
Gheddafi è morto (qui la cronaca di Polisblog) e ora una domanda sorge spontanea: tutto il petrolio e il gas disponibile in quali mani finiranno? Probabilmente non in quelle italiane bensì in quelle francesi. La sporca guerra per l’oro nero, innescata da Sarkozy e malamente appoggiata dagli italiani, dunque, si conclude con la morte del dittatore e con l’apertura di nuovi scenari sull’approvvigionamento energetico.
Appena due giorni fa su Investir la notizia che la francese ha investito 30milioni di dollari fino al 2015 per la modernizzazione delle infrastrutture petrolifere e gasiere, così come dichiarato da Christophe Lecourtier, direttore generale dell’agenzia Ubifrance. L’obiettivo è portare la produzione di petrolio libico a 3 milioni di barili al giorno.
Leggo da Investir:
Total è in trattative con i leader della transizione Consiglio nazionale libico (CNT) per espandere la propria attività a livello locale e prevede di sviluppare un’attività sul gas naturale liquefatto (GNL).
All’Italia resta il gas che arriva attraverso Greenstream riaperto una settimana fa da Eni.
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L’unione di 117 associazioni nigeriane ha suggerito al governo una linea politica per proteggere le foreste del paese: lasciare il petrolio sottoterra, per salvaguardare l’ambiente e tutelare la popolazione. La Nigeria è, infatti, il primo produttore africano di petrolio e sull’estrazione del petrolio nel Delta del Niger si basa l’intera economia del Paese. A pagarne il prezzo sono le popolazioni indigene che perdono il proprio ambiente e vengono costantemente intossicate.
L’estrazione del petrolio in Nigeria non ha portato alcun beneficio per le popolazioni locali, né è servita da leva di sviluppo per altri settori: le conseguenze della ricchezza del sottosuolo nigeriano hanno portato soltanto alla distruzione di ettari di foresta, ad un elevato tasso di inquinamento e a morti per intossicazione, oltre ad aver portato alla morte dell’ecologista Saro-Wiva che si era opposto all’attività della Shell nel Sud del Paese.
Per questo le associazioni nigeriane si sono riunite insieme a Friend of the Earth Nigeria e al Ministero Federale dell’Ambiente degli Stati del Delta del Niger per chiedere al governo una consultazione politica che possa prevedere lo sviluppo di una Nigeria post-petrolifera.
Mentre si investono miliardi di dollari per cercare di compensare le emissioni dovute all’industria petrolifera, alle associazioni nigeriane è venuta in mente la soluzione più ovvia: lasciare il petrolio sottoterra e basare l’economia della regione su sistemi di sviluppo sostenibile, dato che l’estrazione dell’oro nero ha portato alle popolazioni soltanto distruzione, inquinamento e morte.
via | salvaleforeste
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Il circo russo Mectha, il cui nome significa sogno, era in viaggio da Khabarovsk, nell’estremo oriente russo verso Yakutsk, in Siberia. Tutt’altro che da sogno si è rivelata la traversata transiberiana, soprattutto per gli animali del circo: lungo il tragitto sono morte sette tigri indiane e una leonessa africana, mentre una femmina di orso dell’Himalaya è in gravi condizioni. Alcuni animali, tra cui un cane, rinchiusi nello stesso scompartimento con gli animali morti, sono sopravvissuti.
Tra le ipotesi principali per spiegare l’elevato numero di decessi tra gli animali, due le più probabili: gli animali sono stati trasportati verso la Siberia in carri non riscaldati e potrebbero essere morti a causa delle bassissime temperature, oppure potrebbero essere stati soffocati con il gas di scarico.
