
Le presidenziali negli Usa oltre a essere uno show pazzesco (se avete voglia di seguirle leggete qui) sono anche un po’ la cartina di tornasole di quel che sarà il dipanarsi della prossima politica mondiale. Ecopolitology ha redatto la lista dell’ecopensiero dei candidati e tra questi c’è ovviamente anche quello del futuro presidente Usa. Non credo davvero che Barack Obama abbia molte chances di essere rieletto. Prendiamo il Rick Santorum-pensiero, candidato appena uscito vincente alla primarie in Colorado, Minnesota e Missouri che in proposito dice:
Credo che la Terra così come si riscaldi, così si raffreddi. Credo che la storia dell’uomo responsabile dei cambiamenti climatici sia assurda se si considerano tutti gli altri fattori: El Niño, La Niña, le macchie solari, il vapore acqueo…
Sul blog francese bioaddict (mai francesi sono sempre un po’ avvelenati con gli americani) leggo che negli Stati Uniti il 2011 ha visto temperature e fenomeni meteorologici estremi. Traduzione: gli Usa sono con la Cina tra i paesi che emettono il maggior quantitativo di Co2, che non hanno aderito al Protocollo di Kyoto e che non intendono diminuire il consumo pro capite di elettricità e di risorse naturali, sopratutto cibo. Bene, la siccità ha riguardato lo scorso anno il 56% del territorio americano e sono state numerose le inondazioni e i tornado. Il Paese ha subito 14 catastrofi naturali che hanno causato danni per milioni di dollari. La comunità scientifica internazionale capitanata dall’IPCC è unanime sul giudizio: i fenomeni climatici estremi saranno destinati a aumentare.
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Il Canada si è ritirato dal Protocollo di Kyoto. È il primo Paese a farlo. Il ministro dell’Ambiente Peter Kent ha esposto le motivazioni di questa scelta ieri, al rientro da Durban, la Conferenza sul clima che ha sancito l’ennesimo fallimento, anche se camuffato, di un accordo globale per ridurre le emissioni. L’ex ministro per l’Ambiente Alfonso Pecoraro Scanio ne ha parlato ieri su Ecoblog, qui il suo parere.
Per quanto riguarda l’addio del Canada a Kyoto, si tratta di una questione economica, ovviamente: se il Canada non si fosse defilato, ha spiegato infatti lo stesso Kent, avrebbe dovuto sborsare 14 miliardi di dollari in sanzioni. Il Canada si era impegnato a ridurre del 6%, rispetto ai livelli del 1990, le emissioni di gas serra. Non solo non ci è riuscito, ma le emissioni sono pure aumentate. Il Protocollo di Kyoto viene trattato alla stregua di un gioco di società dove se stai perdendo ti ritiri prima di dover pagare.
Per salvarsi la faccia, ovviamente, il Canada ha detto che il Protocollo di Kyoto si è rivelato un programma fallimentare, e questo è vero, e che il futuro degli accordi sulla riduzione delle emissioni è quello avviato a Durban. Su questo invece nutriamo forti dubbi. Salveranno le apparenze, ma non il clima.
Via | Le Monde
Foto | Peter Kent

La follia planetaria che si è appena rappresentata a Durban si è conclusa. Per 15 giorni 17mila delegati di governo e ONG in rappresentanza di 190 paesi hanno non si sa bene fatto cosa se alla fine di tutto questo circo la risposta è stata: riparliamone nel 2015. Nel mentre i delegati sono saliti a bordo di migliaia di aerei spandendo ulteriormente quell’inquinamento che tanto si cerca di contrastare. Con calma però.
L’intesa a Durban in merito agli accordi di riduzione delle emissioni di CO2 arriva oltre l’extremis: ben 36 ore dopo la chiusura dei negoziati. Un vero e proprio atto di diplomazia internazionale targato Unione europea che non costringe la stampa a mettere la parola fallimento nei titoli e che lascia aperto uno spiraglio, ma piccolo piccolo di discussione. In sostanza se ne riparlerà nel 2015 con il nuovo Protocollo di Kyoto 2 che entrerà in vigore dal 2020. Di fatto l’accordo racchiude una sfilza di promesse di riduzione delle emissioni. Promesse appunto che non è detto si traducano in azioni in grado di contenere entro 2 gradi centigradi il riscaldamento globale del Pianeta.
