I comuni pannelli solari raggiungono massime prestazioni solo quando i raggi solari sono perpendicolari al pannello stesso. Questo obbliga a ruotarlo ed inclinarlo in maniera opportuna se si vuole ottenere sempre il massimo rendimento. La GreenSun Energy, una start-up israeliana, ha sviluppato un nuovo tipo di celle solari che riescono a migliorare il rendimento quando la luce non colpisce direttamente la superficie grazie ad un pannello colorato che diffonde la luce che arriva su tutta la superficie.




Esteticamente sembra del plexi-glass colorato, ma in realtà sono realizzati con tinture fluorescenti e nanoparticelle metalliche. Il silicio richiesto per la loro costruzione è per l’80% in meno rispetto ai normali pannelli, con il vantaggio di costi di produzione più contenuti. La loro efficenza al momento si aggira intorno al 12%, contro il 43% delle normali celle, ma la casa prodruttrice conta di arrivare ad un 20% e di ridurre ulteriormente i costi.
Il loro obiettivo è portare il costo dagli attuali 2.10$ per ogni watt prodotto a 0.94$/W contro i 4.54$/W dei normali pannelli. Le normali celle sprecano parte della loro energia in calore dissipato, al contrario delle nuove che spalmano la luce su tutta la superficie per poi concentrarla nei punti dove è presente il silicio limitando il problema del calore. L’azienda pensa di riuscire a far sparire i vecchi pannelli grazie al costo ridotto e dalla possibilità di installazioni in posizioni meno classiche. Inoltre se consideriamo anche l’impatto estetico, questo risulterebbe sicuramente ridotto grazie alle molte colorazioni disponibili.
Via | Inhabitat
Questa è la prima parte di un’inchiesta apparsa su RaiNews24. Si parla di “sindrome di Quirra”, ovvero di un gruppo di patologie gravissime, come tumori, leucemie, linfoma non Hodgkin, diffuse nel Sarrabus. E’ la zona in cui sorge il più grande poligono della NATO in Europa.
Casualmente si tratta dello stesso tipo di malattie - secondo un’inchiesta della televisione svizzera mai trasmessa in Italia - che starebbero colpendo anche gli abitanti dei villaggi svizzeri, nel canton Glarona, che sorgono intorno al poligono della multinazionale Oerlikon Contraves, che effettua le sue sperimentazioni anche in Sardegna, proprio a Perdasdefogu-Salto di Quirra.
Quale sia la causa non è difficile immaginarlo. Il link alla seconda parte dell’inchiesta lo trovate qui.

Spesso abbiamo parlato su ecoblog delle diverse novità che riguardano i pannelli fotovoltaici. Il maggiore problema di questo genere di energia alternativa è dovuta al fatto che la raccolta di luce non sempre è ottimale per varie cause.
Un gruppo di scienziati americani della Rensselaer Polytechnic Institute, senza proporre soluzioni miracolose ha tirato fuori una scoperta che aumenta considerevolmente la capacità delle celle solari di assorbire la luce ma sopratutto sono pronti a fornire la soluzione all’industria. In pratica hanno sviluppato un nuovo rivestimento antiriflesso che aumenta la quantità di luce catturata da pannelli solari e consente ai pannelli di assorbire l’intero spettro luminoso da quasi ogni angolo.
Ora l’invenzione è stata spostata dal mondo accademico al mondo della produzione per realizzarla su larga scala tenendo conto sia dell’efficienza, sia della convenienza.
Continua a leggere: Fotovoltaico, nuovi pannelli con assorbimento di luce vicino alla perfezione
“Difficilmente le nuove generazioni ci perdoneranno per questo suicidio ambientale” questo il sottotitolo al film documentario di denuncia nonchè frase dell’oncologo Lorenzo Tomatis in cui compare anche il dott. Montanari che i nostri lettori conoscono bene. Tutto gira intorno alle nanoparticelle ed ai principali produttori, gli inceneritori. Il promo di dieci minuti scorre velocemente e purtroppo fotografa una situazione critica soprattutto dal punto di vista informativo.
Un’informazione volutamente falsa che viene propagandata per vera in tv e nei giornali, un’informazione “assimilata” (mi pare azzeccato il gioco di parole) agli amuleti ed alle promesse di Wanna Marchi. All’interno del sito, sotto la voce Attualità potrete trovare i risultati delle ricerche sulle nanoparticelle ed altro materiale di interesse. Autori del film sono Marco Carlucci, David Gramiccioli e Matteo Morittu.
Dopo Biutiful Cauntri, un altro documentario sui rifiuti che evidentemente rappresentano molto più del semplice prodotto di scarto di un qualsivoglia processo. Sono un problema che poco alla volta interessa una fetta sempre maggiore di popolazione. A voi le conclusioni.
