Quanto costerà all’ambiente il Natale degli italiani? Molto. Se consideriamo che una famiglia media, di 3 persone, contribuirà con le emissioni con 386 Kg di CO2 e in totale gli oltre 60 milioni di italiani immetteranno nell’atmosfera 7,7 milioni di tonnellate di anidride carbonica. Spiega LifeGate che con il progetto Impatto Zero®, propone di ridurre le emissioni di CO2 compensandole con la creazione di nuove foreste:
Il calcolo è stato effettuato su un nucleo familiare medio di tre persone durante le festività natalizie, ovvero nel periodo compreso tra il 25 dicembre e l’Epifania, cioè i giorni in cui si innalza la soglia dei consumi: 386 i kg di CO2 stimati, generati dagli spostamenti (acquisto regali, visite a parenti ed amici, gite fuori porta), dall’energia elettrica (consumi domestici, luci decorative), dalla produzione di rifiuti (carta da pacco, packaging vari), dall’utilizzo di acqua e dal riscaldamento per la maggior presenza in casa.
Ci sono diversi comportamenti che possono rendere il Natale sostenibile e con un impatto sull’ambiente più dolce. I francesi, nel post sotto, hanno dato il loro contributo. Ecco ora il decalogo di LifeGate:
Dopo il salto la ricetta della crostata di tortellini

Paul McCartney dà il proprio personale contribuito alla causa dei cambiamenti climatici riducendo le proprie emissioni a tavola: il componente dei Beatles lo fa attraverso la selezione di quello che mangia a colazione, pranzo e cena, scegliendo menù vegatariani o vegan.
Domani, Paul McCartney farà pervenire la sue richiesta per istituire il lunedì senza carne al Parlamento Europeo: le istituzioni europee devono impegnarsi affinchè l’esempio di Gent possa riproporsi in tutta Europa e i cittadini possano contribuire a ridurre le emissioni con un piccolo gesto, a partire dalla propria tavola.
Secondo Paul McCartney una dieta con meno quantità di carne potrebbe ridurre di circa l’80% le emissioni, soprattutto nei Paesi occidentali, che consumano carne quasi ogni giorno, ignari del fatto che mangiare troppa carne fa male anche all’organismo umano, oltre che all’ambiente. Firmereste la sua richiesta per istituire il lunedì senza carne in tutta Europa?
via | ecorazzi
Ha detto ieri Claudio Scajola ministro per lo Sviluppo economico:
Io se potessi scegliere dove mettere una centrale, me la metterei nel giardino di casa, per un semplice motivo: che in tutto il mondo, dove è stata costruita una centrale nucleare, è cresciuta l’economia del territorio e c’è stata una grande salvaguardia dell’ambiente, perché non ci sono emissioni.E’ necessario avere un mix di fonti. Vogliamo diminuire il gas, il carbone e il gasolio; vogliamo aumentare le rinnovabili, compreso l’idroelettrico, ma ci vuole qualcosa in più che dia stabilità: il nucleare.
La battuta del Ministro Scajola, cioè che vorrebbe una centrale nucleare nel suo giardino, giunge all’indomani delle dichiarazioni del Premio Nobel Rubbia in merito alla costruzione di nuove centrali in Italia. Ha detto Rubbia:
Si sa dove costruire gli impianti? Come smaltire le scorie? Si è consapevoli del fatto che per realizzare una centrale occorrono almeno dieci anni? Ci si rende conto che quattro o otto centrali sono come una rondine in primavera e non risolvono il problema, perché la Francia per esempio va avanti con più di cinquanta impianti? E che gli stessi francesi stanno rivedendo i loro programmi sulla tecnologia delle centrali Epr, tanto che si preferisce ristrutturare i reattori vecchi piuttosto che costruirne di nuovi? Se non c’è risposta a queste domande, diventa difficile anche solo discutere del nucleare italiano.
Continua a leggere: Il Ministro Scajola: "Vorrei una centrale nucleare nel mio giardino"

Se le previsioni dei Maya fissano l’anno delle svolte al 2012, il modello di previsione sui cambiamenti climatici Climate Risk Industry Sector Technology Allocation (CRISTAL) fissa il punto di non ritorno per il controllo dei cambiamenti climatici al 2014. Il rapporto si intitola Climate Solutions 2:Low-Carbon Re-Industrialisation e è stato scritto da un gruppo di australiani esperti in climate risk che scrivono:
Il mondo ha bisogno di ridurre le emissioni entro il 2o14. Le industri verdi devono aumentare del 22% per anni e è necessario tagliare le emissioni del 63% entro il 2020 rispetto ai livelli del 1990.
