L’osservazione è di Federico Magnani, dell’Università degli Studi di Bologna; fertilizzare gli alberi, o “doparli” come Catherine Brahic scrive su New Scientist, con azoto, stimola la loro capacità di assorbire più diossido di carbonio, andando ad incrementare il loro albedo, e riflettere così più radiazione solare.
In un nuovo studio pubblicato sui Proceedings of the National Academy of Sciences, Scott Ollinger dell’Università del New Hampshire con diversi colleghi ha scoperto che le volte delle foreste con più alta concentrazione di azoto tendono a trattenere più CO2 e a riflettere più energia solare di quelle con minori quantità di quel nutriente.
Magnani, che ha trascorso molti anni a studiare l’assorbimento di anidride carbonica negli alberi fertilizzati, è giunto alle stesse conclusioni in un suo studio di 2 anni fa, pubblicato su Global Change Biology.
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Le barriere coralline stanno scomparendo ad una velocità doppia rispetto alle foreste pluviali tropicali. Lo dicono John Bruno ed Elizabeth Selig della University of North Carolina. I due ricercatori hanno completato il primo studio globale sulle barriere coralline della regione indopacifica, confrontando i dati di 6.000 studi che monitoravano 2.600 barriere coralline tra il 1968 ed il 2004.
In questa zona, in cui sono presenti il 75% delle barriere coralline del mondo, i due studiosi hanno scoperto che la superficie coperta dal corallo sta diminuendo dell’1% all’anno tra il 1968 ed il 2004. Per fare un paragone, le foreste pluviali tropicali stanno scomparendo ad un tasso dello 0,4% l’anno tra il 1990 ed il 1997.
La barriera corallina non dovrebbe comunque rappresentare la prima vittima del riscaldamento globale. Basta guardare ai cambiamenti climatici estremi che è riuscita a superare negli ultimi 220 milioni di anni. Una capacità di adattamento che è stata osservata anche da Andrew Baker e dai suoi colleghi della Columbia University. Lungo la costa di Panama, l’acqua più calda ha causato lo sbiancamento dei coralli che hanno formato una relazione simbiotica con le alghe conosciute con il nome di clade C, ma non di quelli che hanno legato le loro forze con un altro tipo di alga, la clade D, che può tollerare temperature più elevate.
Per cui, come consiglia lo stesso Baker, per salvaguardare il futuro delle barriere coralline ci vuole più ricerca, che “potrebbe includere degli esperimenti in cui tentare di inoculare alghe simbiotiche resistenti al calore nelle più grandi e antiche colonie di coralli”, unita a uno sforzo internazionale per affrontare il riscaldamento globale, e a politiche locali - come la riduzione dei metodi di pesca nocivi e dell’erosione - di mantenimento dei coralli nel breve periodo.
Via | New Scientist (1), New Scientist (2)
Foto | Flickr
Se per ipotesi fantascientifica tutti gli esseri umani presenti su questo pianeta dovessero scomparire da un giorno all’altro, che succederebbe al nostro pianeta?
Lo leggo sullo speciale Atlante di Repubblica in vendita da ieri insieme al quotidiano, intitolato “Il pianeta impazzito”, che raccoglie innumerevoli contributi apparsi sul quotidiano e altri ad hoc sul tema dei cambiamenti climatici. Tra tutti, questo articolo in particolare mi è sembrato molto curioso.
L’articolo riporta una ricerca fatta qualche mese fa dal New Scientist, illustre rivista scientifica inglese. Per ipotesi immaginiamo che non ci sia più anima viva da un giorno all’altro. Che farebbe Gaia a questa notizia? Stapperebbe champagne a non finire?
Facciamo un giochino, io vi elenco gli effetti e voi segnate su un foglietto la vostra ipotesi. Di seguito metterò la stima del tempo in cui quell’effetto si verificherà. Fateci poi sapere quante ne avete azzeccate.