Vi siete mai chiesti da dove, e soprattutto come, arriva l’enorme quantità di petrolio e gas naturale che consumiamo quotidianamente nel mondo? Da molti luoghi, ma in un solo modo: con una grossa trivella. Che nel caso del petrolio off shore diventa una piattaforma petrolifera in mezzo al mare.
Alcune di queste piattaforme sono realmente enormi, come la “Troll A” che è alta ben 472 metri (369 dei quali sotto il livello del mare) e pesa la bellezza di 650.000 tonnellate. Una piattaforma, per capirci, più alta della Tour Eiffel e dell’Empire State Building.



Ma non è la sola: tra grandi e piccole in giro per i sette mari ci sono centinaia di piattaforme petrolifere che si misurano in centinaia di metri e che estraggono, ogni anno, milioni e milioni di barili di petrolio. Da qualche mese, come sappiamo ormai benissimo, ce n’è una in meno e questo ha ribadito quanto sia pericolosa l’attività di estrazione del greggio in mare.
Continua a leggere: Le piattaforme petrolifere più grandi del mondo
Niente moratoria europea per le estrazioni in mare di petrolio e gas: lo ha annunciato ieri il Commissario europeo all’Energia Günther Oettinger nel corso di una conferenza stampa.
L’effetto marea nera sulla prudenza europea, quindi, inizia già a sgonfiarsi e l’Unione si limiterà a proporre leggi più rigide in tema di petrolio off shore. E neanche subito, come spiega lo stesso Oettinger:
Speriamo di essere pronti a presentare le nostre proposte entro la primavera dell’anno prossimo
Le parole del Commissario europeo sono una doccia fredda per gli ambientalisti che, in seguito alla recente presa di posizione della Commissione Ambiente del Parlamento Europeo, speravano nella moratoria.
La Commissione parlamentare, infatti, aveva chiesto lo stop alle trivellazioni in attesa che si definissero norme più efficaci per la tutela dell’ambiente e della sicurezza delle piattaforme e degli altri impianti di estrazione di petrolio e gas naturale.
Ultima speranza in questo senso, a dire il vero assai flebile, deriva dal fatto che l’Ue lascerà liberi gli stati membri di mettere in atto, ognuno per sé e solo se lo vuole, uno stop alle trivellazioni in mare. Altrettanto utopistica sembra la possibilità che la Commissione Europea possa chiedere alle multinazionali dell’energia con sede legale in Europa di applicare i nuovi standard ambientali per le perforazioni in altre parti del mondo.
Via | Affari Italiani
Foto | Ue
La Commissione Ambiente del Parlamento Europeo, con una votazione svoltasi ieri, ha approvato una risoluzione contro le perforazioni di petrolio off shore. La risoluzione, approvata con 46 voti favorevoli, 8 contrari e 3 astenuti, passerà all’assemblea la settimana prossima e, se venisse approvata anche dalla plenaria (come di solito accade, visto il voto della commissione) dovrà essere discussa dal Consiglio a metà ottobre.
Il documento votato ieri, in poche parole, chiede una moratoria in tutti i 27 stati membri alle trivellazioni off shore di petrolio e gas naturale in base al principio della “safety first”: in attesa che si facciano leggi in grado di garantire effettivamente la sicurezza di queste attività estrattive sarebbe meglio congelarle.
Si tratterebbe, quindi, di prendere atto della pesantissima lezione della Deepwater Horizon e fare in modo che gli standard di sicurezza migliori vengano effettivamente rispettati ovunque si cerca petrolio sul fondo del mare.
La risoluzione, inoltre, chiede una cosa molto appropriata e intelligente: se ci fosse un disastro petrolifero nei mari europei, quale sarebbe la reale capacità di risposta? E poi: quale assicurazione ci sarebbe sul fatto che chi inquina paga ed è legalmente responsabile del disastro?
Domande, a dire il vero, tutt’altro che inutili.
Via | Parlamento Europeo
Foto | Flickr

