Il presidente Barack Obama ha bloccato la pubblicazione dei regolamenti federali pianificati dalla precedente amministrazione. Questa azione permetterà alla nuova amministrazione di rivedere alcune decisioni politiche dell’era Bush, come quella di rimuovere i lupi grigi dalla lista delle specie a rischio di estinzione nel Montana, Idaho, Minnesota, Wisconsin e Michigan, e in porzioni di Oregon, Utah, North Dakota, South Dakota, Iowa, Illinois, Indiana, Ohio e dello stato di Washington.
Secondo Michael Robinson del Center for Biological Diversity, “invece di rimuovere le protezioni sui lupi”, “nei luoghi isolati dove è finalmente iniziato un ripopolamento dopo le passate persecuzioni”, “l’amministrazione Obama dovrebbe sviluppare e implementare un piano di ripopolamento nazionale del lupo grigio che assicuri la sopravvivenza di questi magnifici animali”.
I lupi grigi sono infatti spariti dal 95% del loro habitat naturale storico, inclusi milioni di acri di foreste e parchi nazionali, la cui salute ecologica ha sofferto per l’assenza di questi “motori dell’evoluzione degli ecosistemi naturali” come dice Robinson. E l’amministrazione Bush intendeva toglierli dalla lista delle specie in pericolo in Idaho e Montana, anche se in queste Stati vivono solo 75 coppie di lupi.
Via | Center for biological diversity
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Il CTS propone per Natale - ma si può fare anche nel resto dell’anno - di contribuire alle attività dei suoi centri di ricerca sui delfini mediterranei - che la IUCN, tanto per cambiare inserisce nella Lista Rossa delle specie a rischio di estinzione - con un’adozione a distanza di delfini. Il contributo richiesto è di (26,00 euro per l’adozione, a cui vanno aggiunti 4,50 euro per le spese di spedizione. In cambio si riceve un attestato, foto, peluche, più materiale informativo sui Cetacei.
Il primo centro di ricerca è nato nel 2000 sull’isola di Caprera, mentre il secondo si trova a Lampedusa ed è arrivato un anno dopo. Si occupano di svolgere censimenti per determinare consistenza numerica e distribuzione dei delfini italiani. Nel periodo estivo sono impegnati anche in un’intensa attività di divulgazione ed educazione ambientale aperta a tutti.
Per scoprire dove vivono e cosa fanno i delfini da adottare basta andare sul sito dell’iniziativa. C’è pure una galleria multimediale sulle attività dei centri di ricerca.
Potrebbe essere l’unica speranza per salvare le specie a rischio di estinzione. La migrazione assistita, ovvero il trasferimento di alcune specie animali da un ambiente ad un altro, potrebbe essere una soluzione efficace per scongiurare la definitiva scomparsa di quegli esemplari il cui habitat è seriamente minacciato da cambiamenti climatici e antropizzazione.
Secondo una ricerca svolta da australiani, inglesi e americani e pubblicata recentemente su Science, è piuttosto lunga la lista delle specie che avrebbero bisogno di un cambio di residenza: gli anfibi, che sopportano particolarmente bene i cambiamenti, o le farfalle, che potrebbe migrare di qualche centinaio di chilometri, in un luogo dove non vivono insetti che si nutrono dello stesso cibo.
Ma gli stessi scienziati ci mettono in guardia. Questa è da considerare una misura di emergenza, a cui ricorrere in presenza di precise condizioni. Le nuove presenze, infatti, potrebbero creare dei gravi squilibri e bisogna scegliere con molta attenzione il nuovo habitat. Per esempio, sarebbe un errore gravissimo spostare l’orso bianco dal polo nord al polo sud, poiché ci sarebbe una strage di pinguini.
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In questa primavera mancano all’appello molti cuculi, beccamosche, pappafichi e tortore: chi passeggia per i parchi può facilmente accorgersi che gli uccelli migratori non sono ancora arrivati dall’Africa, dove passano gran parte dell’inverno. A confermare questa tendenza, i dati allarmanti della Royal Society for the Protection of Birds parlano di 50 miliardi di esemplari che non esistono più.
Appena 21 specie delle 36 censite dal 1997 si prevede che potranno tornare nel Regno Unito con vistosi cali che ci obbligano ad allungare la lista delle specie in via d’estinzione: -80% di tortore, -30% di cuculi, mentre per il l’averla si parla già di estinzione. Il fenomeno non è ristretto alla sola UK, dove la primavera ancora fredda potrebbe far pensare che le specie preferiscano il caldo africano, ma riguarda l’Europa intera: giusto per dare un esempio, l’usignolo, sempre più raro, non viene più considerato tra le specie da monitorare.
All’osservatorio ornitologico di Radolfzell, sul lago di Costanza, il mese prossimo si terrà un incontro tra tutti gli scienziati europei, per cercare di capire cosa sta succedendo. Le ipotesi sono variegate e quasi tutte, purtroppo, sono state originate dall’azione umana: la scomparsa dei migratori può dipendere dalla distruzione del loro habitat nel continente africano dovuto sia alle coltivazioni intensive che con l’uso intensivo di pesticidi distruggono ciò di cui si nutrono. In altri casi si pensa all’apporto delle variazioni del campo magnetico terrestre, che li potrebbe aver disorientati in volo.
