Le acacie della savana africana hanno bisogno di essere mangiate dalle giraffe o dagli elefanti per vivere bene. A questa conclusione sono giunti dei ricercatori guidati da Todd M. Palmer dell’università della Florida che hanno studiato le relazioni tra acacie (Acacia drepanolobium) e formiche (Crematogaster) .
Il patto vigente era che le formiche avrebbero difeso l’albero (in cui vivevano) spruzzando sostanze irritanti verso gli erbivori che si fossero avvicinati per mangiarne le foglie. In cambio l’albero avrebbe offerto protezione (comode spine in cui nidificare) e alimenti (nettare). La mancanza di grandi erbivori indotta dall’esperimento ha alterato il rapporto mutualistico tra alberi e formiche.
La mancanza di pascolo per un periodo di 10 anni è bastata per far ridurre la quantità di nettare e le possibilità di rifugio che le acacie offrivano alle formiche. Le formiche mutualistiche hanno perso il loro vantaggio e sono state sostituite da specie antagoniste. (Un rapporto mutualistico è una convivenza dalla quale entrambi i partecipanti traggono giovamento.)
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I pascoli, invece di causare incendi potrebbero evitarli.
Dicevamo tempo fa che, a volte, sono i pastori ad appiccare il fuoco al sottobosco per far crescere vegetazione adatta al pascolo delle loro bestie. Ora alcuni ricercatori dell’ISPAAM (Istituto per il Sistema Produzione Animale in Ambiente Mediterraneo del CNR di Sassari) hanno avuto l’idea di sfruttare le vie tagliafuoco come pascolo e di studiare il modo migliore di gestire la ricrescita della vegetazione.
Claudio Porqueddu spiega come si e’ arrivati a questa soluzione: “l’iter, che dalla fiammella iniziale porta a fiamme di metri di altezza, segue queste tappe: parte dai residui secchi della vegetazione erbacea, poi sale agli arbusti, quindi alla parte basale della chioma delle formazioni forestali, fino all’intera chioma e alla sovrachioma. Per ipotizzare un controllo preventivo degli incendi è pertanto necessario seguire questa catena, eliminando o almeno riducendo l’esca costituita da biomasse vegetali erbacee o arbustive come cisto e rovi, le cui biomasse disidratate sono di rapida e facile combustione”.
Il comune di Torino ha avviato una sperimentazione per la gestione del verde urbano in quattro parchi cittadini: Maddalena, Meisino, Colonnetti e Piemonte.
Si tratta di parchi periferici abbastanza grandi, dove gli animali al pascolo sono stati tenuti in recinti protetti da filo elettrificato. Il controllo di pastori e cani è stato assicurato 24 ore su 24.
Le bestie sono state nei parchi in primavera e poi sono state portate in quota, nei pascoli degli alpeggi. Torneranno in città in autunno, prima di ritirarsi nelle stalle di Chieri a passare l’inverno. Quelle della foto sono le pecore della prima sperimentazione, fatta nel 2000, che era stata osteggiata per presunti maltrattamenti agli animali, che non disponevano di una stalla.

La mappa in figura riporta il rischio di incendio in Italia, secondo il sito incendiboschivi.org. Le provincie in rosso sono quelle in cui “il rischio permanente o ciclico di incendio minaccia gravemente l’equilibrio ecologico, la sicurezza delle persone e dei beni o contribuisce all’accelerazione dei processi di desertificazione delle superfici rurali.”
Termino la parte naturalistica sugli incendi (nei giorni scorsi abbiamo visto le tipologie, gli adattamenti della macchia mediterranea, gli effetti sui suoli e le modalità dei ripopolamento vegetale, per passare a quella “umana”. Il Corpo Forestale dello Stato, insieme a Legambiente, hanno stilato un rapporto sul legame tra incendi e illegalità in Italia. Tra gli altri dati sugli incendi di cui avevamo già parlato, leggo il seguente passaggio: “Nel corso del 2006 in tutta Italia sono andati in fumo quasi 40.000 ettari di territorio a causa di 5.643 incendi boschivi, di cui il 60% appiccati intenzionalmente da incendiari per varie ragioni tra cui la speculazione e l’illusione di creare posti di lavoro connessi alle attività di spegnimento.”

Provincia, Camera di Commercio, Fiera di Foggia, Federparchi e l’Associazione Nazionale “Formaggi sotto il Cielo” stanno organizzando la fiera dei sistemi pastorali.
In particolare il comitato si occuperà di tratteggiare le linee della “Carta dei diritti della Pastorizia”, un vademecum che potrà aiutare tutti gli organismi coinvolti nella valorizzazione dei sistemi pastorali.
A vederle ricordano quelle del presepio, ma sono gagliardissime pecore della Valle Stura (Cuneo). Adatte alla vita di montagna, si sanno arrampicare su pendii rocciosi molto scoscesi con naturalezza. Negli anni ‘80 ne erano rimasti pochissimi esemplari, che però oggi, grazie all’aiuto della Comunità Montana della Valle Stura, sono più di 5.000. Stanno così bene che colonizzano nuove valli, come la Valsesia (Vercelli).
E a noi che cosa ne viene? Ecco: oltre ad avere qualcuno che cura il territorio montano, pare che la carne sia ottima, il formaggio pure (visto che brucano all’aperto) e la lana spettacolare. Chi può li provi e poi ci racconti.
Tradizionalmente queste pecore si autogestivano,