
Herbman è un personaggio di dimensioni fuori dal normale, il cui corpo è interamente ricoperto di piante ed erbe officinali, che gira il mondo per spiegare alla gente gli usi e gli effetti delle piante di cui è vestito.
Il progetto Medical Herbman Cafè è una iniziativa di educazione sostenibile, che utilizza i fondi raccolti tramite la vendita di tè e cibi naturali per la costruzione di aree parco giochi nei Paesi in via di Sviluppo.
Gli ideatori del progetto girano il mondo in un container, che fermano in un grande prato e allestiscono come Cafè grazie ad una cucina da campo: di fronte all’area ristoro si ferma the Herbman, pronto a spiegare ai visitatori di quali erbe sono fatti i suoi muscoli, di quali piante medicinali abbondano le sue ginocchia, cosa si cura con le foglie che ricoprono la sua pancia.
Se vi dovesse capitare di incontrarlo, sappiate che il suo vestito cambia in base alla zona in cui si ferma, perché ognuno deve conoscere le piante locali, che crescono in modo naturale. Benvenuto Herbman, speriamo di incontrarti presto in Italia!
via | Inhabitat
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La delusione è stata grande: l’accordo raggiunto a Copenhagen è solo di facciata e è servito giusto per dire al Mondo che oltre 180 Paesi non hanno trascorso inutilmente il loro tempo nella capitale danese. Non ci sono vincoli e neanche impegni. I leader hanno firmato carta straccia. A non darsi pace per questo epilogo così sconfortante è Greenpeace che più di tutte le altre associazioni ambientaliste aveva lavorato molto duramente nel creare canali di informazione di pressione. La lettera scritta da Kumi Naidoo, Direttore esecutivo di Greenpeace International, esprime il dolore per la mancata occasione di garantire al Pianeta un futuro più sano e equo, dal punto di vista, non solo ambientale ma anche della ridistribuzione delle risorse economiche.
Scrive Kumi Naidoo:
La città di Copenhagen è la scena di un crimine climatico, con i colpevoli che scappano verso l’aeroporto, coperti di vergogna. I leader mondiali hanno avuto un’occasione unica per cambiare il pianeta in meglio, evitando i cambiamenti climatici. Alla fine hanno prodotto un debole accordo, pieno di lacune, abbastanza grandi da farci passare dentro tutto l’Air Force One. Nonostante il mandato ricevuto dai cittadini di tutto il mondo, e più di un centinaio di capi di governo arrivati a Copenhagen, il battibecco continua. I nostri leader non hanno agito come tali. Non hanno portato a termine il loro compito.
Secondo Kumi Naidoo le cause del fallimento sono state:
Il fallimento è dovuto in parte alla mancanza di fiducia reciproca tra nazioni sviluppate e in via di sviluppo. I leader dei Paesi industrializzati hanno avuto moltissimo tempo per fissare obiettivi ambiziosi e impegnativi di riduzione dei gas serra. E, allo stesso tempo, per accordarsi sui miliardi di euro che avrebbero permesso alle nazioni in via di sviluppo di fare la propria parte per ridurre i gas serra da combustibili fossili e arrestare la deforestazione su larga scala. Ma il fallimento non è un’opzione. I climatologi di tutto il mondo ci dicono che la crescita delle temperature globali deve arrestarsi al più presto, per poi iniziare a tornare sotto i livelli attuali. Anche una crescita della temperatura di 1,5 gradi potrebbe determinare impatti irreversibili, e una di 2 gradi rischia di portare verso cambiamenti climatici catastrofici. Per evitare questo, le nazioni industrializzate – che hanno la maggiore responsabilità del problema – devono adottare i tagli più drastici. Inoltre, devono fornire almeno 140 miliardi di dollari all’anno per aiutare i Paesi in via di sviluppo a fare la propria parte e incamminarsi in un percorso di energia pulita, proteggere le foreste tropicali e adattarsi a quei cambiamenti climatici che – purtroppo – sono ora inevitabili.