Torniamo a parlare di particelle dell’infinitamente piccolo. Una ricerca del dipartimento di chimica dell’Universitè di Montrèal, ha posto l’accento sulle nanoparticelle (che già oggi utilizziamo spesso e che contengono sostanze tossiche come cadmio o mercurio) ed il loro effetti sui viventi. Secondo il prof. Sébastien Sauvé tali sostanze sono pericolose infatti “diversi studi hanno mostrato gli effetti nocivi del cadmio nel sistema immunitario di diverse specie animali”.
La ricerca si è concentrata sui mitili in quanto specie utilizzata spesso come filtro per concentrare le sostanze disciolte, un filtro naturale in grado di evidenziare quindi la salubrità e la purezza dell’acqua stessa. Dalle analisi effettuate è stato evidenziato che 1.6mg per litro sono sufficienti a ridurre la loro capacità di reazione nei confronti dei corpi estranei e quindi una deficienza del sistema immunitario.
I problemi connessi a questi fenomeni sono sostanzialmente due: il primo è l’estrema diffusione di particelle delle dimensioni infinitesime come nei lettori DVD, nei tessuti, nei pneumatici ed in certi cibi; il secondo è il fenomeno di bioaccumulo che si verifica lungo tutta la catena trofica. Ancora una volta si lancia un grido di allarme nei confronti di una scienza e di una tecnica che non tiene conto (o che non è in grado di tener conto) delle conseguenze prodotte.
La nota positiva è che si fanno ricerche per colmare questo gap, la negativa è che se effettivamente dovessimo abbandonare per motivi igienici queste tecnologie qualcuno dovrà dirlo ai fautori de “la scienza ci risolverà tutti i problemi in futuro” e che vedono nella ricerca e nelle sue applicazioni una religione, una divinità che ci salverà tutti quanti, distorcendo pericolosamente la realtà dei fatti.
Via | Universitè di Montrèal
Foto | Murky1
Quando si respirano i gas di scarico di un diesel come quando si e’ nel traffico urbano, il cervello cambia modo di funzionare. Sono arrivati a questa conclusione i ricercatori guidati da Paul Borm dell’olandese Hogeschool Zuyd che hanno sottoposto ad elettroencefalogramma 20 volontari. L’esperimento era in doppio cieco, con 10 persone in una stanza con aria pulita e altre 10 che respiravano una concentrazione di 300 µg/metro cubo di gas di scarico con un po’ di NOx, CO e idrocarburi, per simulare quello che entra nei nostri polmoni in una strada trafficata.
Già dopo la prima mezz’ora di osservazione il cervello di chi respirava aria inquinata iniziava a dare segni di stress. I volontari erano seduti e potevano leggere un libro per scongiurare la noia e il sonno, difficile che fossero stressati per altri motivi ed e’ anche difficile che a stressarsi per altri motivi fossero solo quelli esposti ai gas di scarico.
La zona cerebrale più attiva di questi soggetti era la corteccia frontale sinistra, con aumento di frequenza delle onde Beta (quelle con frequenza tra i 12 e i 30 Hz). Durante i test cognitivi, un aumento di frequenza di queste onde e’ generalmente associato ad una diminuzione della vigilanza. Pazienti con mal di testa, burnout, stress post traumatico hanno anch’essi un aumento di frequenza delle onde Beta.
I segni di stress perduravano per oltre un’ora dopo la fine della somministrazione di gas, con i pazienti tenuti in osservazione in ambiente pulito. I ricercatori sono convinti si tratti di un effetto correlato all’inalazione di nanoparticelle, ma serviranno degli ulteriori studi per comprendere i dettagli.
Foto | Pink Dispatcher
» Exposure to diesel exhaust induces changes in EEG in human volunteers
“The Friends of Earth ” hanno pubblicato il 15 marzo un rapporto “Dal laboratorio alle nostre pietanze : le nanotecnologie nell’alimentazione e nell’agricoltura” dove è denunciata l’esistenza di almeno 104 prodotti agricoli e alimentari contenenti dei nanomateriali – o fabbricati attraverso nanotecnologie. Questi prodotti sono attualmente in vendita nell’Unione europea e sui mercati internazionali.
Il punto è che non esiste alcun studio che dimostri l’assoluta atossicità di questi prodotti. Si evidenzia, difatti nel rapporto, come alcuni prodotti nanometrici non testati possano essere potenzialmente pericolosi per la salute umana. E neanche esiste una legislazione in materia né in Europa né negli Usa che possa definire gli standard di utilizzo.
