
Una campagna di marketing lanciata in tutto il globo dalla O-I (Owens-Illinois), il più grande produttore mondiale di packaging in vetro, per sensibilizzare e promuovere l’uso di questo materiale per l’industria alimentare e non solo. Ambientalisti, CEO, brand manager, chef e designer spiegheranno perché la scelta del vetro sia imprescindibile per coniugare la sostenibilità, la qualità del materiale, il gusto estetico e il rispetto per le proprietà organolettiche degli alimenti.
Il vetro è “la” soluzione ecologica per definizione. Riutilizzabile praticamente all’infinito, facilmente riciclabile e capace di conservare al meglio tutto ciò che contiene. Ne è convinta anche Céline Cousteau, figlia dell’esploratore oceanografico e realizzatore di film Jean-Michel e nipote del leggendario Jacques Yves Cousteau, che presta il suo volto a “Glass is life” in collaborazione con la O-I. La corporation ha un fatturato di 6,6 miliardi di dollari USA nel 2010 ed impiega 24.000 dipendenti che operano in 80 stabilimenti situati in 21 paesi, Italia compresa con 11 stabilimenti e 1850 dipendenti per una produzione, soltanto nel nostro paese, di circa 7 miliardi di contenitori all’anno.
Glass is life vuole fare leva sulla percezione, già corretta, da parte dei consumatori che amano il vetro. Secondo un’indagine del 2008 gli americani preferiscono nel 91% il vetro nonostante soltanto il 10% di cibi e bevande negli States sia confezionato in questo materiale. Un altro sondaggio dell’aprile 2011 ha rilevato che il 70% dei consumatori hanno affermato che se i prodotti alimentari fossero confezionati in qualsiasi packaging preferirebbero il vetro. Siamo sulla buona strada?
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L’allarme nucleare di Fukushima, come vi abbiamo raccontato già la settimana scorsa, sta avendo ripercussioni anche sulla catena alimentare: la contaminazione nucleare ha colpito diversi animali e vegetali mangiati dall’uomo, e questo è un grave rischio per la salute.
L’Europa corre ai ripari ed emana un regolamento ad hoc per irrobustire i controlli sui cibi importati dal Giappone. Si tratta del Regolamento di esecuzione (Ue) n.297/2001 del 25 marzo 2011:
la Commissione è stata informata che i livelli di radionuclidi in alcuni prodotti alimentari, quale latte e spinaci, originari del Giappone superavano negli alimenti i livelli di azione applicabili in Giappone. Questa contaminazione può costituire una minaccia per la salute pubblica e degli animali nell’Unione ed è quindi opportuno adottare con urgenza e a titolo precauzionale misure a livello dell’Unione per garantire la sicurezza degli alimenti per animali e dei prodotti alimentari, compresi il pesce e i prodotti della pesca, originari del Giappone o da esso provenienti
Il regolamento prevede che i cibi giapponesi non possano entrare in Europa senza un controllo delle radiazioni all’origine. A questo controllo si aggiungono dei test a campione sulla merce arrivata nei paesi europei. Già pochi giorni dopo l’incidente nucleare di Fukushima, in molti aeroporti europei compresi quelli italiani, i cibi provenienti dal Giappone furono sottoposti a quarantena.
Via | Unione europea
Foto | Flickr

Pochi giorni fa la XII Commissione Agricoltura della Camera dei Deputati ha dato il via alla nuova legge sull’etichettatura obbligatoria dei prodotti alimentari. Richiesta da anni, se non decenni, sia dai consumatori che da alcune associazioni di produttori agricoli come Coldiretti, la nuova legge è stata presentata come la panacea di tutti i mali. Sofisticazione e contaminazioni alimentari in primis.
Le uova e i polli alla diossina tedeschi sono notizia ancora freschissima, niente di strano che l’etichetta obbligatoria sia la benvenuta. Ma cosa prevede, esattamente la legge? E, soprattutto, è realmente già attiva? Andiamo con ordine, e rispondiamo alla prima domanda con l’aiuto dell’Aduc, che ha fatto un’ottima sintesi delle novità:
Per i prodotti non trasformati e’ previsto l’obbligo di indicare il Paese di produzione e l’eventuale presenza di ogm. Per i prodotti trasformati: luogo di coltivazione/allevamento della materia prima prevalente, luogo in cui e’ avvenuta l’ultima trasformazione sostanziale, origine del cosiddetto ingrediente caratterizzante, la presenza di ogm in qualunque fase della lavorazione
Continua a leggere: La nuova legge sulle etichette: tutto fumo e niente arrosto?
Il Wwf, in collaborazione con l’Università della Tuscia e la II Università di Napoli si è inventato il “carrello della spesa virtuale” per sapere a quanta CO2 emessa in atmosfera corrisponde la nostra spesa alimentare.
Iniziativa sicuramente curiosa, dal valore scientifico magari non eccelso visto che si va per forza per generalizzazioni e grandi categorie, ma certamente interessante. Specialmente come primo approccio al consumo consapevole ed ecologico, magari per i ragazzi.