I custodi hanno detto di aver controllato gli animali ogni due ore, aprendo i carri per cambiare l’aria. Mentre la polizia indaga e ascolta gli alibi dei proprietari e degli addetti al controllo degli animali da circo, noi ci chiediamo perché si continuino ad usare gli animali negli spettacoli da circo, sottoponendoli a stress innaturali e a morti tragiche, ben lontani dai principi del benessere animale.
via | bbc
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Dando il benvenuto a Terra, il nuovo quotidiano ecologista che dedica un approfondimento alla pericolosità delle polveri sottili nelle metropoli, rispolvero la questione del Pm10, il killer silenzioso che uccide circa 8000 italiani all’anno, senza che nessuno se ne preoccupi. Diversi studi epidemiologici hanno accertato la correlazione tra le polveri di Pm10 e un incremento dei decessi dovuti a malattie cardio-repiratorie, quali infarti, ictus, casi di cancro al polmone.
Secondo i dati di uno studio dell’Apat e dell’Oms del 2006, che ha analizzato gli effetti a lungo termine dell’esposizione dell’essere umano alla polveri di Pm10, nelle città italiane il Pm10 è la causa della morte di circa 8 mila persone all’anno, stroncate da patologie croniche dell’apparato respiratorio o da improvvisi problemi del sistema cardio-circolatorio: tra i più colpiti, bambini ed anziani. L’inquinamento da polveri sottili uccide, eccome se uccide. Le polveri Pm10 sono molto sottili e rimangono nell’aria per diversi giorni: sono composte da alcune sostanze tossiche e cancerogene che non vengono filtrate dalle narici, finendo nei bronchi e arrivando negli alveoli.
D’altra parte, le stesse ricerche indicano anche il trend positivo, ovvero l’allungamento dell’aspettativa di vita direttamente proporzionale alla riduzione della concentrazione di Pm10: ad ogni riduzione di 10 microgrammi per metro cubo di Pm10, corrisponde un aumento dell’aspettativa di vita di circa sei mesi. Lo stesso dato, visto al contrario dovrebbe far scattare l’allarmismo generale e destare l’attenzione del mondo politico, affinché ci si attenga ai limiti di legge europei e si limitino le emissioni di Pm10, l’assassino a cui nessuno fa caso.
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L’ennesima uccisione di un orso marsicano, l’ottava negli ultimi 18 mesi, si è verificata negli scorsi giorni a Corvaro di Borgorose, nella riserva naturale “Montagne della Duchessa”, tra Lazio e Abruzzo. Una vera strage, considerando che gli esemplari di questa specie che vivono in libertà sono tra i cinquanta ed i sessanta.
Per adesso, gli esami hanno escluso la presenza di traumi o ferite d’arma da fuoco o da laccio, nonché di lesioni riconducibili a malattie infettive. Da quanto si legge nel comunicato della Riserva, infatti, le indagini si “stanno indirizzando alla ricerca di cause di morte determinate dalla eventuale ingestione di sostanze tossiche”.
Immediata è stata la reazione delle associazioni ambientaliste, che lamentano gli scarsi controlli sul territorio e chiedono al ministero dell’Ambiente e agli enti locali, il rafforzamento delle regole a tutela di questi animali, straordinario simbolo della nostra biodiversità.
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Il tempo stringe per un gruppo di delfini tursiopi che ha vissuto per settimane nel Navesink River, New Jersey. Bob Schoelkopf, direttore del Marine Mammal Stranding Center in Brigantine, afferma che le temperature stanno scendendo e che se non si prenderanno provvedimenti prima dell’arrivo dell’inverno i delfini non avranno più nulla da mangiare.
Secondo Teri Frady, portavoce per la National Oceanic and Atmospheric Administration’s Fisheries Service in Woods Hole, Mass, questi delfini sono in grado di tollerare una vasta gamma di condizioni ambientali ed inoltre non c’è motivo di pensare che non siano loro stessi a lasciare la zona se le condizioni dovessero esser tali da non essere più adatte a loro. Spostare i delfini forzatamente in un’altra zona potrebbe portare addirittura alla loro morte.
Al momento sembrerebbe che questi delfini siano fuori pericolo, secondo alcuni avvistamenti degli scorsi mesi pare che abbiano già iniziato a spostarsi. Sono infatti stati avvistati alcuni esemplari prima nel fiume Shrewsbury e poco dopo nelle zone attorno Oceanic Bridge, che attraversa il Navesink tra Middletown e Rumson.