Le ” Nanotecnologie ” sono tecniche di manipolazione della materia a livello dell’atomo e delle molecole. Sono utilizzate per la fabbricazione di complementi nutritivi, film per plastiche alimentari, imballaggi, recipienti, oggetti per la cucina antibatterici, ma soprattutto per la trasformazione della carne. Si trovano anche in agricoltura, bevande al cioccolate e anche nei prodotti alimentari destinati all’infanzia.
Continua a leggere: Nanotecnologie, ma siamo sicuri che sono sicure ?
Il dr. Montanari da tempo gira in tutta Italia avvertendo che le nanopolveri sono dannose. Molte sono anche le voci che negano le sue conclusioni e quelle di altri ricercatori, prime tra tutti l’ex Ministro per la Salute Umberto Veronesi che, in una trasmissione televisiva, ha recentemente affermato che i termovalorizzatori sono innocui.
Ecco quindi l’ennesima dimostrazione della pericolosità delle nanoparticelle che giunge da uno studio italo-tedesco e che riguarda l’inquinamento da polveri sottili prodotte dai motori diesel Euro 4. Secondo gli studiosi del Max Haber Institute e dell’Istituto di Neurobiologia e Medicina Molecolare di Roma, tutta l’attenzione del legislatore si è concentrata sulla fuliggine prodotta da detti motori.
A seguito della norma Euro 4 si è verificato un effettivo miglioramento in termini di quantità di fuliggine tuttavia non si è tenuto conto della modificazione della struttura del particolato prodotto che lo rende molto più dannoso per l’organismo umano e che è responsabile dell’uccisione di un maggior numero di cellule immunitarie del corpo umano.
Continua a leggere: Conferme per la pericolosità delle nanopolveri
E’ arrivato lo studio che conferma il grande danno che le particelle inquinanti più piccole fanno ai nostri polmoni. Viene dall’Università di Los Angeles (dove di inquinamento se ne intendono) ed è stato appena pubblicato su Circulation Research. Quelle particelle ultrafini, da 0,18 micron, provenienti dai tubi di scappamento delle onnipresenti automobili potrebbero essere una causa primaria della formazione delle placche arteriose, che causano l’infarto.
I ricercatori hanno esposto dei topi per cinque settimane al particolato delle autostrade di Los Angeles, mettendoli a confronto con altri sottoposti ad aria filtrata, nell’ambito di un complesso protocollo di esposizione alle emissioni. I risultati dimostrano che i topi inquinati da PM ultrafino sviluppano il 55% di placche arteriose in più di quelli che hanno respirato aria pulita ed il 25% di quelli esposti al particolato fine, nonostante il breve periodo di esposizione.
Lo studio proverebbe che le particelle ultrafini contribuiscono all’indurimento delle arterie attaccando le qualità protettive del “buon” colesterolo. Rispetto alle particelle di dimensioni maggiori infatti: “il particolato ultrafine può produrre dosi maggiori di composti dannosi”. Il problema della determinazione degli effetti delle particelle più piccole è fondamentale per la messa a punto di una normativa di regolamentazione europea che, attualmente (vedi Art. 13) non le considera in modo specifico.
Via | GreenCar Congress
Foto | Vinzzz’s
» Caratterizzazione delle polveri ultrafini Arpa Emilia-Romagna
» Ambient particulate Pollutants in the ultrafine range promote early atherosclerosis and systemic oxidative stress - Circulation Research

60% di efficenza. Sembra fantascienza, ma non lo è. Questo sorprendente risultato è stato ottenuto da un istituto di ricerca National Renewable Energy Laboratory che ha sfruttato una nuova composizione a base di nanoparticelle di silicio per raggiungere una produzione multipla di elettroni per ogni fotone da cui viene stimolata (nei modelli attuali infatti il rapporto di produzione/irraggiamente è sempre stato 1:1). Un tale risultato non è cmq una novità. Infatti già con altri materiali si erano raggiunte tali soglie di efficienza, unico problema si trattava di materiali altamente tossici.
Grazie agli studi appena proposti sembra infatti che si possa ottenere lo stesso effetto usando il sempreverde silicio (c’è chi lo dava già per spacciato come materiale). Ma le sorprese non finiscono qui: sembra infatti che la produzione di questi layer di nanoparticelle sia relativamente semplice (ergo economica) al contrario di altre procedure già collaudate (come la “multijunction” di celle fotovoltaiche) molto costose e addirittura meno efficenti.
Il prossimo passo nello sviluppo di questa tecnologia consiste nel riuscire a estrarre tale energia dalla complicata struttura di nanoparticelle di silicio. Un problema a quanto pare non banale, ma che si spera nel giro di qualche anno di riuscire a risolvere.
via Ecogeek