Ricordate il disastro ambientale di Porto Torres accaduto qualche mese fa? In quell’occasione un incidente nella centrale elettrica E.On di Fiume Santo provocò lo sversamento a mare di una grossa quantità di olio combustibile. Nonostante la gravità per quanto accaduto, la notizia non ebbe particolare risalto a livello nazionale, nonostante si trattasse di una vera e propria bomba ecologica senza precedenti in Sardegna. Le operazioni di pulizia nel corso di questi mesi sono andate avanti, spesso sotto il controllo di gruppi di cittadini e associazioni locali che hanno seguito l’evolversi della situazione.
Nonostante siano ancora in tanti ad avere dei dubbi circa i danni provocati all’ecosistema marino locale, i responsabili di E.On (che si sono occupati della pulizia dei litorali) hanno da tempo abbassato la soglia di allarme e detto in più riprese di aver risolto il problema. In riferimento a ciò è notizia di questi giorni il fatto che alcune delle località marine a cui da gennaio era stato applicato il divieto di balneazione, siano ora nuovamente accessibili.
Il Comitato di vigilanza e coordinamento regionale in materia di idrocarburi ha infatti stabilito che le spiagge di Balai, dello Scogliolungo e di La Renaredda non rientrino più fra quelle che dovranno essere sottoposte a caratterizzazione; quest’analisi ha indotto il sindaco di Porto Torres a firmare l’ordinanza che revoca l’interdizione agli arenili. La notizia è stata ovviamente accolta con soddisfazione dalla popolazione locale, anche se in tanti continuano a nutrire grossi dubbi sul fatto che l’ecosistema marino locale non sia stato danneggiato.
Bp è tornata e rivuole il “suo” Golfo del Messico. Nel senso che ha chiesto al governo degli Stati Uniti di poter tornare a perforare i pozzi chiusi all’indomani del disastro della Deepwater Horizon e della conseguente marea nera.
L’azienda, con i pozzi bloccati e i maxi risarcimenti da pagare a pescatori e cittadini della Louisiana, ha bisogno di
riaprire i rubinetti del petrolio anche perché i suoi progetti in Libia, per evidenti motivi, potrebbero andare presto a monte.
Cosa farà, a questo punto, il nuovamente candidato Barack Obama? Avrà la forza di dire no all’industria del petrolio dopo avergli già detto sì affermando che gli Stati Uniti devono valorizzare la propria produzione interna di idrocarburi per evitare di dipendere troppo dall’estero?
Manco il tempo di tirare un sospiro di sollievo per quanto affermato ieri dalla Capitaneria di Porto Torres sul (presunto) rientrato allarme della marea nera, ed ecco arrivare un’altra notizia poco confortante. Nuovo allarme a Fiume Santo: questa volta a finire in mare è stata dell’acqua contaminata da residui di gasolio pesante provenienti dal circuito delle acque reflue oleose e riversatesi nello specchio d’acqua interno al Porto Industriale, sito localizzato proprio nell’area in cui una settimana fa è avvenuto il guasto.
Per far luce sull’episodio la Procura di Sassari ha aperto un’inchiesta con l’ipotesi di reato di danno ambientale. Il nuovo episodio non fa altro che far aumentare la rabbia della popolazione locale che nella giornata di ieri aveva recepito con titubanza le dichiarazioni della Capitaneria sul presunto rientrato allarme. Secondo alcuni rappresentanti di associazioni che si stanno occupando del caso, si tratta di un nuovo problema che si va a sovrapporre ad un altro problema (quello della marea nera appunto) che in realtà è tutt’altro che risolto. La questione infatti, sentite le testimonianze, non sarebbe affatto archiviata. Anzi.
In particolare, denunciano gli stessi rappresentanti, il petrolio oltre ad aver invaso ben oltre venti chilometri della vicina spiaggia di Platamona ha raggiunto una porzione di mare particolarmente ricca di cetacei. Inoltre testimonianze dirette di persone raccontano che ad essere in condizioni preoccupanti sono soprattutto i chilometri finali della spiaggia in questione, inquinati all’inverosimile. Ma c’è di più: chiazze di olio combustibile sono state rinvenute nella zona della Gallura (quindi nella costa orientale della Sardegna) ad una distanza di circa cento km dal luogo dello sversamento a mare; il fenomeno di una così lontana migrazione del prodotto, dicono gli esperti, sarebbe stato favorito dalle condizioni climatiche avverse.

