
Thomas Pogge, professore di filosofia e affari internazionali a Yale, ha proposto la creazione, contro i finanziamenti a rischio, di un fondo di impatto ecologico, destinato a coprire le spese e i costi di ricerca e sviluppo delle ecoinnovazioni. L’idea sarebbe quella di finanziare le nuove ecotecnologie, premiando le idee più funzionali, creando così un modello per un’innovazione efficiente, che differisca dalla pratica odierna che è quella dei monopoli provvisori di concessione.
I monopoli si trasformano in diritti di esclusiva produzione per l’innovatore, con la conseguente disponibilità limitata di una tecnologia socialmente importante, che non sarà alla fine sufficientemente utilizzata. Ne sappiamo qualcosa anche in Italia: i brevetti, spesso depositati dalle grandi imprese, sono molto costosi così come il loro mantenimento e inibiscono la diffusione di nuove tecnologie.
Le piccole imprese preferiscono invece vendere subito le loro invenzioni e il fondo proposto da Pogge, autore anche del libro Povertà mondiale e diritti umani, ha un valore sociale elevato.
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I ricercatori della Yale University e quelli dell’ University di Cambridge hanno scoperto che gli uccelli vedono più colori dell’uomo. sembra che la ragione di questa abilità risieda nell’anatomia dell’occhio degli uccelli. L’occhio dei volatili consiste in tre tipi di fotorecettori che traslano la luce in impulsi nervosi mentre l’occhio umano ne possiede solo due. L’altra grande differenza è che la retina degli uccelli non ha alcun vaso sanguigno, questo protegge la visione dei volatili da ombre e dispersione della luce.
Via | Greendiary
Lancio un appello a Greenpeace e a Carlo Petrini di Slowfood le associazioni più forti nella lotta agli ogm: diciamo chiaramente quali sono gli organismi geneticamente modificati che non vogliamo nel nostro piatto. Da queste pagine anche noi abbiamo manifestato il nostro dissenso ad averne coltivazioni in Italia. Il fatto è che gli OGM però sono presenti comunque nei cibi che mangiamo. Un esempio? Provate a leggere un etichetta di un qualunque prodotto preso in un qualunque supermercato: dallo yogurt alle merendine, ai biscotti alla mayonnaise, tutte le “grandi marche” includono tra gli ingredienti almeno la voce “amido modificato”. E che dire della carne? Sappiamo tutto del mangime dato a quella mucca o alle galline o al maiale? Ovviamente no.
Dunque, la questione è molto ma molto più complessa di come appaia e il milione di firme contro gli OGM appena consegnato a Bruxelles è solo un piccolo passo nella direzione che ci interessa. In realtà gli OGM contro cui combatte Greenpeace, e noi di conseguenza che firmiamo i suoi appelli, sono quelli prodotti dalle multinazionali come Basf, Monsanto o Bayer. Ebbene queste industrie si sono create dei semi grazie all’ingegneria genetica, protetti da brevetti internazionali, la cui principale qualità è resistere ai pesticidi prodotti dalle stesse industrie per un rapporto seme/pesticida. I coltivatori acquistano questi prodotti, semi e pesticidi, per avere una resa certa: tot. spese, tot. resa, tot. guadagni. Insomma una razionalizzazione estrema della produzione applicata all’agricoltura, ossia uno sfruttamento in piena regola.
Dario Bressanini nel suo decalogo contro Petrini, liquida la questione multinazionali velocemente e scrive:
Non tutti gli OGM sono ibridi e non tutti sono prodotti da multinazionali.
Una curiosa ricerca condotta da Morgan J. Trimble della Università di Pretoria (Sudafrica) ha cercato di stabilire se in Natura esistono animali brutti. Lo studio è stato pubblicato su Conservation Biology e la conclusione è tutt’altro che scontata: è la scienza a preoccuparsi del fattore estetico che sembrerebbe influenzare anche la stessa ricerca.
Animali brutti, gli scienziati li snobbano
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Se non fosse chè Bp ci ha ormai abituati a tutto, persino alle foto taroccate, questa sarebbe una notizia bomba che dura un mese. Ma la società britannica del petrolio e dell’energia ormai è in grado di spararsene una al giorno. L’ultima: Bp sta offrendo contratti blindati ai maggiori esperti americani di ambiente marino.