Il comitato No Triv siciliano plaude all’iniziativa dell’assessore regionale all’Ambiente Roberto Di Mauro di dire no alle trivellazioni petrolifere e gasifere al largo delle coste siciliane. Un’iniziativa culminata in una strana riunione tra l’assessore stesso e alcuni, non tutti, sindaci della costa sud della Sicilia per bloccare, in buona sostanza, ciò che né i sindaci né l’assessore regionale all’Ambiente possono bloccare.
I No Triv, però, apprezzano comunque la volontà politica e scrivono:
Siamo molto contenti poichè i sindaci dei comuni costieri della fascia sud si sono svegliati e stanno proclamando la loro volontà di fermare i petrolieri in tutta la Sicilia. Anche l’assessore regionale al Territorio e Ambiente Di Mauro si dice fermo nella volontà di proseguire col modello di sviluppo della Sicilia che non può passare dalle ricerche di idrocarburi ma dal turismo e dalla cultura
Poi, però, prendono di petto il problema e chiedano che Di Mauro faccia lo stesso:

Si sono riuniti ieri mattina alle 12, all’Assessorato regionale Territorio e Ambiente a Palermo, gli amministratori dei comuni rivieraschi siciliani convocati dall’assessore Di Mauro per parlare delle trivellazioni petrolifere nel Canale di Sicilia.
La riunione, in realtà, è singolare per molti versi: innanzitutto perché la concessione delle autorizzazioni a trivellare non la da l’Assessorato all’Ambiente, bensì il neonato Assessorato all’Energia (un tempo quello all’Industria, ma il governatore siciliano Raffaele Lombardo ha recentemente rivoluzionato gli uffici regionali). Poi perchè la maggior parte dei comuni ragusani, interessati alla questione visto che a largo di Pozzallo c’è la piattaforma più grande del mediterraneo, la Vega della Edison, non sapevano nulla della convocazione.
Ne era a conoscenza, ed era invitata, Vera Greco, soprintendente ai beni archeologici e paesaggistici ragusana, che è anche componente della commissione nazionale per la Valutazione di impatto ambientale, la famosa Via. La Greco, però, oggi non era presente a Palermo.

Questa notizia merita di gran lunga l’inserimento nella categoria “Greenwashing“: il ministro dell’Ambiente, Stefania Prestigiacomo, ha ottenuto dal Consiglio dei Ministri nuove regole più rigide per le trivellazioni petrolifere off shore. Per descriverle, onde evitare fraintendimenti, non c’è nulla di meglio che riportare il comunicato stampa del Ministero, con tanto di errori di battitura:
E’ stato infatti introdotto il divieto assoluto di ricerca, prospezione e estrazione di idrocarburi all’intero delle aree marine e costiere protette e per una fascia di mare di 12 miglia attorno al perimetro eterno delle zone di mare e di costa protette. Inoltre le attività di ricerca ed estrazione di petrolio sono vietate nella fascia marina di 5 miglia lungo l’intero perimetro costiero nazionale. Al di fuori di queste aree in cui vige il divieto, le attività di ricerca ed estrazione di idrocarburi saranno tutte sottoposte a Valutazione di Impatto Ambientale
L’unica vera novità sta nel fatto che non si potrà fare ricerca sismica all’interno delle aree protette: l’estrazione, seppur non esplicitamente, è già vietata dal diritto italiano e internazionale visto che si tratta di una attività economica e l’area è protetta. O, almeno, così dovrebbe: quasi sempre le multinazionali del petrolio ci provano lo stesso…
Per quanto riguarda la Via alle attività di ricerca ed estrazione, non è una novità: le società fanno sempre istanza di esclusione dalla procedura di Via, ma solitamente la ottengono solo per le ricerche sismiche e, in ogni caso, con una serie di prescrizioni da rispettare. L’unico risultato della nuova norma sarà di allungare i tempi e di fare incassare qualche spicciolo in più allo Stato per la copertura dei costi della procedura Via.
Ma, burocrazia a parte, è la sostanza che sfiora il ridicolo: 5 miglia dalla costa e 12 dalle aree marine protette è un’offesa all’intelligenza. In caso di disastro, infatti, il petrolio ci mette assai poco a fare 12 miglia, figuriamoci 5. Non dimentichiamo, ad esempio, che l’ormai famigerata marea nera in un paio di mesi ha coperto un’area grossa quanto la Sicilia. Non si capisce proprio, a questo punto, cosa dovrebbero provare a proteggere le nuove norme varate dalla Prestigiacomo.
Via | Ministero dell’Ambiente
Foto | Flickr