Non c’è niente da fare: la Regione Sicilia continua a cavalcare il panico da marea nera per sfruttarlo a scopi di propaganda politica. Ai primi di agosto dello scorso anno l’allora assessore regionale al Territorio e Ambiente Di Mauro convocò alcuni sindaci (ma non tutti, e sarebbe interessante capire il criterio di selezione) della costa meridionale siciliana per intraprendere una grande azione contro il petrolio off shore.
Oggi, invece, tocca a Gianmaria Sparma. Ennesimo assessore al Territorio e Ambiente (dovrebbero essere quattro in due anni, se la memoria non inganna) della Regione, Sparma ha ereditato la patata bollente. Una patata scoperta, ovviamente, con l’America visto che prima del disastro della Deepwater Horizon in Sicilia bucare terra e mare in cerca di petrolio e gas naturale era un affare quotidiano.
Sparma, forse dimenticando che il suo presidente è contrario alle trivellazioni in mare solo perché rendono poco, ha preso in mano la questione e ne ha parlato con il prefetto di Trapani. Le trivellazioni che fanno più paura, e più audience, sono quelle al largo delle isole Egadi: ve lo immaginate un trivellone al largo di Favignana, Levanzo e Marettimo? Ecco cosa ha diffuso l’ufficio stampa della Regione dopo l’incontro:
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Dopo la diffusione dei risultati dell’indagine governativa sulla marea nera nel Golfo del Messico sono emerse le responsabilità nel disastro di Bp, Transocean e Halliburton.
Quest’ultima, però, non accetta critiche e rispedisce le accuse al mittente. Il famigerato cemento fornito a Bp, infatti, secondo Halliburton era perfetto e non aveva alcun problema: il test di stabilità citato dalla Commissione di indagine governativa, che aveva dato esito negativo, era falsato da un errore di un tecnico che avrebbe sbagliato il mix di ingredienti.
La circostanza, afferma l’azienda, è stata comunicata alla Commissione che non ne ha tenuto conto. Secondo Halliburton, infatti, la Commmissione avrebbe selezionato ad arte notizie e informazioni per costruire il verdetto di condanna.

La commissione di indagine voluta dal presidente degli Stati Uniti, Barack Obama, per far luce sulle responsabilità del disastro della Deepwater Horizon ha stabilito che le società coinvolte nella gestione della piattaforma e del disastro stesso sono colpevoli: Bp, Hulliburton e Transocean, per risparmiare, non hanno messo in atto tutte le misure di sicurezza necessarie.
Bp è accusata di non aver ben interpretato il “negative pressure test”, dal quale avrebbe dovuto capire che il pozzo Macondo non era ancora correttamente chiuso quando la piattaforma petrolifera è stata sganciata. Anche nell’utilizzare il cemento, nella prima fase delle operazioni post disastro, Bp non avrebbe usato la dovuta cautela.
Halliburton, che ha fornito il cemento, è ritenuta responsabile dalla commissione governativa di non aver testato a sufficienza il cemento stesso mentre Transocean, che è la società che aveva costruito la Deepwater Horizon (e moltissime altre piattaforme petrolifere nel mondo, Italia compresa), non avrebbe imparato la lezione da un incidente di minori dimensioni ma molto simile, avvenuto cinque mesi prima dell’esplosione della piattaforma nel Golfo del Messico.
Via | All Voices, anyzydywi
Foto | Wsj
Le trivellazioni di Bp nel Golfo della Sirte, in Libia, che tanto avevano fatto arrabbiare il nostro ministro dell’Ambiente, Stefania Prestigiacomo, si faranno. Ma un po’ più tardi e con altre attrezzature.
Le trivellazioni in questione, cinque pozzi off shore al centro del Mar Mediterraneo ad una profondità addirittura superiore a quella dell’ormai defunto pozzo Macondo, dovevano iniziare il mese prossimo. Bp, però, ha annunciato che ci sarà un ritardo.
E ha anche specificato che è un ritardo per questioni tecniche, di attrezzatura. Inizialmente, infatti, Bp si voleva affidare alle trivelle di Noble Corporation, ma poi ha preferito rivolgersi a Pride International.
Il dubbio di tutti, ovviamente, è se questo cambio di fornitore abbia a che fare (o possa influenzare) con la sicurezza delle operazioni, visto che non è passato neanche un anno dal disastro della Deepwater Horizon, con conseguente marea nera.