Il protocollo di Kyoto, adottato nel 1997 e in vigore dal 2005, è ad oggi il solo trattato internazionale sui cambiamenti climatici. Imposta gli obiettivi per la riduzione dei gas a effetto serra (GHG) per circa 40 paesi industrializzati, con l’eccezione degli Stati Uniti che non lo hanno ratificato così come Cina, India e Brasile. I paesi in via di sviluppo, per la verità non furono proprio inclusi mentre nel frattempo si sono sviluppate le economie dei BRIC ossia paesi dalle economia in forte espansione e che non vogliono essere penalizzati dagli accordi di riduzione delle emissioni. Perché ricordo il binomio caro ai Paesi industrializzati: più emissioni di gas serra=più produzione di merci. La crescita dei BRIC è sostenuta da tanta energia a basso costo: per ora quella più inquinante perché ottenuta dal carbone.
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Leggo dal blog Togheverdi che potrebbero esserci buone prospettive per decarbonizzare l’Italia. Dopo la recente classifica redatta dall’EEA, l’Agenzia Europea dell’Ambiente in cui su 191 industrie che inquinano in Europa, 15 sono in Italia, sembra evidente che siano da prendere provvedimenti a tutela della salute pubblica e dell’ambiente.
E in questa direzione sembra muoversi il ministro Corrado Clini che ha detto:
Serve un partenariato che vada oltre il Protocollo di Kyoto tra economie sviluppate ed emergenti per un’economia globale de carbonizzata basata su regole condivise, la cooperazione tecnologica, misure e incentivi globali a favore di energie e tecnologie a basso tenore di carbone. L’aumento di domanda di energia può essere disgiunto dall’aumento delle emissioni sviluppando fonti energetiche a basso contenuto di carbonio a cominciare dalle rinnovabili.
Dunque potrebbe partire proprio da Porto Tolle e dalla riconversione a carbone che piace tanto al Governatore Zaia e a Enel. Offrire perciò consistenti e considerevoli alternative agli operai che desiderano solo lavorare potrebbe davvero essere il primo passo per la decarbonizzazione. Si chiede Stefania Divertito:
Saprà il ministro contrastare le lobby economiche che vogliono fortemente il progetto e che non hanno esitato a spingere un cambio della legge istitutiva della legge del Parco pur di consentire la conversione? Saprà mantenere fede a queste poche chiare parole?
Via | Togheverdi
Foto | Verdi Ferrara

Che il protocollo di Kyoto avesse poche speranze di uscire vivo, o meglio rinnovato, dalla Conferenza sul Clima di Durban era cosa nota sin dalla partenza delle delegazioni per il Sudafrica.
Todd Stern, delegato USA, aveva ammesso già la scorsa settimana che non era proprio nell’agenda americana. L’Europa aveva manifestato l’intenzione di farsi promotrice di un Kyoto bis dal 2013 al 2018, ma se Cina e Stati Uniti, i Paesi più inquinanti, non ratificano non si va da nessuna parte.
Uno dei più autorevoli centri di ricerca ambientale degli States, il Centre for Climate and Energy Solutions, ha dichiarato in queste ore che non intravede alcun futuro per il protocollo di Kyoto. Eileen Claussen, presidente del C2ES, ha detto infatti che dubita fortemente i 192 Paesi riuniti a Durban troveranno un accordo per mantenere in vita il protocollo di Kyoto alla sua scadenza nel 2012.
Russia, Giappone e Canada, Paesi che hanno ratificato il protocollo, stavolta non ci pensano minimamente se anche Stati Uniti e Cina non ci mettono la firma. D’altra parte sono i Paesi più inquinanti. La Claussen ha spiegato che il protocollo di Kyoto ha fallito nel suo intento e non è più un modello valido per ridurre le emissioni a livello globale. La COP17 si prefigura come l’ultima pietra del protocollo di Kyoto.

