Dopo avervi fatto vedere alcune delle piattaforme petrolifere più grandi del mondo e dopo aver visto come il Corriere della Sera descrive con un video la vista quotidiana sulla piattaforma Vega Alfa, ecco una nuova gallery su come si vive e si lavora su un altro gigante del mare.
Si tratta di una piattaforma al largo dell’isola russa di Sakhalin. A vedere le foto si direbbe che chi lavora su questa piattaforma è decisamente più fortunato dei colleghi italiani: sulla Vega Alfa, se foto e video non ingannano, gli spazi sono molto più stretti e il comfort abbastanza inferiore.
Vivere e lavorare su una piattaforma petrolifera



In ogni caso, se volete visitare una piattaforma petrolifera ma non ve lo permettono, accontentatevi di queste foto.
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Vi siete mai chiesti da dove, e soprattutto come, arriva l’enorme quantità di petrolio e gas naturale che consumiamo quotidianamente nel mondo? Da molti luoghi, ma in un solo modo: con una grossa trivella. Che nel caso del petrolio off shore diventa una piattaforma petrolifera in mezzo al mare.
Alcune di queste piattaforme sono realmente enormi, come la “Troll A” che è alta ben 472 metri (369 dei quali sotto il livello del mare) e pesa la bellezza di 650.000 tonnellate. Una piattaforma, per capirci, più alta della Tour Eiffel e dell’Empire State Building.



Ma non è la sola: tra grandi e piccole in giro per i sette mari ci sono centinaia di piattaforme petrolifere che si misurano in centinaia di metri e che estraggono, ogni anno, milioni e milioni di barili di petrolio. Da qualche mese, come sappiamo ormai benissimo, ce n’è una in meno e questo ha ribadito quanto sia pericolosa l’attività di estrazione del greggio in mare.
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Se il disastro della Deepwater Horizon ha avuto almeno l’effetto di alzare ai massimi livelli l’attenzione sulla sicurezza delle piattaforme petrolifere off shore, non sembra che abbia ancora ottenuto il risultato di porre un limite al fiorente business del petrolio in mare.
L’ultima notizia, su questo fronte, viene dalla Tunisia. Per la precisione dal permesso di ricerca “Lambouka”, nel mare antistante la città di Kerkouane. Per capirci, a non molte miglia nautiche dalle acque di Pantelleria.
In quello specchio di mare ADX Energy e Gulfsands Petroleum Plc hanno trovato altro petrolio e gas in buona quantità e stanno prendendo in considerazione l’ipotesi di mettere in produzione il giacimento. Ma non sono ancora sicure. Perchè? Dipende dalle condizioni climatiche.
Continua a leggere: Nuove trivellazioni a largo di Pantelleria? Nel frattempo si scopre che...
Non ha causato, per fortuna, una nuova marea nera né i morti della Deepwater Horizon ma sarà comunque oggetto di una rigorosa indagine da parte del Bureau of Ocean Energy Management.
Guai in vista per la Vermillion 398, piattaforma petrolifera della Mariner Energy andata a fuoco a inizio mese a un centinaio di miglia dalle coste della Louisiana centrale: l’agenzia federale statunitense che controlla la sicurezza delle piattaforme petrolifere off shore ha annunciato di volerci vedere chiaro sull’incidente.
La notiza la da il giornale online di settore Rig Zone che aggiunge anche alcune dichiarazioni del direttore dell’agenzia, Michael R. Bromwich:
Siamo tutti sollevati dal fatto che le 13 persone sulla piattaforma siano stati tratti in salvo. Stiamo continuando a seguire da vicino questa situazione, che sarà oggetto di approfondita indagine. Useremo tutte le risorse disponibili per scoprire cosa sia successo, come sia successo, e quali provvedimenti giudiziari debbano essere presi, nel caso si scoprisse che siano stati violati regolamenti o leggi
Che sia finita l’epoca della deregulation per il petrolio off shore americano?

La Malesia rischia di fare la fine della Louisiana? Non si sa ed è presto per dirlo ma la cosa certa è che a circa 240 chilometri dalla costa ci sono alcune piattaforme petrolifere che perdono petrolio.
Petronas, la compagnia statale dell’energia, parla di piccole perdite di petrolio nelle acque che circondano le piattaforme. Non dice, però, quanti siano gli impianti ad avere problemi né quanto petrolio stia uscendo.
Ha ammesso, però, il blocco di alcuni impianti e la presenza in loco di alcune squadre che stanno lavorando per ripulire il mare. Confermato anche l’utilizzo, sul fondo dell’oceano, di un robot per individuare il punto esatto della falla.
Speriamo che le somiglianze con la tristissima storia della Deepwater Horizon, e della conseguente marea nera, finiscano qui.