Le industrie si dovranno trasformare e l’energia dovrà essere solo da fonte rinnovabile, la Co2 andrà catturata e stoccata, sarà necessaria l’efficienza energetica, agricoltura e selvicoltura sostenibile. Cosa dovrebbe accadere secondo il rapporto se la scadenza non è rispettata? Ebbene, sarà molto difficile la marcia indietro e il disastro climatico sarà compiuto. Ovviamente, è bene specificarlo, si parla di modelli di previsione e non di reali previsioni. Ma il WWF intende porre l’accento sul fatto che una presa di posizione netta rispetto alla riduzione delle emissioni è necessaria.
India e Cina hanno siglato a Delhi un accordo, valido per 5 anni, finalizzato a conseguire posizioni negoziali comuni sui trattati internazionali climatici. E’ stata inoltre manifestata, in questo stesso consesso, la volontà di intensificare gli sforzi congiunti nei campi dell’efficienza economica, delle energie rinnovabili, delle tecnologie pulite, dei trasporti, dell’agricoltura sostenibile e, non da ultima, della deforestazione.
In particolare, i ministri degli esteri cinese e indiano, Xie Zhenhua e Jairam Ramesh, hanno fatto sapere che scienziati climatici specializzati provenienti da ambedue i paesi coopereranno nella ricerca e nello sviluppo di soluzioni a basso contenuto di carbonio.Il tutto non arretrando di un passo rispetto alla questione dei limiti alle emissioni di Co2 imposti arbitrariamente dai paesi industrializzati. A tal proposito, inoltre, non è stato taciuto che a fronte di un mancato mutamento di richieste da parte di questi ultimi le aspettative per un accordo al summit di Copenhagen in dicembre non potrebbero essere molto ampie.
Se da una parte è evidente, pertanto, il tentativo da parte dei paesi asiatici di fare fronte comune contro una riduzione delle emissioni che, a detta di questi ultimi, danneggerebbe la crescita economica in Asia, dall’altra lo stesso presidente statunitense Obama, ha fatto sapere, in più di un’occasione, di voler cooperare con la Cina per ridurre le emissioni inquinanti. Intanto, la possibilità che il vertice di Copenaghen si riduca a una mera dichiarazione di principio tra gli stati partecipanti sembra sempre più che plausibile.
Da ieri è possibile spedire lettere e raccomandate con un sistema completamente diverso rispetto al tradizionale e, fanno sapere gli inventori, con un impatto ambientale decisamente minore. Il servizio ha il nome di Posta Pronta ed è stato realizzato da Posta Jet insieme a Legambiente. I responsabili dell’iniziativa spiegano che attraverso questo innovativo sistema sarà possibile risparmiare tempo e ridurre le emissioni, migliorando in tal modo il rispetto per l’ambiente.
Secondo uno studio (condotto da AzzeroCo2, Ambiente Italia e Kyoto Club) il servizio Posta Pronta sarebbe in grado di far risparmiare mediamente 150 grammi di CO2 per ogni lettera spedita soltanto grazie alla razionalizzazione dei trasporti. Attualmente in Italia le buste inviate in un anno con i servizi di spedizione tradizionali sono circa nove miliardi.
Quindi anche se solo l’1% di queste spedizioni fosse inviato con Posta Pronta si avrebbe un risparmio complessivo di 13.500 tonnellate di anidride carbonica, corrispondenti alle emissioni prodotte dai consumi elettrici annui di 10.000 famiglie. Ma per capire meglio andiamo a vedere il funzionamento del sistema e in che cosa consiste questo nuovo servizio postale.
Continua a leggere: Posta Pronta: iniziativa per spedire raccomandate con meno emissioni
Dopo la Nike anche la Apple lascia la Camera di Commercio statunitense perché ritiene che non faccia abbastanza per proteggere la Terra dai cambiamenti climatici. Con l’azienda di Cupertino salgono a cinque le defezioni dalla Camera di Commercio, infatti anche PG&E, PNM Resources e Exelon hanno rassegnato le loro dimissioni. Cosa sta succendendo alle multinazionali americane? Botta di ecologismo? Il discorso è molto più legato all’economia di quanto si possa immaginare.
In pratica le grosse aziende hanno investito e stanno investendo cifre considerevoli per renderere più sostenibili e meno inquinante i loro processi produttivi. La Camera di Commercio statunitense, invece, ha ricusato la peroposta dell EPA, l’Agenzia per l’Ambiente di mettere un tetto alle emissioni inquinanti delle fabbriche. A dimostrarsi contraria a questa politica è stata la Nike che ha lasciato il consiglio di amministrazione, seguita ieri dalla Apple.
Ha dichiarato Tom Donohue presdiente della Camera di Commercio:
La Camera di commercio degli Stati Uniti continua a sostenere la legislazione federale e l’accordo internazionale vincolante per ridurre le emissioni di CO2 e per affrontare il cambiamento climatico.
