Lo scorso autunno Marina ci ha spiegato come aprire un Ecopunto in franchising, ovvero come mettere in pratica l’idea di trasformare i rifiuti in bene di scambio, atttribuendo loro un valore monetario.
A Niscemi hanno messo a punto l’idea, creando First, il primo Ecopunto della Sicilia (il primo in Italia è stato l’Ecopunto di Moncalieri aperto nel 2008), dove la spesa si paga con i rifiuti. First ha aperto appena 3 giorni fa in forma di negozio di alimentari, pronto ad accogliere chiunque voglia barattare o vendere i rifiuti provenienti dalla propria raccolta differenziata.
La Cooperativa grazie alla quale è nato First, guidata da Silvia Coscienza, mira adesso ad aprire altri negozi simili in ogni provincia della Sicilia, per diffondere l’idea di un progetto culturalmente valido e importante anche dal punto di vista dell’economia sostenibile per la Regione, che possa essere d’esempio a tutta l’Italia.
Ma come funziona praticamente First? La forza dell’Ecopunto sta in una logica simile a quella delle raccolte punti del supermercato. Ad esempio, 100 grammi di carta e ferro valgono 1 punto, 100 grammi di plastica 3 punti ed ogni 70 punti si ha diritto a mezzo chilo di pasta o a legumi. I rifiuti raccolti presso First vengono poi passati in consegna al Conai, che porterà avanti la filiera del riciclo.
via | greenme
La pizza a domicilio, spesso avversata perché i suoi cartoni conterrebbero sostanze tossiche (i famigerati ftalati), ora diventa ecologica. Come mostra il video sopra, negli Stati Uniti si stanno diffondendo cartoni ecologici che occupano meno spazio.
Senza più dover lavare i piatti usati per mangiare le fette o dover buttare via piatti di carta, metà del contenitore (di carta riciclata) si trasforma in un piano per poter mangiare in quattro, mentre l’altra metà diventa un contenitore per le fette avanzate, facendo risparmiare anche spazio. Ah, poi ovviamente la carta si può riciclare una seconda volta.
Via | Geekstir
Ogni anno il mercato del riciclo produce 35 milioni di tonnellate di materiali recuperati. Un’enorme montagna composta da 20 milioni di tonnellate di metalli, 5,5 di carte e cartone, 4,8 di legno, 1,8 di vetro e 1,3 di materie plastiche. Un settore fiorente, e lo dimostra il fatto che negli ultimi anni, mentre la produzione industriale diminuiva dell’1,6%, le attività di riciclo e recupero sono aumentate dell’8,2%.
Oggi però, a seguito della crisi economica e finanziaria, e del crollo delle quotazioni delle materie prime, la situazione di questo settore strategico rischia di compromettersi seriamente.
L’eccedenza dei materiali raccolti e che non trovano più sbocco sul mercato sta causando l’accumulo di rifiuti presso le piattaforme di recupero, ormai prossime al collasso.
Ora è necessario tamponare la situazione per consentire temporaneamente i centri di raccolta ad accogliere più materiale. A gennaio la situazione potrebbe infatti diventare insostenibile, perché alla fine dell’anno la produzione di rifiuti aumenta, e i centri potrebbero essere costretti a respingere i carichi di rifiuti provenienti dalla raccolta differenziata.
Dall’altra parte bisogna muoversi velocemente per dare piena applicazione alla legge sugli acquisti verdi. Gli uffici pubblici dovrebbero utilizzare per l’approvigionamento almeno il 30% di materiali riciclati, ma spesso questa norma viene disattesa. E poi - magari - aumentare questa percentuale.
Via | Verdi, Polimerica
Foto | Flickr
Per la decima volta Greenpeace rilascia la sua Guida all’Elettronica, per promuovere un mercato dell’elettronica più sostenibile; rilasciata per la prima volta nel mese di agosto 2006 questa guida fa una classifica dei leader nei mercati della telefonia mobile, dei computer, delle TV e console, in base alle loro politiche e pratiche in materia di sostanze chimiche, riciclaggio ed energia.
Nonostante gli abbondanti tentativi di lifting agli occhi dei consumatori, la maggior parte delle aziende di elettronica non hanno ancora messo in atto i cambiamenti necessari per ridurre significativamente le emissioni.
