
All’indomani del terremoto in Emilia Romagna, torniamo a recitare la favola di Pinocchio. Il saggio Grillo Parlante, il Consiglio Nazionale dei Geologi, viene nuovamente ospitato da giornali e tv e riconquista l’attenzione dei politici, ma verrà schiacciato, come al solito, dall’ultima scossa di assestamento. Quel colpetto che raddrizza tutto, territorio e coscienze, e che in Italia mette a tacere rischi e pericoli il tempo che basta a rimandare investimenti di vitale importanza.
Il refrain lo conosciamo tutti e lo ricordiamo anche oggi che è doveroso farlo: tre milioni di persone abitano in zone ad alto rischio sismico in Italia. I terremoti che scuotono la penisola sono circa duemila ogni anno ma non bastano a dare una scossa al costruito…male. Sei milioni gli edifici che si trovano in aree a rischio e le mappe sismiche sono troppo vecchie, andrebbero aggiornate. Il presidente del Consiglio Nazionale dei Geologi, Gian Vito Graziano, spiega che per mettere in sicurezza un patrimonio simile occorrono anni e… tanta pazienza. Ma anche rassegnazione: rassegnarsi ad un’opera giusta che non porta voti.
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Spesso i paladini del cemento sotto la frana si nascondono dietro la creazione di nuovi posti di lavoro che sfamano gente che c’ha famiglia e bla bla bla, la filastrocca la conosciamo tutti ed è la stessa che riguarda le industrie più inquinanti che creano occupazione in aree depresse, vedi ILVA di Taranto.
Quasi come se la messa in sicurezza del territorio e le buone pratiche non creassero altrettanti posti di lavoro. Prendiamo il dissesto idrogeologico, ad esempio. In Italia ben l’82% dei comuni presenta situazioni a rischio. Oltre la metà della popolazione vive in aree soggette a frane ed alluvioni. Lo Stato, leggi noi cittadini, spende ben 2 miliardi di euro ogni anno per tamponare i danni, ovvero intervenire dove non se ne può fare a meno, dopo un incidente o l’ennesima emergenza maltempo.
Negli ultimi 80 anni in Italia ci sono state 5.400 alluvioni e ben 11 mila frane. Scrive Massimo Gargano, presidente dell’Associazione Nazionale Bonifiche e Irrigazioni:
Si tratta di una situazione di drammatica vulnerabilità in cui la fragilità del territorio è aggravata dalla intensa urbanizzazione: si stima che il consumo del suolo, nel periodo 1990-2005, sia stato di oltre 244.000 ettari all’anno (circa 2 volte la superficie del comune di Roma), cioè oltre 668 ettari al giorno (circa 936 campi da calcio).

Oltre a ripetere quanto già detto dalla Prestigiacomo dopo l’alluvione di Genova, ovvero insistere sul fattore prevenzione del rischio idrogeologico, il neo ministro dell’Ambiente Corrado Clini ha spiegato che bisognerebbe iniziare a spostare le attività produttive dalle aree a rischio, così come sgombrare le case situate nelle zone più esposte a smottamenti e frane.
Un’operazione che porterà via molto tempo, ma necessaria alla luce delle precipitazioni sempre più intense degli ultimi tempi. A dire il vero, è da anni che le piogge fanno danni ingenti nel messinese ed in Calabria. Ad ogni modo, Clini ha detto anche che bisogna aggiornare al più presto la mappa di tollerabilità del territorio.
Occorre intervenire anche sui corsi d’acqua e iniziare a considerare la possibilità che zone esposte vengano svuotate da attività produttive e residenze: il prezzo che si paga traccheggiando è molto alto, dobbiamo quindi anche pensare che alcune attività consolidate debbano essere spostate da alcuni siti. I tempi di lavoro sono lunghi ma dobbiamo attrezzarci per l’emergenza e in questo, il lavoro della Protezione Civile è essenziale.

I Municipi di Roma sono alle prese con la conta dei danni del nubifragio che ha colpito la città giovedì scorso. Gli allagamenti nella capitale non possono certo essere paragonati in portata e durata alle alluvioni che hanno messo in ginocchio Sarno tredici anni fa. In comune però hanno la causa: la mancanza di una politica di prevenzione del rischio idrogeologico.
Il sindaco di Sarno denuncia che è stato costretto ad operare tagli sulle misure di messa in sicurezza del territorio sottoposto a dissesto. Prima, ha spiegato Mancusi all’ANCI:
spendevamo 400 mila euro per tenerlo a regime, oggi siamo costretti a tagliare le spese di questo sistema. I problemi idrogeologici rimangono, ma i tagli e il Patto di stabilità ci hanno costretto a ridurre lo stanziamento portandolo a 250 mila euro. Fino al 2008 potevamo inoltre contare sui fondi dell’ex Commissariato, ma da allora non abbiamo avuto più nulla, e ci siamo dovuti arrangiare da soli.
Per Mancusi, sarebbe estremamente utile istituire un presidio di geologi sul territorio per segnalare tempestivamente smottamenti e situazioni di pericolo per i cittadini. L’appello dei geologi italiani ad investire in prevenzione è stato rilanciato in queste ore anche da Giuseppe Doronzo, segretario dell’Ordine dei geologi della Campania, a seguito dell’ennesima vittima di una frana a Pollena Trocchia, in provincia di Napoli. Una ragazza è morta travolta dal fango, una tragedia che per Doronzo si sarebbe potuta evitare se solo i tanti appelli ad azioni di protezione civile preventiva non fossero rimasti inascoltati.
Via | Consiglio Nazionale dei Geologi
Foto | Protezione Civile