Mentre nel Golfo del Messico è ormai chiaro che neanche il tubo di aspirazione riesce a mettere una pezza al disastro della Deepwater Horizon, tanto da spingere il presidente degli Stati Uniti Obama ad affermare che se Bp non si da una mossa dovrà intervenire il governo in prima persona, in Italia sono terminate le ispezioni sulle piattaforme petrolifere e sulle altre strutture di estrazione off shore del petrolio nel Mediterraneo.
Il sottosegretario all’Energia, Stefano Saglia, rassicura gli italiani: le ispezioni hanno dato esito positivo e tutto va bene:
Nei giorni scorsi sono state infatti ultimate le visite straordinarie su tutte le piattaforme operanti nei mari italiani per verificare lo stato, sia degli impianti di produzione che dei singoli pozzi di petrolio, per un totale di 9 piattaforme e 70 pozzi. Su ogni piattaforma è stata verificata l’efficienza delle dotazioni di sicurezza, la piena funzionalità delle valvole automatiche di fondo pozzo, presenti in tutti i pozzi, e delle valvole di superficie. Sono stati esaminati, con esiti positivi, i piani di emergenza depositati e le relative attrezzature. Per questo programma di controllo il Ministero dello Sviluppo Economico ha impegnato, finora, cinque specialisti degli uffici di vigilanza sul territorio affiancati da tre ispettori ministeriali
Continua a leggere: Marea Nera: Obama perde la pazienza, Saglia rassicura gli italiani

È scontro tra il Comune di Gela e l’Eni sull’Ici: secondo l’Ufficio Tributi, infatti, anche le piattaforme petrolifere sono soggette al pagamento dell’imposta comunale sugli immobili. L’Eni, per tanto, dovrebbe pagare gli arretrati relativi agli anni 2003 e 2004, per un totale di ben 3,5 milioni di euro e nel 2009 il Comune ha inviato gli avvisi di accertamento.
La questione fiscale è comune a molti comuni petroliferi italiani e, già nel 2006, la Corte di Cassazione ha deliberato in merito: l’Ici si paga. L’Eni, però, si oppone fortemente e ha fatto ricorso alla Commissione Tributaria di Caltanissetta contro tre cartelle esattoriali emesse da Gela.
A ciò si aggiungono gli altri contenziosi già in essere tra la società e l’ente: oltre all’Ici sulle piattaforme, infatti, è già partita la battaglia sulla tassa per i rifiuti per la raffineria: il Comune ritiene che l’Eni debba pagare la Tarsu, l’azienda si rifiuta affermando che gli unici rifiuti prodotti sono rifiuti speciali che, come è noto, vanno smaltiti a norma di legge e pertanto non rientrerebbero nel calcolo della tassa comunale.
All’ombra delle ciminiere, dopo quasi sessant’anni di estrazione e raffinazione di petrolio, e di incidenti gravi come quello di pochi giorni fa, succedono anche cose del genere…
Foto | Flickr

Il prestigioso The Huffington Post, blog che raccoglie le migliori firme del giornalismo americano, punta il dito sulla deregulation nel settore petrolifero che sarebbe alla base del disastro della piattaforma off shore Bp Deepwater Horizon.
Il presidente degli Stati Uniti Obama, in questi giorni, ha posto l’accento sul lato economico della questione prima ottenendo che le aziende responsabili del disastro paghino il conto, poi proponendo una tassa di un centesimo di dollaro al barile per finanziare un fondo per la protezione del mare dagli incidenti dell’industria petrolifera.
The Huffington Post, invece, la mette sul lato giuridico:
La prima chiara prova di ciò che ha causato la disastrosa esplosione nel Golfo del Messico - una devastante sequenza di problemi tecnici - mette in luce un punto inquietante dell’industria petrolifera statunitense: le dotazioni chiave di sicurezza delle decine di migliaia di pozzi petroliferi americani sono scarsamente regolamentate
Continua a leggere: Marea nera, The Huffington Post: causato dalla deregulation

Incurante del momento di scarsissima stampa di cui, si fa per dire, “godono” le piattaforme petrolifere off shore in seguito al disastro ambientale causato dalla Deepwater Horizon, Shell torna alla carica sulla già contestatissima questione delle esplorazioni nel Canale di Sicilia.
In una recentissima intervista al Corriere della Sera Economia Marco Brun, presidente e amministratore delegato di Shell Italia, torna a parlare delle ricerche sismiche tridimensionali che da qualche mese sta effettuando la Atlantic Explorer al largo delle isole Egadi. E ne parla assai bene:
I risultati della sismica tridimensionale rilevati in mare ci diranno se varrà la pena costruire il primo pozzo esplorativo per scandagliare i fondali che, secondo le nostre rilevazioni, potrebbero custodire un autentico tesoro