
Secondo un recente sondaggio riportato dalla BBC, condotto in 10 Paesi diversi, la maggior parte degli Africani si considera responsabile per il Climate Change, ritenendosi colpevole per i danni arrecati all’ambiente e al proprio territorio. La questione dei cambiamenti climatici è sentita da chi è tra i minori responsabili al mondo: l’Africa è responsabile solo del 4% delle emissioni mondiali.
Secondo l’indagine gli africani sono consapevoli del fatto che il clima ed il tempo stiano cambiando, lo percepiscono, senza però rendersi conto del legame che c’è tra i cambiamenti climatici, l’inquinamento, lo sfruttamento del territorio Africano, le emissioni di CO2. Per questo, alcuni africani si colpevolizzano, altri attribuiscono i cambiamenti a qualche forma di punizione divina.
L’indagine ha coinvolto anche 200 opinion leaders e secondo molti la carenza di informazione in Africa sui problemi ambientali è dovuta anche alla difficoltà a comprendere la terminologia e la lingua inglese, e alla mancanza di termini sui cambiamenti nelle diverse lingue dei Paesi africani. L’indagine ha anche evidenziato come tra i meno informati ci siano molto spesso i leader dei governi locali.
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Proprio in questi giorni, grazie a SeaPower, prende il via nello stretto di Messina un progetto di ricerca per lo sfruttamento dell’energia del mare, per sfruttare la sua forza anche lontano dalla costa. E’ il primo progetto di questo tipo in Italia, mentre a livello europeo qualcosa di simile è già nato da poche settimane di fronte alle coste del Portogallo.
SeaPower è una controllata di Green Power S.p.A., un’azienda di Bolzano già attiva in progetti sull’energia pulita e numero due in Italia nel settore eolico.
Nelle intenzioni di Josef Gostner, vicepresidente di Green Power, nei prossimi mesi si raggiungerà la produzione di 400 KW da immettere in rete; si tratta di un piccolo passo per iniziare, visto che il Mediterraneo è solo un banco di prova e in realtà si mira a raggiungere le grandi correnti del Golfo che, secondo Gostner, sviluppano un potenziale energetico pari a tre milioni di centrali nucleari.
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Il porto fluviale di Zhangjiagang, a meno di un’ora e mezzo da Shanghai, vicino alla foce dello Yangze, è il centro nevralgico del traffico di legno in Cina. Un traffico in crescita e spesso illegale. Nei dintorni, migliaia di piccole fabbriche lavorano sette giorni su sette e ventiquattro ore al giorno, grandi tronchi d’albero provenienti da Siberia, Indonesia, Brasile, Cile, Gabon, Camerun, Congo, Mozambico, Birmania e Cambogia. Secondo l’associazione Global Timber, più della metà delle importazioni cinesi di legno sarebbero illegali o senza tracciabilità, provenienti da foreste protette.
Gli imprenditori locali negano di essere a conoscenza di problemi di disboscamento, ma ammettono di dover cambiare fornitore ogni tanto: Prima, facevamo molti affari con il legno indonesiano, ma hanno imposto delle norme, ora il nostro migliore legno viene da Birmania ed Africa, dichiara un intervistato, toccando una pila di tronchi di Okoumé del Gabon, una varietà preziosa (comprata a 35 euro al metro cubo e rivenduta dieci volte tanto).
Il porto di Zhangjiagang fa affari con 140 porti del mondo intero e l’industria del legname genera, secondo le cifre ufficiali, quasi 100 miliardi di euro l’anno. Un vantaggio per lo Stato cinese che, invece, ha rigidamente regolamentato il disboscamento interno: le distruzioni causate dalle inondazioni del 1998 sono state attribuite al disboscamento massiccio delle montagne cinesi. Recentemente, i 60 miliardi di paia di bacchette monouso prodotte ogni anno hanno mobilizzato gli ambientalisti locali, e la Cina si è fatta paladino della riforestazione, proibendo lo sfruttamento di foreste non rinnovabili.
E’ il primo documentario che penetra nella realtà lavorativa sfruttatrice di una fabbrica cinese, catturando immagini non solo dei luoghi di manifattura e dei dormitori, ma anche dei meeting dei manager e degli intensi negoziati di vendita con i compratori occidentali - Micha X. Peled

“Quando si trova l’oro non si torna più indietro” - Makena Diop