Mentre il Ministero per lo Sviluppo economico afferma che “va tutto bene” e che le piattaforme petrolifere off shore attive nel Mediterraneo sono perfettamente in regola e non costituiscono un rischio per l’ambiente marino, Edison viene citata in giudizio per danno ambientale e all’ecosistema.
Il processo è quello riguardante l’inquinamento in mare causato dalle attività del sito di coltivazione e produzione mineraria denominato Campo Vega, al largo di Pozzallo in provincia di Ragusa.
Nell’udienza preliminare, svoltasi oggi, il Procuratore della Repubblica Francesco Puleio e l’Avvocatura dello Stato (che si è costituita parte civile in giudizio per conto del Ministero dell’Ambiente) hanno chiesto di citare in giudizio, quale responsabile civile per gli ingenti danni provocati all’ecosistema marino di Pozzallo, Edison, proprietaria della struttura.

Il sottosegretario allo Sviluppo economico con delega all’Energia, Stefano Saglia, ha diramato un comunicato per rassicurare gli italiani: le piattaforme petrolifere off shore presenti nel Mediterraneo sono sicure.
Saglia ha incontrato Eni ed Edison al Ministero per chiedere informazioni sullo stato di salute delle piattaforme italiane e, tra oggi e domani, dovrebbero terminare i sopralluoghi nelle tre piattaforme attualmente attive nei nostri mari. Il comunicato stampa del Ministero assomiglia molto al classico “va tutto bene”:
Il Governo non può che rassicurare l’opinione pubblica in merito ai sistemi di sicurezza e alle procedure di emergenza delle piattaforme presenti nei mari italiani. In Italia non vi sono attività come quelle del Golfo del Messico quali perforazioni in acque profonde o esplorazioni in aree non conosciute. Da sempre vi sono controlli e verifiche sul rispetto di standard di sicurezza particolarmente elevati
Continua a leggere: Piattaforme off shore italiane: per il Ministero "va tutto bene"

Il ministro dello Sviluppo economico, Claudio Scajola, ha dato mandato alla Direzione Generale per le Risorse minerarie ed energetiche di sospendere ogni nuova autorizzazione alla perforazione di nuovi pozzi petroliferi off shore. La notizia, per certi versi clamorosa, è legata a doppio filo al disastro della Deepwater Horizon nel Golfo del Messico, anche se arriva con forte ritardo rispetto al palesarsi dei rischi per l’ambiente derivanti dalle piattaforme petrolifere.
Il comunicato stampa diffuso dal Ministero afferma che Scajola ha convocato per il 5 maggio Eni ed Edison, proprietarie delle 115 piattaforme marine presenti nel Mediterraneo di cui vi abbiamo parlato poche ore fa. Ad Eni ed Edison Scajola ha chiesto una relazione sui sistemi di sicurezza ed emergenza dei loro impianti off shore e, in attesa di conoscere queste informazioni, ha disposto il blocco totale di ogni ulteriore autorizzazione a perforare in mare.
Sul tavolo ci sono la richiesta avanzata da Peroceltic Elsa per bucare il fondo del mare di fronte le isole Tremiti in Puglia e la campagna di esplorazione sismica dei fondali di Shel-Northern Petroleum nel Canale di Sicilia che, a detta della stessa Shell, si potrebbe tramutare in un giacimento da 150 mila barili al giorno.
Continua a leggere: Scajola blocca le autorizzazioni alle nuove piattaforme off shore

Incurante del momento di scarsissima stampa di cui, si fa per dire, “godono” le piattaforme petrolifere off shore in seguito al disastro ambientale causato dalla Deepwater Horizon, Shell torna alla carica sulla già contestatissima questione delle esplorazioni nel Canale di Sicilia.
In una recentissima intervista al Corriere della Sera Economia Marco Brun, presidente e amministratore delegato di Shell Italia, torna a parlare delle ricerche sismiche tridimensionali che da qualche mese sta effettuando la Atlantic Explorer al largo delle isole Egadi. E ne parla assai bene:
I risultati della sismica tridimensionale rilevati in mare ci diranno se varrà la pena costruire il primo pozzo esplorativo per scandagliare i fondali che, secondo le nostre rilevazioni, potrebbero custodire un autentico tesoro