Lo denuncia l’Associazione americana dei docenti universitari: molti professori sono stati contattai con l’offerta di un contratto capestro, ma ben pagato, che non permette loro diffondere le informazioni acquisite per almeno tre anni o fino al momento in cui l’amministrazione Obama non abbia dato l’ok definitivo al piano aziendale di ripulitura del massacrato Golfo del Messico.
Qualcuno ha accettato, qualcuno no. Come Bob Shipp, titolare del dipartimento di Scienze marine all’università del South Alabama:
Si sono messi in contatto con me dicendo di voler collaborare con il nostro dipartimento per sviluppare il migliore programma di ripristino possibile alla fuoriuscita di petrolio. Noi abbiamo stabilito i principi di base, che tutta la ricerca adotta, noi avremmo avuto il controllo totale dei dati, ci sarebbe stata trasparenza avremmo messo i dati a disposizione di altri scienziati per il peer review. Se ne sono andati e non li abbiamo più visti
Via | Economic Times
Foto | Flickr

Il ministro dell’Agricoltura, Giancarlo Galan, torna a benedire gli ogm. E lo fa di fronte i colleghi europei, durante il Consiglio dei ministri dell’Agricoltura e della Pesca.
Agli altri ministri europei, e alla stampa, Galan ha ribadito di voler favorire la ricerca (in laboratorio) e la sperimentazione (sul campo) per le coltivazioni ogm:
Per l’avvenire, per lo meno per quanto riguarderà le mie competenze di ministro delle Politiche agricole, alimentari e forestali, ho intenzione di far valere un punto di vista più aperto. Incoraggerò la ricerca e la sperimentazione anche in questo campo. Non permetterò che l’Italia si ritrovi a pagare gap difficilmente recuperabili in un terreno strategico come la conoscenza
Galan, addirittura, la pone sul filosofico:
Il mio è il Paese di Guglielmo Marconi e di Enrico Fermi e anche per questo non può imporre stop ingiustificati a chi spende la propria intelligenza e la propria vita nella ricerca del sapere e della conoscenza
Unico limite che si pone il neo ministro dell’Agricoltura è quello delle sue competenze: ammette, infatti, che ogni decisione dovrà passare anche dal Ministero della Salute.
Via | Agricoltura on web
Foto | Flickr
Neanche due settimane fa un gruppo di scienziati, manager e politici simpatizzanti del centro-sinistra avevano scritto all’onorevole Bersani per chiedergli di favorire il ritorno italiano al nucleare. Tra i firmatari c’erano anche nomi famosi, come Umberto Veronesi e Margherita Hack.
Ora, invece, Bersani riceve una seconda lettera, dai toni opposti: non si deve tornare al nucleare e si devono aumentare gli investimenti nelle rinnovabili.
Questa volta il mittente è “Energia per il futuro“, un “gruppo di docenti e ricercatori di Università e Centri di ricerca, pienamente convinti che non sia più il tempo in cui gli scienziati possono chiudersi nelle loro torri d’avorio per dilettarsi con loro ricerche, senza curarsi dei problemi della società in cui operano e di quelli dell’intero pianeta”.
Non è la prima lettera anti-nucleare che questo gruppo di studiosi invia ai rappresentanti politici italiani: durante l’ultima campagna elettorale per le regionali 2010, infatti, ne avevano mandata un’altra ai candidati delle varie regioni. In entrambi i casi, i mittenti erano 24.
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I ricercatori dell’Ispra sono scesi dal tetto, ma l’indipendenza e il valore della ricerca ambientale in Italia sono ancora fortemente minacciati: se passasse il regolamento in discussione alle Camere sarebbero affidati al Ministro dell’Ambiente i poteri di controllo gestionale, scientifico e contabile dell’ISPRA.
