
La memoria della nostra gioventù o quella dei nostri parenti più anziani è spesso fondamentale quando dobbiamo renderci conto di un problema ambientale. Quanti di voi avranno potuto apprezzare con i loro occhi la devastante cementificazione delle nostre coste semplicemente ricordando come “fino a qualche anno fa” l’ambiente fosse incontaminato? Spesso basta una semplice fotografia, non necessariamente in bianco e nero, per rendersi conto dei danni causati dall’uomo e dallo sviluppo sfrenato.
Come facciamo ad avere la stessa cognizione di causa quando si parla dello spopolamento dei mari prodotto dalla pesca industriale? Difficile, se non impossibile, non fosse altro perché il “problema”, è proprio il caso di dirlo, è “sommerso“. Non solo, il violento spopolamento era già abbondantemente avviato quando la maggior parte di noi era già nato e non era cosciente della dimensione del problema. Ci viene incontro un interessante articolo del Guardian che riporta una gif animata (qui nel post nella sua versione statica) che mostra visivamente la diminuzione degli stock ittici dell’Oceano Atlantico nel giro di 100 anni, dal 1900 al 2000.
Quando un’immagine vale più di mille parole.

Mentre nel Golfo del Messico è ormai chiaro che neanche il tubo di aspirazione riesce a mettere una pezza al disastro della Deepwater Horizon, tanto da spingere il presidente degli Stati Uniti Obama ad affermare che se Bp non si da una mossa dovrà intervenire il governo in prima persona, in Italia sono terminate le ispezioni sulle piattaforme petrolifere e sulle altre strutture di estrazione off shore del petrolio nel Mediterraneo.
Il sottosegretario all’Energia, Stefano Saglia, rassicura gli italiani: le ispezioni hanno dato esito positivo e tutto va bene:
Nei giorni scorsi sono state infatti ultimate le visite straordinarie su tutte le piattaforme operanti nei mari italiani per verificare lo stato, sia degli impianti di produzione che dei singoli pozzi di petrolio, per un totale di 9 piattaforme e 70 pozzi. Su ogni piattaforma è stata verificata l’efficienza delle dotazioni di sicurezza, la piena funzionalità delle valvole automatiche di fondo pozzo, presenti in tutti i pozzi, e delle valvole di superficie. Sono stati esaminati, con esiti positivi, i piani di emergenza depositati e le relative attrezzature. Per questo programma di controllo il Ministero dello Sviluppo Economico ha impegnato, finora, cinque specialisti degli uffici di vigilanza sul territorio affiancati da tre ispettori ministeriali
Continua a leggere: Marea Nera: Obama perde la pazienza, Saglia rassicura gli italiani

