L’unione di 117 associazioni nigeriane ha suggerito al governo una linea politica per proteggere le foreste del paese: lasciare il petrolio sottoterra, per salvaguardare l’ambiente e tutelare la popolazione. La Nigeria è, infatti, il primo produttore africano di petrolio e sull’estrazione del petrolio nel Delta del Niger si basa l’intera economia del Paese. A pagarne il prezzo sono le popolazioni indigene che perdono il proprio ambiente e vengono costantemente intossicate.
L’estrazione del petrolio in Nigeria non ha portato alcun beneficio per le popolazioni locali, né è servita da leva di sviluppo per altri settori: le conseguenze della ricchezza del sottosuolo nigeriano hanno portato soltanto alla distruzione di ettari di foresta, ad un elevato tasso di inquinamento e a morti per intossicazione, oltre ad aver portato alla morte dell’ecologista Saro-Wiva che si era opposto all’attività della Shell nel Sud del Paese.
Per questo le associazioni nigeriane si sono riunite insieme a Friend of the Earth Nigeria e al Ministero Federale dell’Ambiente degli Stati del Delta del Niger per chiedere al governo una consultazione politica che possa prevedere lo sviluppo di una Nigeria post-petrolifera.
Mentre si investono miliardi di dollari per cercare di compensare le emissioni dovute all’industria petrolifera, alle associazioni nigeriane è venuta in mente la soluzione più ovvia: lasciare il petrolio sottoterra e basare l’economia della regione su sistemi di sviluppo sostenibile, dato che l’estrazione dell’oro nero ha portato alle popolazioni soltanto distruzione, inquinamento e morte.
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Nello scorso mese di giugno aveva fatto scalpore l’uccisione di alcuni indigeni peruviani mentre manifestavano contro lo sfruttamento petrolifero della foresta amazzonica. La situazione oggi forse potrebbe essere ad una svolta, e lo speriamo vivamente.
E’ dal 9 settembre scorso, infatti, che la FENAMAD (Native Federation of the Madre de Dios River and tributaries) l’organizzazione cui fanno capo le popolazioni indigene locali, ha presentato un’istanza contro le compagnie Repsol-YPF, spagnola, e la Hunt Oil, statunitense, riguardo ai programmi di esplorazione petrolifera da questi perpetrati a danni del “lotto 76”: ovvero di una delle aree più belle e vitali all’interno dell’Amazzonia peruviana, nel cuore pulsante della riserva Amarakaeri.
L’argomentazione è duplice: da una parte la violazione del diritto, riconosciuto come fondamentale dalla legislazione internazionale, a “godere di un ambiente adeguato” e dall’altra, la violazione del diritto alla consultazione con i rappresentati delle popolazioni indigeni locali in questioni di loro diretto interesse come specificato nell’ambito dell’art.169 dell’IWO (International Work Organization) di cui il Perù è firmatario.
Spiega il portavoce della FENAMAD:
L’intento è garantire l’immediata cessazione di qualunque attività da parte delle compagnie petrolifere. L’attaccamento a questa terra da parte degli indios fa riferimento a un dono specialissimo del “lotto 76”, ben più importante di qualunque gallone di petrolio: un cuore in cui confluiscono le sorgenti di 6 fiumi. Ognuna di esse costituisce una riserve d’acqua, ma anche di vita, cultura e biodiversità. Uccidere tutto questo costituirebbe un delitto imperdonabile verso queste genti, la foresta tutta e noi stessi. La legge questa volta potrebbe essere dalla nostra parte, speriamo lo sia anche la comunità internazionale e che per una volta le lobby del petrolio siano zittite…
Il governo dell’Ecuador ha lanciato il “Programa Socio Bosque”, che darà incentivi alle comunità indigene affinché prevengano la deforestazione e abbiano maggiormente cura delle foreste. In Ecuador sebbene quasi la metà del Paese (circa 11 milioni di ettari) sia coperto da foreste vi è un tasso di deforestazione fra i più alti dell’America Latina, con una perdita di circa 200.000 ettari l’anno.
L’importanza di collaborare con le comunità indigene deriva dal fatto che queste occupano più della metà della superficie forestale (54%) del paese sud americano. Il programma interesserà pertanto una superficie di circa cinque milioni di ettari occupati da oltre un milione di persone.
Uno dei problemi nella gestione delle foreste è il disboscamento illegale. Paolo Baca, il Ministro dell’Ambiente dell’Ecuador, ha affermato che i controlli sono ancora inefficienti e il disboscamento illegale è una pratica che aumenta vertiginosamente.
Un modo per combattere questo fenomeno sarà appunto quello di creare un sistema di controllo informatico in modo da monitorare buona parte della foresta associandolo ad un sistema di incentivazione alle popolazioni del luogo che avranno l’obbligo di salvaguardare i propri possedimenti.
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In Ecuador il governo locale sta affrontando un problema abbastanza particolare. Il paese sud americano ha infatti grosse disponibilità di petrolio, però uno dei più grandi giacimenti è stato individuato sotto uno degli ultimi angoli incontaminati della foresta Amazzonica, il parco Yasuni National Park. Il presidente del governo ecuadoriano Rafael Correa ha proposto, nel giugno del 2007, che il suo paese avrebbe rinunciato ad estrarre quel petrolio dall’area a condizione che altri stati pagassero l’Ecuador per non farlo.
Questa zona, ai piedi delle Ande, è uno dei punti del pianeta con il maggior numero di specie per metro quadrato tanto che, nel 1989, è stato dichiarato dall’UNESCO come “Riserva della Biosfera”. Sempre nel 2007 nel nostro continente, in virtù di queste dichiarazioni, alcuni Stati (Germania, Norvegia e Spagna) hanno dato timidi segnali per appoggiare l’iniziativa, anche se da allora pare che i buoni propositi di questi Paesi si stiano ridimensionando.
Le ONG e associazioni locali vorrebbero continuare a tenere vivi i buoni propositi degli Stati interessati al progetto per la salvaguardia della riserva nella speranza che quell’area venga protetta. Per poter tenere in vita questa iniziativa, le associazioni di protezione dell riserva naturale stanno in questi giorni presentando nelle città più importanti d’Europa una campagna dal titolo Yasuni Oro Verde.
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