Il problema di fondo è che nessuno è in grado di stabilire se queste ipotesi combinate insieme sono davvero rappresentative del problema, proprio come avviene per la scomparsa delle api. Il mondo scientifico è diviso: non si può stabilire esattamente se il dannoso intervento umano sta aumentando gli effetti di una probabile nuova glaciazione o una fase di surriscaldamento del pianeta. Sta di fatto che gli uccelli migratori non tornano più.
Via | LaStampa.it
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Non solo le api sono a rischio estinzione, ma anche i pipistrelli. Dal marzo scorso, i funzionari della fauna selvatica di New York stimano che sono morti almeno 11.000 pipistrelli, con un tasso di mortalità superiore, in alcune grotte al 97%., negli stati di New York, Vermont e Massachusetts.
La malattia, che è stata chiamata “sindrome del naso bianco” è stata notata per la prima volta in pipistrelli morti in letargo in varie grotte di Albany, New York, USA nel febbraio 2007. Durante la fine dell’inverno/inizio della primavera 2007 l’osservazione nei pipistrelli di una sostanza bianca nelle narici si accompagnò ad una altissima mortalità in questi animali, stimata nel 90% delle colonie in letargo infettate. Questa sostanza è stata poi identificata in un fungo ma se sia la causa della malattia o un sintomo rimane sconosciuto.
“Il fungo che appare sotto le narici potrebbe non essere la causa principale della malattia , ha detto Jack Wallace - uno dei ricercatori impegnato nello studio della sindrome alla Division of Natural Resource’s Wildlife Diversity Program- Non sembra sia entrato nei polmoni. Potrebbe essere qualcosa che si manifesta quando gli animali sono in uno stato di debolezza . Ma qualunque sia la causa, se continua a diffondersi, potrebbe portare a conseguenze devastanti non solo per i pipistrelli, ma anche per l’agricoltura, poiché controllano insetti come le falene, tanto da mangiarne ogni notte una quantità pari al loro peso”.
Continua a leggere: Moria di pipistrelli: è allarme ambiente
Norvegia e Giappone sono tra gli strenui difensori della caccia alle balene, e lo sappiamo. E per convicerci che è cosa buona e giusta, ecco uno studio (commissionato da una lobby norvegese) su quanto mangiare balene sia più sostenibile che mangiare carne da allevamento. Il punto centrale è semplice, la caccia alle balene emette meno CO2 per recuperare più carne rispetto ad allevare una mucca.
Un po’ di numeri. Un chilo di balena sul piatto (si fa per dire ovviamente) corrisponde a 1,9 kg di gas serra emessi, che derivano soprattutto dal carburante della nave che la “pesca”. Un chilo di pollo produce invece 4,6 kg di gas serra, un chilo di maiale ne produce 6,4, e un chilo di manzo addirittura 15,8! Questo perchè se consideriamo il “ciclo di vita” del prodotto, bisogna contare non solo i gas, tra cui il metano, prodotti dagli stessi animali (i ruminanti infatti hanno emissioni molto più alte), ma anche le emissioni richieste per la produzione dei loro mangimi ad esempio. E secondo loro, il pesce in generale è da questo punto di vista un alimento più sostenibile di qualsiasi carne da allevamento.
A Greenpeace diciamo che si sono messi a ridere. Dicono che il rischio di estinzione di una specie deve essere sempre messo davanti a un eventuale risparmio di emissioni di CO2 in atmosfera.
Però, devo dire che questi numeri un po’ mi fanno riflettere… Sappiamo che mangiare tanta carne oltre a far male alla salute fa male a tante altre cose, tra cui il clima. Quindi, continuiamo a opporci alla mattanza delle balene, e allo sfruttamento di qualsiasi specie tanto da portarla all’estinzione, ma pensare a una dieta alternativa più varia e che sia un po’ più amica del clima e dell’ambiente non fa mai male.
La chiamano l’Arca di Noè dei semi. Ma si tratta di un immenso deposito destinato a conservare nel cuore di una montagna dell’arcipelago norvegese delle Svalbard in un bunker di ghiaccio a 100 mt al di sotto del suolo 3 miliardi di semi provenienti da almeno 100 paesi. Ma perché? Mi sono chiesta? E’ prevista qualche sciagura? Queste immense operazioni filantropiche mi scatenano sempre una strana allergia e ho voluto approfondire.
Intanto la parte ufficiale della notizia con strombazzamenti sui diversi media, Tg compresi racconta della cerimonia di inaugurazione alla presenza del primo ministro norvegese Jens Stoltenberg, del presidente della Commissione Europea José Manuel Barroso ed esperti di agricoltura di tutto il mondo. “Insieme ai movimenti internazionali per salvare le specie in via d’estinzione o preservare la foresta pluviale del pianeta, è altrettanto importante per tutti noi conservare la diversità delle colture nel mondo per le generazioni future”, ha detto il Nobel Wangari Maathai, che ha depositato i primi semi.