Le compagnie Americane Motorola, Microsoft, Dell, e Apple sono le peggiori, senza piani per ridurre il riscaldamento globale da inquinamento e senza obiettivi o scadenze per la riduzione delle emissioni di CO2. Dopo il continua trovate un utile web-tool messo a disposizione da Greenpeace per confrontare le 10 classifiche stilate nelle guide rilasciate dal 2006 ad oggi.
Continua a leggere: GreenPeace rilascia la decima Guida Elettronica
Il New Scientist ci fornisce una guida pratica, Le domande stupide che non avete osato chiedere , che, personalmente, non trovo affatto banali. In qualche caso, le risposte appaiono alquanto ciniche.
Se accendo e spengo la luce quando entro ed esco da una stanza, consumo più o meno energia che lasciandola accesa tutta la sera?
Spegnere la luce fa risparmiare l’energia, ma c’è un limite: ogni volta che schiacciate l’interruttore, la lampadina subisce una scossa elettrica, che ne accorcia la vita. Studi dell’Electric Power Research Institute indicano che accendere e spegnere le lampadine a basso consumo (fluorescenti) riduce la durata di vita fino al 75 %. Tom Reddoch, direttore del Dipartimento di efficienza energetica dell’istituto, suggerisce di lasciare le lampadine a basso consumo accese se si lascia la stanza per meno di 15 minuti.
Quanto deve essere pulito il contenitore della pizza affinché sia riciclabile? E lo scatolame e le bottiglie?
Secondo il Programma di Azione per i Rifiuti e le Risorse (Wrap) del Regno Unito, i contenitori della pizza spesso non sono riciclabili, a causa dell’olio assorbito dal cartone, che diviene inutilizzabile dalle cartiere (anche se può sempre diventare compost). Lo sporco non è un problema per scatole e bottiglie, che devono comunque essere risciacquati per rimuovere i resti alimentari e non attrarre i parassiti. Anche la plastica dovrebbe essere pulita ed i coperchi rimossi dalle bottiglie, in modo da poter essere schiacciate. Gli esperti suggeriscono di risciacquare i vuoti nell’acqua sporca dei piatti per risparmiare energia.
Continua a leggere: Gli eco-consigli che non avete mai osato chiedere, parte 1
Tempo fa avevamo parlato del comune di Capannori a rifiuti zero. Kamikatsu è un paese sull’isola di Shikoku nel Giappone orientale. Dal 2003, nelle sue strade non c’è l’ombra di un cassonetto, o di camion per la spazzatura, perché i suoi 2.000 abitanti dividono i loro rifiuti in 34 contenitori diversi, dopo averli lavati ed asciugati, e in cambio del loro lavoro ricevono biglietti della lotteria.
Per i rifiuti organici invece, ogni cittadino fa da sé, provvedendo al compostaggio in casa. Il lavoro necessario a riciclare tutti i rifiuti è notevole, ma la cittadinanza sembra accettarlo bene. Secondo un sondaggio fatto tra la popolazione locale, il 60% degli intervistati si dichiara d’accordo con l’iniziativa.
Un’esperienza simile non nasce a caso in Giappone. E non dipende solo dal fatto che qui ci sono già leggi molto severe sul tema e gli abitanti. BBc ha prodotto un video su Kamikatsu disponibile a questo indirizzo.
Foto | Flickr
I batteri potrebbero aiutarci nello smaltimento quotidiano delle tonnellate di rifiuti plastici che produciamo ogni giorno.
Un gruppo di scienziati irlandesi ha infatti scoperto che la plastica PET (quella per intendenderci con cui vengono fatte gran parte delle bottiglie che beviamo ogni giorno) se riscaldata a 450 gradi centigradi in assenza di ossigeno si divide in una parte solida, una liquida e una gassosa.
Le frazioni liquida e gassosa finiscono per ora solo in un termovalorizzatore (ovvero in un inceneritore), mentre la parte solida (la metà circa del rifiuto iniziale), rappresentata dall’acido tereftalico, una volta attaccata dai batteri viene decomposta in PHA, una plastica biodegrabile, già utilizzata in applicazioni mediche (ad esempio per costruire tubi in supporto alle arterie), che finora era stata poco sfruttata perché mancava un metodo per produrla in grandi quantità.