Clini riceverà una cartolina speciale per Natale non dal Polo Nord ma dal caos climatico. Il mittente è Greenpeace che invita chiunque sia preoccupato per le alluvioni ad unirsi all’appello. Se il clima cambia, scrivono gli attivisti, anche la politica deve cambiare.
Clini partecipa alla Conferenza sul Clima di Durban, in corso da ieri in Sudafrica e fino al prossimo 9 dicembre. L’Europa è partita con tanti buoni propositi che speriamo si concretizzino, anche se quello di un Kyoto bis somiglia sempre più ad un miraggio sin da queste prime ore del vertice.
I Paesi in via di sviluppo sono sul piede di guerra e parlano di Occupy Durban, fin quando non emergeranno fondi e soluzioni concrete per arginare l’impatto dei cambiamenti climatici.
E l’Italia? Greenpeace si aspetta che Clini
assuma una posizione forte ed ambiziosa per la salvaguardia del clima ed il rinnovo del protocollo di Kyoto.
Foto | Greenpeace

Si è aperta oggi a Durban in Sud Africa la Conferenza Internazionale dell’Organizzazione delle Nazioni Unite sul clima. I lavori si concluderanno il prossimo 9 dicembre, la vera giornata in cui emergeranno documenti, accordi e intese semmai ce ne saranno. Vi prendono parte 200 Paesi rappresentati da oltre 3000 delegati (a cui vanno aggiunti interpreti, segretari, stampa ecc. ecc) che hanno preso un botto di aerei per essere li: di videoconferenze per ora non se ne parla. Si spera saranno adottati sistemi di compensazione delle emissioni.
Detto ciò i delegati, tra cui anche il nostro ministro Clini, discuteranno del se, come e quanto prolungare il Protocollo di Kyoto che scadrà così com’è nel 2012. Non solo: ma anche di quanti soldi, lo chiamano Fondo verde, si possono riservare ai Paesi in via di sviluppo per far si che riducano le loro emissioni. Sostanzialmente un sistema per evitare che crescano troppo, emettendo tanta CO2, per vendergli un po’ delle nostre tecnologie green che qui non acquista nessuno e per tenere l’economia che gira poco ma ancora gira dentro i cosidetti Paesi industrializzati.
Lo scenario è complesso e molto: Canada, Russia e Giappone non sono interessati a prolungare Kyoto fino al 2015 perché Stati Uniti e Cina non hanno di fatto un impegno a ridurre le loro emissioni. Capricci di bambini? macché! Miliardi di dollari in gioco, materie prime e approvvigionamenti energetici.
Continua a leggere: Conferenza sul clima di Durban: si discute di Kyoto o di economia?
Il ministero dell’Ambiente accorpato al Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti (e con la TAV?). In fondo, considerata la politica fin qui fatta dal Ministro Prestigiacomo, che ha preferito essere dama bon ton e caritatevole verso l’Ambiente piuttosto che cazzuta sostenitrice dei diritti ambientali, potrebbe essere la logica conclusione. Con la scusa dei conti da far quadrare. Infatti dal Governo, per difendere l’Ambiente arriveranno al ministero per il Bilancio 2012 appena 60milioni di euro. Per intenderci se al Ministero per lo Sviluppo è stata tagliata la banda larga, all’Ambiente sono state tagliate il 90% delle risorse. Si pensi che il ministro Pecoraro Scanio portò nel bilancio 2008 la dotazione economica a 1 miliardo e 649 milioni di euro.
Secondo il WWF a caldo dopo il can can del voto di fiducia (Berlusconi la sfanga ancora, come titolano su PolisBlog):
C’è chi da tempo lavora per un accorpamento del ministero dell’Ambiente con quello delle Infrastrutture e chi invece vorrebbe la sua trasformazione in un dipartimento della Presidenza del Consiglio dei Ministri che orienti e verifichi le Politiche ambientali dell’intero Governo. Il WWF oggi invece ritiene indispensabile difendere ancora una volta il Ministero dell’Ambiente come autonomo e indipendente da altri, al pari dei ministeri dell’Ambiente di tutti gli Stati avanzati e non solo.