In pratica si tratta di una pagina web in Flash con una sorta di giochino: tra le varie categorie trascini nel carrello i prodotti alimentari fino alla fine della spesa. Poi rispondi a poche domande e, alla fine, ottieni il tuo scontrino con la quantità di CO2.
Certamente i dati vanno presi con le pinze, come già accennato, ma uno su tutti è interessante: il dato medio italiano di emissioni dovute alla spesa alimentare che è pari a 1.778 kg di CO2 equivalente a testa. Troppo alto, e questo è sicuro, ma forse ingeneroso: facendo una prova, con prodotti quasi a caso messi nel carrello (ma comunque che rispecchiavano abbastanza la mia alimentazione) ho totalizzato meno della metà di quella cifra.
E, devo essere onesto, a tavola non mi faccio troppi problemi. Forse il buon risultato è dovuto al fatto che, spontaneamente, seguo le poche regole che lo stesso Wwf consiglia: niente sacchetti di plastica al supermercato (in attesa che vengano finalmente eliminati per legge), cibi della zona, verdure e frutta fresche e di stagione, pochi surgelati, carne e pesce locali.
In pratica il mio palato preferisce il cibo a km zero. Ma non era quello che si è sempre mangiato per secoli e secoli in tutto il mondo?
Via | Wwf
Nessuno scontro tra Ue e Ferrero sulla Nutella. Parola di Renate Sommer, relatrice del Parlamento europeo per la normativa in materia di etichettatura dei prodotti alimentari. La vicenda ha avuto inizio a metà giugno, quando l’Europarlamento ha votato le nuove regole per le etichette dei prodotti alimentari imponendo alle aziende di indicare chiaramente la quantità di grassi, grassi saturi, zuccheri, sale e calorie.
Ferrero, però, si era dichiarata assai poco soddisfatta della nuova normativa in quanto le avrebbe imposto di comunicare in etichetta buona parte della ricetta della Nutella, che come è noto è segretissima tanto quanto quella della Coca Cola. Ora, però, la Sommer precisa:
I deputati non stanno cercando di vietare la vendita di uova alla dozzina e neppure la vendita o la commercializzazione della Nutella. In base alle proposte attuali, il contenuto di sale, grassi e zucchero diventerebbe un’informazione obbligatoria sulle etichette degli alimenti. Un’altra legislazione vigente stabilisce l’uso del ”profilo nutrizionale”, attraverso un sistema di controllo sul diritto di un prodotto di contenere messaggi sanitari e nutrizionali, come ad esempio la dicitura “ricco di calcio” oppure “buono per il tuo cuore”. Non vi sono proposte volte a includere sulle etichette degli alimenti avvertenze sanitarie e neanche per vietare la commercializzazione o la vendita di qualsiasi prodotto
Sui tempi, e sui modi, dell’entrata in vigore delle nuove norme, poi, l’eurodeputata afferma:
Continua a leggere: L'Unione Europea non vieterà la vendita della Nutella
Il parlamento Europeo ha votato per le nuove norme in merito alle etichette apposte sui prodotti alimentari. In pratica saranno date indicazioni nutrizionali e salutistiche che andranno a definire il profilo nutrizionale, il che permetterebbe al consumatore di scegliere i prodotti che lo aiutino a bilanciare e programmare la propria alimentazione.
Più precisamente, con il nuovo regolamento, che dovrà però essere approvato anche dal Consiglio Ue, sull’etichetta apposta sulla faccia principale si dovranno leggere quanti grassi, grassi saturi, zuccheri, sale e calorie ci sono, con in più le linee guida sulle quantità giornaliere di prodotto indicate per 100 grammi o per 100 millilitri.
Ma in Europa a protestare è per ora la sola Ferrero Nutella, che si è sentita chiamare direttamente in causa dopo che già Greenpeace l’aveva tirata in ballo a proposito dell’olio di palma. Il problema non sono tanto le etichette quanto il fatto che i prodotti che non rientrano nelle linee definite dal nuovo regolamento non potranno più essere accostati in pubblicità a un immagine salutare, se questo non mantiene davvero le promesse. Dunque, addio al binomio Nutella-Nazionale e alle decine di prodotti accostati a sportivi.
Continua a leggere: Nuove etichette europee: protesta solo Nutella Ferrero

Grazie agli accordi con la Grande distribuzione in Francia si sta assistendo a un vero e proprio boom di prodotti biologici a prezzi competitivi. Il mercato evidentemente è maturo per accogliere un modo diverso di fare la spesa, non solo alimentare. In Italia, invece, rischiamo di perdere quel primato che in Europa ci vedeva ai primi posti per acquisto di prodotti biologici.
