
Fino a meno di dodici mesi fa nel sistema antincendio della raffineria di Gela, oltre all’acqua prelevata dal mare, c’erano anche idrocarburi. Per spegnere un eventuale incendio, quindi, i Vigili del Fuoco avrebbero dovuto usare acqua e petrolio. E’ quanto emerge dalle indagini, appena concluse, condotte dalla Capitaneria di Porto gelese per conto del Procuratore Lucia Lotti. Per questo fatto sono indagati quattro dirigenti della Raffineria di Gela Spa, accusati a vario titolo dei reati di falso per induzione e omissione di cautele contro disastri o infortuni sul lavoro.
Si tratta di Bernardo Casa, Amministratore delegato della Raffineria di Gela Spa, Battista Grosso, ex AD, Salvatore Lo Sardo, Responsabile del Parco Generale Serbatoi e Aurelio Faraci, Responsabile del Servizio Prevenzione e Protezione della raffineria.
I fatti sono emersi per caso durante una verifica, effettuata il 15 ottobre 2010, dell’impianto antincendio del pontile principale della raffineria. Durante la verifica furono trovate tracce di idrocarburi nell’acqua di mare utilizzata per l’esercitazione antincendio che, da successive indagini, risultarono provenire da un incrocio tra la linea antincendio e i tubi utilizzati per caricare e scaricare il petrolio da e sulle navi cisterna. Spiega la Guardia Costiera:
Parafrasando l’ormai celebre battuta di Antonio Albanese-Cetto La Qualunque, verrebbe da chiedersi: che cosa ha intenzione di fare il governatore siciliano Raffaele Lombardo per l’ambiente nella sua regione? La risposta ve la potete dare da soli…
E di motivi per rispondere così, se leggete questo blog ce ne sarebbero a dozzine. L’ultimo è fresco fresco: la Regione Sicilia ha firmato il protocollo di intesa con Eni per il comparto industriale del petrolio e della raffinazione. Più che un protocollo è un armistizio: da almeno un anno, anche se non lo ammette e non lo comunica per diplomazia, l’Eni è furiosa con il governatore per una serie scelte politiche che ritiene (e non solo l’Eni) incomprensibili.
A parte il fatto che la Regione Sicilia non paga da anni la bolletta (milionaria) dell’acqua al dissalatore di Gela, gestito in parte dalla Raffineria di Gela S.p.a. (cioè dall’Eni), l’ultimo screzio deriva dalla decisione di Raffaele Lombardo di bloccare i pozzi petroliferi della provincia di Ragusa.
Continua a leggere: Accordo Regione Sicilia-Eni: chiù petrolio pì tutti!!!

Troppi tumori nell’inquinatissima Gela, sede della raffineria dell’Eni e di molte aziende dell’indotto. Il Movimento pro polo oncologico di Gela, che si batte per avere in città un ospedale dedicato ai malati di tumore, ha fatto due conti per ribadire che i numeri non tornano. A detta di Maurizio Cirignotta, presidente del movimento
secondo i dati forniti dal registro tumori Caltanissetta–Ragusa siamo difronte a 4.083 diagnosi per tumori maligni a Gela, dato che si riferisce al solo periodo 2004-2008. Tra il 2004 ed il 2007 i decessi causati da tumori in questa città raggiungono la soglia di 618. Purtroppo il problema non riguarda solo Gela, ma si estende anche ai comuni vicini, da Niscemi a Butera, tutti rientranti in un’area ad alto impatto ambientale
Che Gela sia una bomba ecologica e sanitaria ormai lo sanno tutti: basti ricordare che il petrolchimico è alimentato da una centrale a Pet Coke, che è uno scarto tossico del petrolio che in teoria non potrebbe essere bruciato, o che ci sono ben 500 lavoratori riuniti in un comitato che chiedono si riconosca loro l’indennizzo per il rischio amianto, che al petrolchimico ancora abbonda come ha ammesso persino la locale Azienda Sanitaria Provinciale.
Basta leggere il rapporto Mal’Aria di Legambiente, poi, per scoprire che la raffineria di Gela è la seconda vertenza ambientale per importanza in Italia dopo l’Ilva di Taranto. In una situazione del genere, se proprio non si vuole togliere il male, si potrebbe almeno costruire la cura.
Via | Sicilia Informazioni
Foto | Flickr

Ci sono voluti quasi vent’anni ma forse è la volta buona. Eni sta per iniziare i lavori di bonifica della discarica di fosfogessi adiacente l’ex impianto Enichem che, fino al 1992, produceva fertilizzanti all’interno del polo petrolchimico. La bonifica costerà circa 70 milioni di euro e verrà eseguita dalla Syndial, l’azienda del gruppo Eni che è subentrata all’Enichem.
Il fosfogesso è un rifiuto dell’industria dei fertilizzanti e dell’acido fosforico ed è molto pericoloso poichè potrebbe essere fonte di contaminazione radiologica per la popolazione. Come spiega l’Ispra (Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale) nell’annuario Apat:
L’impatto radiologico dell’industria dei fertilizzanti è connesso con l’elevata concentrazione di U-238 nelle
fosforiti (minerali di partenza costituiti da fosfati di calcio) e nei loro derivati. In passato erano presenti in Italia diversi impianti che producevano acido fosforico attraverso il processo a umido, con la formazione di fosfogesso come sottoprodotto; impianti che hanno cessato l’attività. Sono comunque presenti alcune aree in cui sono stoccati e smaltiti i rifiuti (fosfogessi o altri residui) che possono rappresentare una potenziale sorgente di esposizione della popolazione.
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