Detto ciò il rosicato budget destinato all’Ambiente, tradotto nella realtà, porta gravi conseguenze. Azzerati i fondi destinati al recupero del dissesto idrogeologico; ridotti a 3 milioni di euro i finanziamenti per il raggiungimento degli obiettivi del Protocollo di Kyoto; 3 milioni saranno destinati all’efficienza energetica; 2 milioni per l’aria pulita; 3 milioni di euro per i Parchi Marini. Soldi che nella maggior parte dei casi servono solo a pagare gli stipendi.
Ma mentre dalle opposizioni chiedono che il Ministro per salvare l’Ambiente si dimetta, lei, la Prestigiacomo non batte ciglio e assicura dal sito del Ministero che tutto va bene e che il Sistri continua nei suoi test.
Foto | Fai Comunicazione

Saranno presentati il 14 ottobre prossimo, in un convegno internazionale a Reggio Emilia, i risultati di Laks (Local Accountability for Kyoto goalS), un progetto realizzato dalla città emiliana insieme a Padova, Girona e Bydgoszcz in collaborazione con ARPA Emilia Romagna all’interno del programma LIFE+ Ambiente della Commissione Europea. Il progetto aveva lo scopo di fornire alle municipalità gli strumenti per misurare, e in prospettiva ridurre, le emissioni climalteranti (non soltanto di CO2).
Fra gli ospiti del convegno, condotto dalla conduttrice Tessa Gelisio, ci saranno Antonio Lumicisi (Ministero Ambiente e Tutela del Territorio e del Mare), Paolo Rotelli (Taskforce internazionale per l’attuazione del Protocollo di Kyoto) e sindaci, amministratori e tecnici delle quattro città partner. I tre anni di Laks hanno permesso di mettere a punto un software gratuito che consente di misurare, partendo dai consumi energetici, l’impatto in termini di emissioni di un territorio cittadino.
Dopo aver inventariato le emissioni di gas serra (con la collaborazione di enti privati) i quattro comuni hanno potuto approvare un piano d’azione con misure concrete per la riduzione. A Reggio Emilia è stato approvato un piano articolato in 46 iniziative che consentiranno la riduzione di CO2 del 21,9% entro il 2020, ma anche Padova e Girona hanno fatto lo stesso con Bydgoszcz che si è attestata al 18,7% di riduzione.
[Via | Comune di Reggio Emilia]

Tra qualche giorno si aprirà il COP16 cioè la sedicesima Conference of the Parties, più noto come Conferenza sul clima di Cancun voluta dalle Nazioni Unite. Dal 29 al 10 dicembre i rappresentanti del Pianeta discuteranno di cambiamenti climatici, energia e carburanti. Insomma di soldi e investimenti. Già lo scorso anno provarono a mettersi d’accordo a Copenhagen rispetto ai volumi di emissioni di C02, all’utilizzo di carburanti sostenibili e mezzi di trasporto che non fossero biciclette e monopattini. Ma fu un flop.
Di per se il vertice è già un mezzo disastro ambientale: oltre 2000 rappresentanti di 196 paesi arriveranno a Cancun, per la stragrande maggioranza in aereo. L’impronta ecologica è elevatissima (qui propongono il calcolo delle emissioni e i consigli per compensarle). Non dimentichiamo, inoltre, che siamo in Messico, la culla, lo scorso anno della pandemia che prese il nome di influenza suina e degli immensi allevamenti intensivi di suini.
Le discussioni riprenderanno da dove erano state lasciate lo scorso anno: Cina e India hanno bisogno di energia per produrre merci che consumerà per la maggior parte l’Occidente; l’Occidente ha bisogno di energia per produrre merci in Cina e India destinate ai mercati europei e americani che serviranno a sostenere consumi e a cercare di debellare la crisi economica, ciò per mantenere gli standard di consumo (lasciamo stare il benessere che è un’altra cosa).