Riferisce AgenceBio, l’agenzia d’oltralpe che monitora e controlla le aziende che producono biologico che:
Nel 2009, 3.769 nuove aziende sono state convertite, una media di più di 300 al mese. Verso la fine del 2009 sono state calcolate 16.446 aziende agricole biologiche un 23,7% in più rispetto al 2008 e 677.513 ettari di superfici coltivate, + 16% rispetto al 2008. Per quanto riguarda il consumo il valore delle vendite di prodotti alimentari è intorno ai 3 miliardi di euro nel 2009 quasi raddoppiato se paragonato al 2005 (1,6 miliardo di euro) e un aumento sensibile di 4milioni di euro si registra in confronto al 2008. L’alimentazione biologica è inoltre sempre più presente anche nei settori della ristorazione collettiva apportando un guadagno di 92 milioni di euro nel 2009 rispetto ai 44 del 2008.
Ha detto uno sconsolato Andrea Ferrante presidente dell’ AIAB-Associazione italiana agricoltura biologica:
In Italia invece si sceglie l’immobilismo e la penalizzazione dei produttori bio. Se non si cambia subito indirizzo, presto i prodotti bio sulle nostre tavole saranno per lo più di importazione.
Via | Comunicato stampa
Foto | Flickr

L’antimafia napoletana, all’alba di oggi, ha fatto scattare la maxioperazione contro i clan camorristici e mafiosi che si spartivano il grosso business del trasporto su gomma dei prodotti ortofrutticoli italiani. Numerosi i mercati all’ingrosso interessati dal sodalizio tra la criminalità organizzata siciliana e quella campana in tutto il sud Italia ma il centro nevralgico, a quanto pare, era il mercato di Fondi, in provincia di Latina.
L’affare smantellato dalle squadre mobile di mezza Italia verteva principalmente sul trasporto ma, a detta di Legambiente, il problema è molto più vasto e anche la produzione e la trasformazione dell’ortofrutta potrebbero rientrare negli interessi dei clan:
Sono 27 i clan censiti da Legambiente nel settore delle agromafie, che operano nell’acquisizione fondiaria, nella gestione delle coltivazioni, nella sofisticazione dei prodotti alimentari fino al sistema dei trasporti e della distribuzione con l’imposizione dei prezzi ai commercianti
Il gruppo francese Casino, proprietario di una catena di supermercati, ha deciso di mettere al bando i prodotti a base di olio di palma non certificato per tutelare l’ambiente e la salute dei suoi clienti. Per cominciare, entro la fine di quest’anno spariranno dagli scaffali dei supermercati circa 200 prodotti, ed entro un periodo di circa 7 anni quasi 571 prodotti verranno sostituti.
L’olio di palma è usato nella maggior parte dei prodotti per la cura della persona e l’igiene e anche in molti prodotti alimentari, ma gli alti livelli di grassi saturi ne fanno un prodotto sconsigliato per la salute.
La scelta di Casino per i prodotti alimentari si orienta verso una messa al bando dei prodotti a base di olio di palma, mentre per quanto riguarda i prodotti per la cura e la bellezza del corpo la catena si muove verso la sostituzione dei prodotti a base di olio di palma non certificato con prodotti a base di olio di palma certificato come sostenibile o la cui produzione ha rispettato i criteri di sostenibilità.
La catena francese è tra i pionieri in Europa a mettere al bando l’olio di palma non certificato, mentre il gigante inglese Marks and Spencer, fa sapere che cominceranno ad usare olio di palma certificato solo dopo il 2015. Così la pensa anche la Nestlè, incurante delle critiche di Greenpeace a proposito dell’uso dell’olio di palma e della deforestazione.
via | foodnavigator
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Riferisce il Ministro Luca Zaia dal suo blog:
Ho appena commissariato il Consorzio di tutela della Mozzarella di Bufala perché durante i controlli lo stesso presidente del Consorzio è stato sorpreso annacquare il latte. Ho gia’ firmato un Decreto in cui ho nominato quattro uomini di mia fiducia, che controlleranno, con la lente di ingrandimento, anche questo grave caso di contraffazione. Da due anni a oggi la mia politica di tolleranza zero ha portato alla scoperta di molti casi di contraffazione di prodotti alimentari. A novembre i numerosi controlli nella Grande Distribuzione hanno rivelato che nel 25% dei campioni analizzati, le mozzarelle non erano vere Mozzarelle di Bufala poiché contenevano almeno il 30% di latte di vacca.
Dunque dopo le mozzarelle alla diossina dello scorso anno, che causarono sia danni economici sia danni d’immagine, arriva prepotente una nuova mazzata. A essere coinvolto direttamente proprio il Presidente del Consorzio di tutela. Riferisce una notra stampa de Le Iene Show, in onda domani su Italia1:
Nel servizio in onda nella puntata di domani, mercoledì 20 gennaio 2010, Giulio Golia fa luce su alcune analisi giunte in busta anonima nella redazione del programma in cui risulta che, tra diversi caseifici certificati che producevano mozzarella di bufala con latte vaccino, è presente anche quello di proprietà di Luigi Chianese, presidente del Consorzio Tutela Mozzarella di Bufala Campana D.O.P.
Foto | Flickr