Secondo una ricerca finanziata dall’UE (progetto HERMES), nell’ambito dell’area tematica “Sviluppo sostenibile, cambiamento globale ed ecosistemi”, sarebbero i virus la causa principale della morte dei microorganismi che vivono nei sedimenti dei fondali marini profondi. I virus accelerano il flusso di carbonio e azoto nell’ecosistema facendo sì che questi nutrienti rilasciati alla morte dei batteri vengano raccolti da altri organismi.
Lo studio ha individuato i virus come principali responsabili della mortalità batterica, che si avvicina addirittura al 100% a profondità superiori ai 1000 metri.
Questi virus uccidono i batteri e ne rilasciano il contenuto cellulare nell’ambiente dove i nutrienti vengono riusati rapidamente da altri batteri non ancora infetti. Il processo è descritto come una sorta di “cannibalismo” che accelera il ciclo del carbonio. Questo meccanismo mette in circolazione da 0,37 a 0,63 gigatonnellate di carbonio all’anno tramite la rete alimentare d’alto mare.
Continua a leggere: I virus influenzano gli ecosistemi marini profondi
Ad Hook Creek tra lo scorso venerdì e sabato sono stati ritrovati migliaia di pesci morti nelle acque circostanti. Oltre 15 cm di carcasse sono emerse dalle acque fino a creare una vera e propria distesa di corpi galleggianti.
Secondo il dott. Gilbert Goldberg sembra che la colpa sia da attribuire a pesticidi vaporizzati nell’aria per uccidere alcune specie di insetti, mentre questa possibilità viene smentita da Cynthia D. Brown, portavoce del dipartimento della salute di Nassau. Secondo quanto dichiarato sembra che la scorsa settimana quell’area non sia stata irrorata da pesticidi, ma lo sono state solo alcune aree di Woodmere e Glen Head il 4 settembre.
Qualcosa di grave deve aver provocato la morte di massa di questi pesci abituati a sopravvivere tra rifiuti di vario tipo, ma ancora la vicenda è tutta da chiarire.
Via | Newsday.com
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Masanobu Fukuoka è morto il 16 agosto all’età di 95 anni. Fukuoka è stato il padre fondatore dell’agricoltura naturale, un rivoluzionario che già a 25 anni (intorno al 1940) intuì che il modello produttivo occidentale che si stava diffondendo in Giappone in quel periodo andava profondamente rivisitato. Ecco che quindi si posero le fondamenta della pratica del non fare, o meglio, del lasciare fare alla natura.
L’agricoltore deve solo seminare e raccogliere i frutti, restituendo poi la maggior parte possibile di quello che è stato tolto al sistema naturale. Così nacquero oltre all’agricoltura naturale propriamente detta anche altre filosofie derivate, tra cui la permacultura e l’agricoltura sinergica. Spesso le persone non vengono apprezzati finchè rimangono contemporanei e diventano grandi solo dopo anni dalla loro morte.
Via | treehugger.com
Foto | treehugger.com
Migliaia di statue di dei Hindu stanno inquinando le acque di fiumi e laghi di tutta l’India, contaminando pesci e riserve di cibo. Questi idoli elaboratamente dipinti e decorati dopo lunghe processioni attraverso le strade cittadine vengono immersi nelle acque di fiumi, laghi e mari secondo quanto previsto dalla fede Hindu.
Gli ambientalisti lanciano un allarme circa la pericolosità di questo rito: le statue composte da materiali non biodegradabili come plastica, cemento, intonaco e dipinti con colori tossici, dopo la loro immersione sprigionano tossine che contaminano le acque utilizzate dai contadini per le irrigazioni dei campi e di conseguenza anche i raccolti.
Le pitture utilizzate contengono metalli quali mercurio, cadmio e piombo, che attraversano tutta la catena alimentare fino ad arrivare all’uomo. L’intonaco a sua volta oltre a non dissolversi facilmente, riduce la quantità di ossigeno delle acque e provoca quindi la morte di pesci ed altri organismi acquatici.
Via | Reuters.com
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