Insomma, per Donohue viene fatto il possibile. In realtà sul piatto, dicevamo, ci sono investimenti milionari e come ha scritto Caterina Novelli, Vice President for Worldwide Government Affair, nella motivazione di dimissioni della Apple:
Avremmo preferito che la Camera avesse assunto una posizione più progressista su questa tematica cruciale e avesse svolto un ruolo costruttivo per affrontare la crisi climatica. Per quelle aziende che non possono o non vogliono fare la stessa cosa, Apple sostiene che la regolamentazione delle emissioni di gas serra è necessaria ed è frustrante sentirsi soli in questo sforzo.
Via | The Hill
Il Principe Carlo ha chiamato a raccolta circa 500 aziende internazionali perchè partecipino attivamente alla crisi dovuta al riscaldamento globale, in vista del summit di dicembre a Copenaghen. Spesso Carlo ha attaccato le multinazionali, ritenendole repsonsabili di compiere esperimenti sulla natura e sull’uomo, ma questa volta le chiama a raccolta per una buona causa.
Carlo d’Inghilterra ha invitato giganti come Shell, Coca Cola, eBay, Starbucks e Virgin a fare sentire la propria voce in merito ai problemi ambientali e a far pressione sui leader mondiali, affinchè si riducano effettivamente le emissioni almeno del 50% entro il 2050. Lo sforzo di Carlo mira ad ottenere risultati positivi e concreti durante il summit delle Nazioni Unite a Copenaghen invece di inutili incontri diplomatici e sterili tavoli di discussione.
Se i grandi leader dell’economia mondiale agiranno per l’ambiente, ridimensionando i propri interessi ed i propri sprechi in vista di un concreto accordo per ridurre le emissioni, forse l’incontro di Copenaghen non sarò vano.
Nessun grande accordo nella conferenza sul clima tenutasi a New York e organizzata dalle Nazioni Unite. Al Gore, presente alla riunione, avrebbe apprezzato solamente le proposte più concrete che sono state portate avanti da Cina e Giappone. Sembrerebbe invece essere stata al di sotto delle attese la parte degli Stati Uniti con il presidente Barack Obama che, pur sottolineando come “il tempo del fare stringe” e che “bisogna agire subito per evitare una catastrofe irreversibile”, non ha offerto nuove soluzioni.
Il vertice sul clima, al quale hanno partecipato oltre cento leader mondiali giunti a New York per la Assemblea Generale dell’Onu, è stato aperto da un appello di Ban Ki-Moon che ha lanciato l’allarme sottolineando come si abbiano meno di dieci anni per evitare gli scenari peggiori. Nonostante le premesse sono parecchi i partecipanti che hanno definito come deludente e poco costruttivo quest’incontro.
Su tutti Nicolas Sarkozy secondo cui i negoziati sono giunti ad un punto morto e che, al fine di dare nuova linfa alla questione, ha proposto un vertice a novembre delle maggiori economie industrializzate in vista della conferenza di Copenaghen che si terrà a dicembre. In questo clima di pessimismo, di parole di allarme, ma di pochi passi concreti per uscire dallo stallo, sono balzati in evidenza gli interventi della Cina e del Giappone.
Continua a leggere: Onu, nessuna grande decisione al vertice di New York sul clima
In Italia ci sono 36milioni di auto circolanti e solo il 4,6%, circa 15mila, è un auto ecologica: a metano, gpl, ibrida o elettrica. Il dato sconfortante è reso noto da Gian Primo Quagliano (nella foto a sinistra), direttore del Centro studi Promotor, in occasione del workshop sul metano per autotrazione svoltosi alla Fiera del Levante di Bari per iniziativa dell’Eni.
Ha detto Quagliano:
Le auto circolanti in Italia con alimentazioni tradizionali sono ben 34.424.000. Per ridurre le emissioni di questo enorme parco, gli incentivi alla rottamazione non bastano. Basti pensare che sono 15.625.000 le vetture a benzina e gasolio attualmente rottamabili con incentivi, cioe’ quelle immatricolate fino al 31 dicembre 1999. Va dunque perseguita e incoraggiata anche la strada della trasformazione a gas che, infatti, da diversi anni gode di incentivi pubblici concessi con una serie di provvedimenti che pero’ sono stati sempre limitati nel tempo.
Insomma, si parla e si discute di auto ecologiche, di auto elettriche, i costruttori continuano a presentare prototipi come al Salone di Francoforte ma di fatto sulle nostre strade il parco auto è inquinante.
Continua a leggere: Italia, solo il 4,6% dei 36 milioni di auto circolanti è ecologico