Secondo un rapporto sull’anno appena concluso condotto da New Carbon Finance cresce il mercato delle quote di CO2. Nel 2008 infatti sono stati scambiati permessi di emissione per un valore complessivo di 118 miliardi di dollari per un volume di 4 miliardi di tonnellate. Tale quantità ha determinato un aumento del 42% in volume e dell’84% in valore.
Secondo alcune stime nel 2009 il valore complessivo dovrebbe toccare i 150 miliardi di dollari. Quelli più venduti sono ancora i cosiddetti titoli EUA (European Unit Allowances) creati nell’Unione Europea per consentire lo scambio di quote. Da soli rappresenterebbero il 70% del mercato in volume e l’80% in valore.
A crescere sono pure i titoli CER (Certified Emission Reductions) che sono delle riduzioni delle emissioni certificate, ognuna delle quali rappresenta una tonnellata metrica di equivalente di anidride carbonica (CO2e) emesse dal registro del Clean Development Mechanism (CDM).
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Negli ultimi tre mesi abbiamo assistito ad un brusco calo del prezzo del barile di petrolio, passato dai 147 dollari di luglio ai circa 60 attuali. Se da una parte, come è ovvio che sia, a gongolare sono soprattutto gli automobilisti e il comparto produttivo greggio-dipendente, a farne le spese è invece il futuro della diffusione delle energie rinnovabili.
Sembrerebbe la scoperta dell’acqua calda, fatto sta che questo argomento è stato trattato con una certa preoccupazione da Angus Mc Crone, caporedattore di un servizio di informazione londinese che si occupa nel particolare di energie rinnovabili e tecnologie eco-sostenibili. A soffrire questa situazione, puntualizza l’esperto, sarebbe sopratutto il mercato europeo ETS, ovvero la piattaforma che permette lo scambio di quote di CO2.
Il motivo per cui si potrebbe verificare una frenata al passaggio alle rinnovabili è che una quota di CO2 viene attualmente scambiata a soli 19 euro mentre, secondo la maggior parte degli esperti di economia del settore, solo un prezzo minimo di 25 euro potrebbe rivelarsi efficace per il sistema. Infatti dei prezzi troppo bassi stimolerebbero più ad acquistare permessi di emissione che non investire in tecnologie pulite.
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