Kumi però, crede nel futuro e scrive:
Non è finita. I cittadini di tutto il mondo chiedevano un vero accordo prima che il Summit iniziasse, e lo stanno ancora chiedendo. Possiamo ancora salvare centinaia di milioni di persone dalle devastazione di un mondo sempre più caldo, ma è solo diventato molto più difficile.
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Se vi siete sempre chiesti dove finiscano i rifiuti elettronici, sempre più numerosi tra computer, elettrodomestici e vecchie Tv, ma non avete trovato risposta, forse è perché la risposta era meglio non saperla. Una lunga indagine di Abc denuncia come i rifiuti elettronici dell’America e di alcune nazioni Europee finiscano per uccidere i bambini africani.
Molte delle componenti dei rifiuti elettronici che vengono buttati e ricomprati al passo con lo sviluppo incessante della tecnologia, finiscono in Africa, gettate in enormi discariche a cielo aperto che avvelenano i bambini a causa dell’alta concentrazione di mercurio, cadmio, piombo, così come raccontato nel film The Digital Dump.
E’ il caso della regione di Accra, in Ghana, che raccoglie ogni anno tonnellate e tonnellate di componenti provenienti da rifiuti elettronici, che vengono poi bruciate dai bambini, o raccolte e selezionate per essere rivendute, col risultato che bambini dagli 8 anni in su vengono a trovarsi costantemente a contatto con metalli pesanti o con sostanze che li intossicano. Scenari simili si ripropongono non solo in altre nazioni dell’Africa, ma anche in Vietnam, in India, in Cina.
Le Nazioni Unite hanno stimato che circa 50 milioni di tonnellate di rifiuti elettronici vengano gettate via ogni anno dai paesi sviluppati, e che la maggior parte di questi finisca nei Paesi in via di Sviluppo: in fondo, smaltire correttamente un vecchio monitor CRT in Germania costa circa 3,50 euro, mentre spedirlo su una nave in Ghana appena 1,50 euro. E purtroppo pare chiara quale sia la scelta tra avvelenare due bambini e risparmiare due euro.
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Le iniziative di Greenpeace per sensibilizzare l’opinione pubblica, governi e politici non sono solo creative ma ingegnose. Nella notte di ieri è stata installata una statua di Berlusconi di Ghiaccio ai Fori imperiali, al cospetto delle statue che raffigurano gli imperatori romani. Ma il Berlusconi di ghiaccio non ha retto alla notte di pioggia e all’alba si è frantumato in mille pezzi.
Gli attivisti sono stati denunciati perché non autorizzati alla manifestazione. Leggo sul sito di Greenpeace a proposito dell’appello a Silvio Berlusconi
Un vero leader fa la storia, si prende il carico di una seria riforma della politica energetica e a Copenhagen non va per farsi fotografare ma per appoggiare l’unica politica che ci salverà: un taglio di emissioni di gas serra del 40% per i Paesi industrializzati e finanziamenti per i Paesi in via di sviluppo adeguati alla sfida rappresentata dai cambiamenti climatici.
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La diffusione dei beni verdi nei Paesi in via di sviluppo è frenata anche dal fatto che i loro prezzi di importazione siano decisamente fuori portata. In riferimento a ciò mi è sembrato interessante quanto suggerito dal ministro britannico per il Commercio e lo Sviluppo, Gareth Thomas, in occasione di una riunione dell’Organizzazione Mondiale per il Commercio (Wto) a Ginevra.
In sostanza Thomas ha proposto come i “beni sostenibili”, per esempio docce a flusso ridotto, cucine solari, pannelli fotovoltaici e piccole turbine eoliche, dovrebbero avere tasse di importazione agevolate per i Paesi in via di sviluppo; oggi infatti, le imposte su questi beni si aggirano intorno al 27 %, una cifra particolarmente alta.