L’ormai famosa cupola calata da Bp sul fondo dell’oceano per arginare i danni causati dall’affondamento della Deepwater Horizon non sta dando i risultati sperati: i gas che fuoriescono ad alta pressione dal giacimento perforato, mischiandosi all’acqua marina, creano dei cristalli che impediscono alla cupola di svolgere la funzione di gigantesco sifone.
Doug Suttles, dirigente Bp incaricato di tappare l’enorme buco, non parla ancora di fallimento ma ammette che nel frattempo si stanno studiando altre soluzioni. Ma si va per tentativi.
Uno di questi potrebbe essere quello di pompare acqua calda sui cristalli, in modo da farli sciogliere e “sturare” il foro da 12 pollici attraverso il quale dovrebbe essere aspirato il petrolio che esce senza controllo.
Continua a leggere: Marea nera: fallita la cupola, si procede a tentativi
Come nel caso della deforestazione su Central Park, a volte una pubblicità rende subito l’idea della devastazione prodotta dagli effetti dell’inquinamento sulla sopravvivenza di animali e piante. È il caso della campagna di sensibilizzazione Rise Above Plastic, che in poche immagini spiega come sarà la vita nei mari se ognuno di noi continua a far finta di non vedere, di non sapere, di non essere responsabile.
Dopo la zolla di rifiuti del Pacifico, ne è da poco stata scoperta una anche nell’Atlantico ed ogni bottiglia che acquistiamo, ogni contenitore di plastica che non differenziamo è responsabile dell’inquinamento delle acque: la plastica uccide 1 milione e mezzo di esemplari marini all’anno, anche per mano nostra.
via | Treehugger
Sotto le acque ghiacciate dell’Antartide, in un luogo tanto inospitale quanto meraviglioso, c’è vita, così come testimoniano le ricerche condotte dalla Bas e le fotografie di esseri viventi meravigliosi.
I ricercatori della Bas, inviati a studiare le diverse forme di vita nelle acque del mar di Bellingshausen in Antartide, hanno scoperto sotto le acque ghiacciate degli esemplari rarissimi di flora e fauna marine. Là dove le temperature degli oceani salgono più rapidamente, il fotografo Peter Bucktrout ha fotografato gli esemplari incontrati ad uno ad uno.
I ricercatori hanno scoperto, fotografato e catalogato fiori dei fondali, stelle marine, pesci, alghe ed altri esseri viventi dalle caratteristiche particolari, prima tra tutte quella di poter vivere ed adattarsi ai freddi fondali dell’Antartide. Molte delle specie fotografate sono molto sensibili ai cambiamenti di temperatura, e con l’innalzamento della stessa, l’ecosistema e la biodiversità delle acque antartiche sono a rischio.
via | bas

Delfini e balenottere non stanno scomparendo dalle nostre coste ma solo spostandosi alla continua ricerca di un habitat migliore dove poter vivere. E’ quanto emerge dall’Operazione Delphis 2009, l’azione di monitoraggio simultaneo realizzata da biologi e navigatori naturalisti lungo le coste italiane e francesi organizzata, tra gli altri, dall’associazione Battibaleno con il patrocinio del Parlamento Europeo e delle maggiori cariche istituzionali italiane.
L’operazione, da 13 anni volta a monitorare lo stato di salute dei Santuario dei cetacei Pelagos, per la prima volta si è estesa ben oltre i 90.000 km quadrati di mare compresi tra Francia, Arcipelago Toscano e Sardegna per lambire le acque dell’isola di Malta, al largo di Marocco, Spagna, Croazia e Tunisia. Un progetto pilota, dunque, destinato a ripetersi l’anno prossimo con lo scopo palese di costituire un’unica, specialissima grande rete di aree marine protette (secondo i progetti più azzardati dell’ACCOBAMS) funzionale a tutelare davvero queste splendide creature.
E’, infatti, estremamente riduttivo pensare di proteggere queste specie solo all’interno di sacche di protezione geograficamente limitate e slegate tra loro: un delfino è in grado di spostarsi alla velocità di 35 nodi, sensibile solo alle opportunità di accoppiamento e di alimentazione.
Le informazioni contenute nel rapporto di Delphis 2009 sono certamente confortanti tuttavia se, e quanto a lungo, il Mediterraneo possa ancora offrire un rifugio e un ambiente realmente accogliente per i cetacei è ancora tutto da verificare …
Fonte | Flickr

Per tutti i fotografi di ecoblog,aspiranti tali o anche solo per chi abbia avuto la fortuna e la prontezza di riflessi necessari a documentare incontri ravvicinati con delfini, cetacei di vario tipo e tartarughe marine lungo le spiagge del Mediterraneo, questo concorso è per voi! E sta per chiudere i battenti! E’ il 15 ottobre, infatti, la data ultima entro cui inviare tutti i lavori e poter, così, partecipare al concorso “Chi l’avvisto 2009”, promosso dal CTS in collaborazione con lastampa.it.
Ma c’è di più: chiunque si sia scontrato, durante le vacanze estive, con le brutture di fattura umana sulle nostre spiagge e non, invece, con le bellezze idilliache della natura può improvvisarsi paladino della stessa documentando il tutto. Ecomostri, discariche a cielo aperto e inquinamento sono, infatti, i soggetti della seconda traccia del concorso fotografico promosso da CTS : “Mare mostrum”, ovvero il mare e i suoi incubi. Il tutto per ricordare che affinché delfini e tartarughe possano sopravvivere - meravigliosi indicatori biologici prima ancora che esempi di fantasiosa bellezza - occorre tutelare il nostro mare imparando ad ascoltarlo.
Foto | Flickr