L’eventuale approvazione del decreto governativo 193 comporta l’annullamento dell’autonomia dell’Istituto Superiore per la Ricerca e la Protezione Ambientale. Massimiliano Bottaro, ricercatore precario dell’Istituto sceso giù dal tetto e candidato indipendente nelle liste del Pd, ha così commentato la situazione dei ricercatori e dell’istituto:
“La prima speranza che avevamo, al di là dell’ovvio obiettivo di salvare i nostri posti di lavoro era che all’ISPRA, il più importante istituto pubblico che si occupa di ricerca e controllo ambientale, si cambiasse finalmente registro, tornando a svolgere le nostre attività a favore della collettività, valorizzando le professionalità. (…) Il regolamento in discussione alle camere cancella completamente l’autonomia della ricerca, rendendo l’Istituto una semplice succursale del ministero dell’ambiente, che deciderà tutto, dalla nomina del consiglio di amministrazione e del presidente alla loro revoca, fino all’entità e la distribuzione dei finanziamenti all’Ispra“.
A commentare la situazione non soltanto i ricercatori, ma anche relatori della maggioranza: Giuseppe Marinello e Roberto Tortoli del Pdl hanno espresso preoccupazione riguardo all’accentramento che potrebbe derivare dall’unione dei poteri politico, gestionale e scientifico e riguardo ad un possibile futuro asservimento dell’Ispra al Ministro dell’Ambiente di turno, con una conseguente politicizzazione della ricerca ambientale, che dovrebbe rimanere libera ed indipendente.
via | Giornalettismo

Il Parlamento europeo affronta la questione energia. Sul tavolo c’è il Set Plan (Strategic Energy Technology Plan), cioè le linee guida europee per la riduzione delle emissioni di CO2 e lo sviluppo delle energie rinnovabili. Oggi, in particolare, l’Europarlamento ha dato il suo ok ad una risoluzione sulle “low carbon tecnologies” che, detta in breve, chiede principalmente due cose: aumentare i fondi in tempi rapidi, da una parte, puntare su ricerca, piccole e medie imprese e riduzione della burocrazia, dall’altra.
La cosa più interessante, ovviamente, sono i fondi: decidere in fretta dove spenderli è fondamentale. Gli europarlamentari suggeriscono di investire 300 milioni di euro per sviluppare il Carbon Capture and Storage (CCS), cioè lo stoccaggio della CO2. Una tecnica che, di fatto, non esiste ancora e che lascia molto perplesse alcune associazioni ambientaliste come Greenpeace che temono si riveli solo una sorta di greenwashing per le centrali a carbone.
Oltre al CCS l’Europarlamento chiede maggior impegno nelle smart grids, le cosiddette reti intelligenti che permetterebbero una migliore e maggiore diffusione dei piccoli impianti da fonte rinnovabile, e lo sviluppo del mini idro, cioè l’idroelettrico di piccola capacità. Più in generale, se guardiamo al Set Plan, i fondi messi a disposizione dall’Europa sono pari a 45 miliardi di euro per i prossimi dieci anni, così divisi:
6 miliardi per l’eolico
6 miliardi per il solare
2 miliardi per le reti elettriche
9 miliardi per le bioenergie
13 miliardi per il CCS
7 miliardi per la fissione nucleare
5 miliardi per le fuel cell e l’idrogeno
Via | Parlamento eurpeo
Foto | Parlamento europeo
Sotto le acque ghiacciate dell’Antartide, in un luogo tanto inospitale quanto meraviglioso, c’è vita, così come testimoniano le ricerche condotte dalla Bas e le fotografie di esseri viventi meravigliosi.
I ricercatori della Bas, inviati a studiare le diverse forme di vita nelle acque del mar di Bellingshausen in Antartide, hanno scoperto sotto le acque ghiacciate degli esemplari rarissimi di flora e fauna marine. Là dove le temperature degli oceani salgono più rapidamente, il fotografo Peter Bucktrout ha fotografato gli esemplari incontrati ad uno ad uno.
I ricercatori hanno scoperto, fotografato e catalogato fiori dei fondali, stelle marine, pesci, alghe ed altri esseri viventi dalle caratteristiche particolari, prima tra tutte quella di poter vivere ed adattarsi ai freddi fondali dell’Antartide. Molte delle specie fotografate sono molto sensibili ai cambiamenti di temperatura, e con l’innalzamento della stessa, l’ecosistema e la biodiversità delle acque antartiche sono a rischio.
via | bas