Per il ministro un provvedimento di questo tipo incoraggerebbe un uso più ampio di prodotti a bassa emissione di carbonio e se da una parte si potrebbe permettere una produzione sostenibile di energia che aiuterebbe a ridurre la povertà nei paesi in via di sviluppo dall’altra si crerebbero le condizioni per vivere in maniera più sostenibile.

Secondo il governo danese dimezzare le emissioni inquinanti entro il 2050 non solo è possibile, ma dev’essere un dovere per i paesi ricchi. Per questo ha redatto il testo di una bozza programmatica, che potrebbe diventare la base per un accordo politico tra i leader che parteciperanno all’incontro di Copenaghen tra una settimana.
Il testo prevede di dimezzare le emissioni rispetto al 1990, e di raggiungere l’obiettivo per il 2050. I tagli più significativi dovranno avvenire per i Paesi ricchi, ai quali si chiede di dimezzare dell’80% le proprie emissioni.
Nella bozza si afferma anche la necessità di mantenere l’aumento medio globale della temperatura entro e non oltre i 2°, ma non viene indicato alcun obiettivo o termine, così come richiesto dai Paesi in via di sviluppo.
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Un inquietante dossier è stato pubblicato da Survival Internationl l’organizzazione internazionale che da anni si muove in prima linea per dare voce ai popoli indigeni di tutto il mondo, non a caso denominato la verità più scomoda di tutte, parafrasando il titolo del celebre film di Al Gore.
La lotta contro il riscaldamento globale devasta i popoli indigeni
urlano indignate le pagine del dossier. In particolare sono quattro le misure i cui devastanti effetti sono analizzati: l’uso dei biocarburanti, l’energia idroelettrica, le politiche di conservazione delle foreste e non da ultimo, le compensazioni delle emissioni di carbonio.
La polemica sui biocarburanti in sostituzione degli idrocarburi è aperta ormai da anni, spaccando in due il mondo degli ambientalisti. Ma cosa dire ai Guaranì la tribù più numerosa del Brasile, eppure una delle più fragili se è vero che in soli 6 anni oltre 80 bambini sono morti di fame, a causa della conversione delle loro terre per la produzione di olio di palma? Per quanto riguarda l’energia idroelettrica, poi, oltre 10 mila indigeni del Borneo, i Penan, sono stati sfrattati per permettere la costruzione della diga di Bakun, in Malesia, mentre continuano i lavori e le ricerche per la costruzione di altre, enormi, infrastrutture. Ma c’è dell’altro, e riguarda le politiche messe in campo per proteggere le foreste e che ricadono, incredibilmente, proprio su quei popoli che hanno fatto del rispetto della foresta la propria vita, la propria maestra, la propria dea. E’ il caso dei Masai, sfrattati dalle multinazionali del turismo che hanno reso la parte settentrionale della Tanzania in una riserva dove loro sono, senza eufemismi, decisamente di troppo! Stessa vergognosa sorte, poi, è toccata agli Ogiek, cacciati dalla foresta di Mau, in Kenia, terra legata – in modo meravigliosamente sostenibile! – alla sopravvivenza e alle magiche ritualità di questa tribù.
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Come reagiscono uomini e donne di fronte ai cambiamenti climatici? Chi si interessa di più all’ambiente e alle sorti del pianeta? Chi, tra uomini e donne riuscirà ad adattarsi meglio ai cambiamenti climatici?
La risposta a tutte queste domande, fornita dal rapporto delle Nazioni Unite sullo Stato della Popolazione 2009, è la stessa: le donne sono più attente alle questioni ambientali e saranno quelle maggiormente colpite dai cambiamenti climatici, ma riusciranno ad adattarsi meglio alle conseguenze e alle circostanze.
