma e poi alla fuoriuscita, in 87 giorni, di circa 5 milioni di barili di petrolio nel Golfo del Messico, consegnando così alla storia degli Stati Uniti la cronaca di uno dei più grandi disastri ambientali.

Il Rapporto trova anche responsabilità per Halliburton, la società che ha fornito il cemento per sigillare il pozzo di Macondo, ma di fatto viene anche detto che il responsabile ultimo è Bp poiché avrebbe comunque dovuto vigilare sia sulla qualità dei prodotti che acquistava sia sulla corretta messa in posa dei lavori.

Una delle domande chiave emerse dopo il disastro era se agli ingegneri o ai manager era stato chiesto di risparmiare sui costi di perforazione abbassando così i margini di sicurezza. Ebbene l’indagine ha fatto emergere che la Bp premiava quei dipendenti che gestivano al risparmio e al contrario non erano previsti incentivi per chi invece voleva aumentare la sicurezza.

Via | Washington Post
Foto | Flickr

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Falla di petrolio nel Mare del Nord, la Shell è riuscita a contenerla

pubblicato da Nestor Carnevali


1300 barili, circa 260 tonnellate di greggio fuoriusciti a 180km dalle coste scozzesi nella zona di Aberdeen, lo stesso bilancio comunicato dalla Shell con 48 ore di ritardo tre giorni fa. La compagnia petrolifera sostiene di essere riuscita a chiudere la falla della sua piattaforma nel Mare del Nord, la Gannet Alpha, che per ragioni ancora non comunicate ha cominciato a perdere greggio. L’incidente risulta di proporzioni “ridicole” rispetto a quello avvenuto nel Golfo del Messico sulla Deepwater Horizon della BP, ma il fatto che un tuo “collega” ne abbia combinata una peggiore non deve risultare una scusante per la Shell.

Questa nuova falla, con la sua scia lunga 31 km e larga 4,3 secondo la Shell in via di assorbimento, dimostra che non c’è piattaforma sicura per l’estrazione del petrolio ed è certamente poco consolante affermare che il petrolio “non raggiungerà la costa“. Il danno, seppure per ovvie ragioni contenuto rispetto a quello provocato dalla BP, non può non essere considerato la pietra tombale sull’idea che ci siano piattaforme sicure e piattaforme non sicure a seconda della loro allocazione geografica.

Shell, le foto della scia di petrolio
Shell, le foto della scia di petrolioShell, le foto della scia di petrolioShell, le foto della scia di petrolioShell, le foto della scia di petrolio

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Shell fatica a chiudere la perdita di petrolio nel mare del Nord

pubblicato da Marina

Shell, le foto della scia di petrolio

Mercoledì scorso sulla piattaforma Gannet Alpha di proprietà della Shell al largo di Aberdeen in Scozia, mare del Nord, si è aperta una falla. Conseguenza è stata la fuoriuscita di 1300 barili, circa 260 tonnellate di greggio a 180km dalle coste. Secondo le stime della compagnia la scia si estende per 31 km di lunghezza e 4,3 km di larghezza. Shell assicura che il petrolio non toccherà le coste e che comunque sono riusciti a controllare la falla pruncipale. Eh già, perché sembra che la falla sia più di una. Si parla, al momento di una seconda fuoriuscita la cui fonte sarebbe collocata in un punto molto profondo e difficilmente raggiungibile.

Shell, le foto della scia di petrolio
Shell, le foto della scia di petrolio Shell, le foto della scia di petrolio Shell, le foto della scia di petrolio

Perché si sono aperte le falle? Le cause per ora sono sconociute. Ma Shell fa sapere che è ancora troppo presto per parlare di marea nera. Resta di fatto una delle perdite di petrolio più importanti, degli ultimi 10 anni, su un impianto di estrazione nel mare del Nord.

Vigila sulle acque la Marina Scozzese.

Via | Les Echos
Foto | Marine Scotland

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In Cina un'altra marea nera, ma tenuta nascosta

pubblicato da Nestor Carnevali


Quando avvenne il disastro della Deepwater Horizon nel Golfo del Messico, con la gigantesca marea nera che ha messo in ginocchio l’ambiente e l’economia locale, tutti gli occhi del mondo erano puntati sull’enorme pasticcio provocato dalla piattaforma della BP. Questo non poteva certamente consolare, ma può aver contribuito a diffondere la verità incontestabile della pericolosità per l’uomo e per l’ambiente di questo tipo di attività estrattive.

Non in tutto il mondo succede lo stesso. Negli scorsi giorni le notizie della piattaforma Penglai 19-3, proprietà dell’azienda statale cinese Cnooc e della statunitense ConocoPhillips, sono state puntualmente silenziate. Le due aziende avevano inizialmente smentito la fuoriuscita, salvo poi dichiarare che era tutto “sotto controllo“.

Ora anche gli addomesticati media cinesi sono furiosi perché con il passare delle ore diventa evidente che il disastro non solo c’è stato, ma è ormai palese il tentativo delle due aziende di nascondere la verità. Secondo il China Daily, che ha duramente criticato la censura delle autorità, complici dei proprietari della piattaforma, una gigantesca macchia d’olio che si sviluppa su 4200 chilometri quadrati nel mare a nord della Cina si avvicina alla costa e le prime particelle essiccate di petrolio sono state ritrovate sulla spiaggia di Dongdaihe, nella provincia di Liaoning. Certamente più facile negare l’evidenza quando i media non vengono (o non vogliono essere) messi nella posizione di informare i cittadini.

[Via | Bluewin]

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The big fix: la marea nera resta nel Golfo del Messico

pubblicato da Marina

the big fix

Un anno fa era The Fix, corto per la regia di Robert Redford. Un anno dopo il disastro della marea nera nel Golfo del Messico, dopo l’esplosione della piattaforma di estrazione petrolifera Deepwater Horizon della Bp, è The Big Fix documentario girato dal Josh Tickell con la moglie Rebecca Harrel Tickell, prodotto da Peter Fonda e presentato a Cannes. E cosa racconta nel suo docufilm? Che la marea nera è esattamente dove si trovava un anno fa: sotto le acque del Golfo del Messico, occultata dagli effetti del solvente Corexit.

Insomma un rimedio peggiore del danno. Spiega Tickell in una intervista a Vanity Fair (nr.26 pag. 36):

Il petrolio venuto fuori dalla Deepwater Horizon è ancora li: la macchia non è stata pulita, è stata occultata dal Corexit, un solvente tossico. Queste sostanze hanno smembrato il petrolio. Poi hanno avvelenato la catena alimentare attraverso fauna ittica e maree che hanno portato i solventi sulle coste. Il 30% dei frutti di mare consumati nel mondo viene da qui. E con questi ci nutriamo anche il pollame. Nessuno conosce gli effetti a lungo termine di questa roba, mai usata in modo così massiccio.

Rebecca, la moglie di Tickell nonché produttrice ha provato, letteralmente sulla sua pelle, le conseguenze di un incontro così ravvicinato con questo ecosistema inquinato.Infatti ha sviluppato fotosensibilità cronica al sole per la pelle del collo e delle spalle. Racconta ancora Tickell:

Tutto quello che si sa è che il Corexit attacca i globuli rossi. Abbiamo paura di non riuscire ad avere figli a causa del tempo trascorso li.

Foto | Screen Daily

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