Leggo, invece, da un articolo di Maurizio Blondet che: ” Il fatto è che il finanziatore principale di questa arca delle sementi è la Fondazione Rockefeller, insieme a Monsanto e Syngenta (i due colossi del geneticamente modificato), la Pioneer Hi-Bred che studia OGM per la multinazionale chimica DuPont; gruppo interessante a cui s’è recentemente unito Bill Gates, l’uomo più ricco della storia universale, attraverso la sua fondazione caritativa Bill & Melinda Gates Foundation. Questa dà al progetto 30 milioni di dollari l’anno”. Come dire? Ho la conferma del fatto che la mia allergia è giustificata. Autore dello studio però è William Engdah che ha pubblicato “Doomsday Seed Vault in the Arctic” un circostanziato studio sulla questione e che si pone una semplice domanda: che futuro si aspettano per creare una banca di sementi del genere?
Continua a leggere: L'Arca di Noè dei semi: intervista a Alberto Olivucci
Gli scienziati avvertono: la caccia intensiva di squali per le pinne e per la carne ha messo in pericolo altre nove specie. In particolare la popolazione di squali martello in alcune parti del mondo è stata oggetto di attacchi continui, fino alla riduzione del 99%. La sua particolare vulnerabilità ne farà dichiaratamente l’oggetto di minaccia globale d’estinzione dal World Conservation Union (IUCN).
Sulla lista dell’IUCN purtroppo non è l’unico nome: alla conferenza tenutasi ieri presso l’American Association for Advancement of Science di Boston l’elenco conta 126 tipi diversi di squalo tra cui anche lo squalo tigre e lo squalo toro nonostante le dimensioni ben superiori ai martello. Il problema si è aggravato negli ultimi tempi, quando da minaccia locale, si è passati a livello di minaccia mondiale, rendendo impossibile di fatto la protezione.
Recenti studi hanno dimostrato che tutte le popolazioni di squali nel nord-ovest Atlantico sono diminuite in media del 50% sin dai primi anni 1970. Gli squali possono estinguersi molto prima di altre specie perché impiegano mediamente un periodo più lungo per diventare adulti - addirittura 16 anni nel caso degli squali martello.
Continua a leggere: La pesca mette in pericolo d'estinzione gli squali
Le acacie della savana africana hanno bisogno di essere mangiate dalle giraffe o dagli elefanti per vivere bene. A questa conclusione sono giunti dei ricercatori guidati da Todd M. Palmer dell’università della Florida che hanno studiato le relazioni tra acacie (Acacia drepanolobium) e formiche (Crematogaster) .
Il patto vigente era che le formiche avrebbero difeso l’albero (in cui vivevano) spruzzando sostanze irritanti verso gli erbivori che si fossero avvicinati per mangiarne le foglie. In cambio l’albero avrebbe offerto protezione (comode spine in cui nidificare) e alimenti (nettare). La mancanza di grandi erbivori indotta dall’esperimento ha alterato il rapporto mutualistico tra alberi e formiche.
La mancanza di pascolo per un periodo di 10 anni è bastata per far ridurre la quantità di nettare e le possibilità di rifugio che le acacie offrivano alle formiche. Le formiche mutualistiche hanno perso il loro vantaggio e sono state sostituite da specie antagoniste. (Un rapporto mutualistico è una convivenza dalla quale entrambi i partecipanti traggono giovamento.)
Continua a leggere: Mutualismo tra acacie e formiche causato dalle giraffe
Riceviamo e pubblichiamo una lettera di Eleonora di MedSharks sulla triste abitudine europea di valutare il ritorno economico a breve scadenza più della sopravvivenza delle specie in via di estinzione.
L’Unione Europea ha dato il via libera alla pesca di squali a rischio di estinzione. Anziché proteggerli. Il Consiglio Pesca dell’UE ha fissato le quote di cattura 2008 di due squali in pericolo critico di estinzione, smeriglio (Lamna nasus) e spinarolo (Squalus acanthias). Sono entrambe specie “in pericolo critico” di estinzione in acque europee (Lista Rossa IUCN), tanto che gli stessi esperti cui si affida la Commissione Europea avevano suggerito di azzerare totalmente le quote di cattura. Ovviamente (?) ciò non era possibile, quindi la Commissione Europea ha stabilito comunque dei TAC (Total Allowable Catch) per le due specie.
Queste proposte della Commissione Europea sono state discusse nel Consiglio da tutti i Ministri della Pesca dell’UE. Risultato? Ovvio: con la benedizione dei Ministri si continueranno a pescare queste due specie di squali a rischio di estinzione. Anzi: hanno addirittura aumentato la quota dello smeriglio!
Spero davvero che anche voi ne possiate parlare, magari suggerendo alla gente che per il cenone evitino di acquistare specie a rischio.
Via | SharkNews
» EU Fisheries Council falls short on shark limits on Shark Alliance