Le donne hanno comportamenti più ecologici: guidano meno degli uomini e prendono l’aereo molto meno, riciclano di più degli uomini e propendono per acquisti eco-sostenibili. Per quanto riguarda i consumi, le donne sono molto attente e hanno una gestione improntata al risparmio energetico. A tavola le donne mangiano più verdure e vegetali e molta meno carne rispetto agli uomini: i consumi delle donne ed il loro regime alimentare sono meno impatttanti rispetto ai consumi degli uomini. E ciò per i paesi industrializzati.
Per quanto riguarda i paesi in via di Sviluppo, le donne saranno le più colpite dai cambiamenti climatici perchè vivono in uno stato di dipendenza economica che non permette loro di adattarsi facilmente ai cambiamenti. In più, a causa dei cambiamenti climatici, sarà più difficile per le donne trovare cibo, acqua e risorse per sè stesse ed i propri figli.
Il rapporto si conclude con la seguente affermazione:
I cambiamenti climatici, non solo metteranno a rischio vite umane e mineranno la disponibilità dei mezzi di sostentamento, ma renderanno più evidente il gap tra ricchi e poveri ed amplificheranno le inequità tra uomini e donne.
via | Treehugger
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Vi riporto da meteogiornale un articolo di Aldo sugli ambientalismi, in base ai quali si può analizzare una società e capire il valore dell’ecologia e delle risorse per la comunità di riferimento. L’articolo si basa sulla lettura del libro di Joan Martinez Alier, Ecologia dei Poveri.
Il primo tipo di ecologismo è basato sul culto della Natura, sull’amore per gli spazi incontaminati e per l’essenza selvaggia, purchè l’uomo sia assente dall’oggetto dell’amore. Lo scopo è la conservazione dell’ambiente e la strategia per ottenerlo è l’allontanamento dell’uomo. Questo tipo di ecologismo è tipico dei paesi industrializzati e ne sono espressione i Parchi nazionali e le Aree Protette.
Il secondo tipo di ambientalismo è più giovane, ha come mantra l’ecoefficienza e spesso è in opposizione con il precedente. Nell’ambientalismo orientato all’ecoefficienza tutto è scienza e tecnologia, tutto si basa sul controllo razionale e matematico del rapporto tra inquinamento e risparmio energetico, tra risorse ed emissioni, tra materie prime e impatto ambientale. All’estremo di questo ambientalismo c’è sarebbe la volontà a far pagare in anticipo l’impatto ambientale connesso all’acquisto o all’uso di un bene.
Entrambi gli ambientalismi precedenti si sviluppano nell’ottica di paesi occidentali e industrializzati, mentre ai paesi in via di sviluppo si applica l’Ecologia dei poveri. L’ultima nata tra le forme di ambientalismo, difende con tutti i mezzi, leciti e illeciti, gli ambienti in cui l’uomo è inserito, ma che sono minacciati per la disponibilità di risorse.
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La Ue fa sapere di avere raggiunto, oggi a Bruxelles, un accordo da portare al summit di Copenaghen: 100miliardi di euro da versare ai paesi in via di sviluppo dal 2013 al 2020. A quanto ammonti, però, la quota di ogni paese non è dato saperlo. Gli accordi per la lotta ai cambiamenti climatici, nelle intenzioni della Ue, dunque, passerebbero anche attraverso gli aiuti ai paesi in via di sviluppo. Ma di fatto, non avendo ancora indicato la quota che dovrebbe versare ogni singolo Stato membro, sorge già un primo problema: su quali basi sarà individuata?
Pertanto sembra solo una strategia economico-politica per non giungere con le mani vuote al tavolo degli accordi, dove saranno presenti anche, tra gli altri, Usa, Cina, Giappone, India, Brasile. L’obiettivo, ha dichiarato Angela Merkel è quello di ammettere che c’è una grossa cifra in gioco ma che la definizione di come vada spesa e da chi vada spesa sarà stabilita solo quando anche gli altri stati giocheranno a carte, pardon, soldi scoperti.