Il Senato ha approvato all’unanimità il disegno di legge Campi-Boe, proposta dal senatore del PD Ranucci, per un progetto relativo alla costruzione di ormeggi attrezzati per imbarcazioni da diporto nelle isole minori e nelle aree marine di maggior pregio ambientale e paesaggistico, secondo quanto leggiamo sul Notiziario delle Eolie.
Saranno le isole minori a beneficiare della legge, oltre a tratti di coste appartenenti ad aree marine protette: l’approvazione della legge mira a promuovere lo sviluppo di infrastrutture leggere, ovvero di ormeggi attrezzati e campi-boe che permettano di eliminare quasi del tutto gli ancoraggi là dove i fondali sono preziosi.
La regolamentazione degli ancoraggi e degli accessi nelle aree protette delle zone costiere si rende necessaria sia per la tutela dei fondali protetti, sia per regolamentare l’approdo alla costa da parte dei turisti nel periodo estivo.
Da stamattina nelle acque del Salento vige il divieto di pescare a strascico o volante per tutti i pescherecci iscritti nei compartimenti marittimi di Taranto, Gallipoli e Brindisi, ovvero per tutta l’area del tacco d’Italia. La norma entra in vigore nello stesso giorno in cui tornano a pescare i pescherecci della parte Nord dell’Adriatico, quelli registrati nei compartimenti marittimi di Bari, Molfetta e Manfredonia.
L’ordinamento, firmato dal sottosegretario alle Politiche Agricole e Forestali Buonfiglio, è entrato in vigore per proteggere gli ecosistemi dell’ambiente marino, delicati e indispensabili per il patrimonio biologico del basso Adriatico e dello Ionio, della cui fragilità avevamo già parlato.
La pesca a strascico è particolarmente invasiva nei confronti dell’ambiente marino: le reti distruggono e asportano qualsiasi cosa incontrino, tra cui pesci, coralli, invertebrati, alghe, e la pratica è dannosa nei confronti di ecosistemi complessi, che difficilmente possono essere reimpiantati. Anche se l’interruzione di un mese non sembra abbastanza per compensare tutto ciò che viene distrutto nei restanti undici.
Foto | Flickr
Quando è arrivato a terra, lo squalo mako era già morto, pescato accidentalmente da una barca da pesca di pescespada, al largo delle coste di Catania. Lo squalo era un esemplare maschio di Isurus oxyrhinchus, di circa 3 metri.
Al porto di Acitrezza, dove il cadavere dell’animale è stato portato, sono intevenuti gli esperti della società Necton, che si occupa di ricerche in biologia marina. Dal corpo dell’animale sono stati prelevati campioni di materiale biologico di alcuni parassiti, i cui dati saranno inseriti nella banca dati di necton, al fine di continuare lo studio dell’ecosistema delle acque siciliane e i comportamento dei grandi animali marini.
La presenza dello squalo mako nelle nostre acque è importante al fine di mantenere in equilibrio l’ecosistema. Lo studio della carcassa e la salvaguardia degli squali sono quindi fondamentali allo scopo di prevenirne la scomparsa, perché, essendo i predatori al vertice dell’ecosistema, rappresentano un anello fondamentale delle reti trofiche marine. La scomparsa degli squali produrrebbe la perdita di molte forme di vita acquatica.
Foto | Flickr