Bp, giusto per evitare che qualcuno pensi male, rifiuta di rispondere a qualsiasi domanda in merito…
Bp chiede un conto di 1,9 miliardi di dollari alla giapponese Moex, titolare al 10% delle estrazioni di petrolio off shore dal pozzo Macondo che, in seguito all’esplosione della Deepwater Horizon, hanno causato la terribile marea nera nel Golfo del Messico.
Lo rende noto la stessa azienda nipponica che specifica che Bp ha chiesto 1,898 miliardi di dollari e che sarebbero troppi: secondo Moex, infatti, il conto giusto sarebbe di un miliardo tondo tondo. Nelle scorse settimane, per questo, Moex ha inviato una comunicazione a Bp che, però, non avrebbe mai risposto.
Niente di strano, visto che Bp già da mesi è in una situazione finanziaria disastrosa (anche se aveva ben ritenuto di spendere qualche soldo per comprare il silenzio degli scienziati) e che ha già cercato di scaricare le responsabilità, anche economiche, dell’oil spill su Transocean. Quest’ultima è la società che ha costruito la Deepwater Horizon, oltre a moltissime altre piattaforme che attualmente operano nei mari di mezzo mondo. Italia compresa.
Non ha causato, per fortuna, una nuova marea nera né i morti della Deepwater Horizon ma sarà comunque oggetto di una rigorosa indagine da parte del Bureau of Ocean Energy Management.
Guai in vista per la Vermillion 398, piattaforma petrolifera della Mariner Energy andata a fuoco a inizio mese a un centinaio di miglia dalle coste della Louisiana centrale: l’agenzia federale statunitense che controlla la sicurezza delle piattaforme petrolifere off shore ha annunciato di volerci vedere chiaro sull’incidente.
La notiza la da il giornale online di settore Rig Zone che aggiunge anche alcune dichiarazioni del direttore dell’agenzia, Michael R. Bromwich:
Siamo tutti sollevati dal fatto che le 13 persone sulla piattaforma siano stati tratti in salvo. Stiamo continuando a seguire da vicino questa situazione, che sarà oggetto di approfondita indagine. Useremo tutte le risorse disponibili per scoprire cosa sia successo, come sia successo, e quali provvedimenti giudiziari debbano essere presi, nel caso si scoprisse che siano stati violati regolamenti o leggi
Che sia finita l’epoca della deregulation per il petrolio off shore americano?
Come già accadde per la Deepwater Horizon, esplosa al largo del Golfo del Messico il 20 aprile scorso, in queste prime ore dal nuovo disastro della Vermillion le notizie sono molto confuse e frammentarie.
Secondo la stampa americana, dai primi rapporti delle autorità non ci sarebbe fuoriuscita di petrolio dalla piattaforma esplosa a 80 miglia dalle coste della Louisiana. Sempre secondo la stampa statunitense, però, la Vermillion non sarebbe dotata del cosiddetto Blow Up Preventer, la valvola il cui malfunzionamento causò la marea nera della Deepwater. Il sistema che interrompe il flusso di petrolio e gas in caso di incidente, però, avrebbe funzionato correttamente.
L’unica certezza, fino a questo momento, è che i 13 operai e tecnici che lavoravano sulla piattaforma sono tutti in salvo. E questo, rispetto agli 11 morti di aprile, è già un’ottima cosa. Per quanto riguarda l’inquinamento del mare solo nelle prossime ore si avranno le prime certezze.
Dell’azienda proprietaria, la Mariner Energy, si sa che non è nuova agli incidenti: quello di ieri è il quindo incendio a bordo di una piattaforma della Mariner dal 2006 e nel 2008 su un impianto si è verificato un’altra esplosione con conseguente incendio che, per fortuna, fu domato in poche ore.
In tutto il mondo, nel frattempo, monta la polemica contro l’industria del petrolio e, in particolare, contro le trivellazioni off shore. In Italia Legambiente torna a chiedere lo stop di tutte le autorizzazioni:
Questo nuovo incidente è l’ennesimo segnale d’allarme sui sistemi di sicurezza delle operazioni d’estrazione di petrolio off-shore, un’attività molto pericolosa praticata anche nei nostri mari che sommata all’intenso traffico di petroliere rappresenta un serio pericolo per le coste italiane. All’Italia non servono nuove trivelle ma una politica che tuteli le nostre vere risorse. Lo sfruttamento di giacimenti al largo delle nostre coste è un miraggio che non deve assolutamente accecarci
Via | Rigzone, Reuters, Legambiente
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