La carta riciclata è stato uno dei primi mantra dell’ambientalismo. Riciclare carta è semplice, economico, conveniente e di grande soddisfazione per la persona che non è costretta a cambiare il proprio stile di vita e prova la naturale soddisfazione di utilizzare qualcosa che fa “bene all’ambiente“.
In realtà il concetto di riciclo della carta dovrebbe essere superato da un obiettivo fra i più semplici da realizzare: tendere ad azzerare il consumo stesso del materiale sfruttando i supporti elettronici che ormai ci permetto di disegnare, scrivere e leggere senza alcun bisogno di abbattere alberi.
Sta iniziando a succedere questo negli Stati Uniti? Chissà. L’ultimo dato dell’American Forest & Paper Association (AF & PA) parla di un calo dei consumi della carta riciclata. I 2 milioni e 560 mila tonnellate del prodotto consumato nel mese di Agosto 2011 sono il 6% in meno rispetto allo stesso mese dello scorso anno. Su base annua il calo è del 4%, a fronte di un consumo di carta non riciclata stabile, i produttori stanno compensando con una crescita delle esportazioni del 14%. Smetteremo prima o poi di sprecare carta?
Via | Earth 911
Bp è tornata e rivuole il “suo” Golfo del Messico. Nel senso che ha chiesto al governo degli Stati Uniti di poter tornare a perforare i pozzi chiusi all’indomani del disastro della Deepwater Horizon e della conseguente marea nera.
L’azienda, con i pozzi bloccati e i maxi risarcimenti da pagare a pescatori e cittadini della Louisiana, ha bisogno di
riaprire i rubinetti del petrolio anche perché i suoi progetti in Libia, per evidenti motivi, potrebbero andare presto a monte.
Cosa farà, a questo punto, il nuovamente candidato Barack Obama? Avrà la forza di dire no all’industria del petrolio dopo avergli già detto sì affermando che gli Stati Uniti devono valorizzare la propria produzione interna di idrocarburi per evitare di dipendere troppo dall’estero?

Secondo l’ente U.S. Fish & Wildlife il coguaro dell’est si è ufficialmente estinto. Anche il coguaro, ora, è entrato ufficialmente a far parte di quella lunga lista di animali che, partendo dal Dodo, sono scomparsi dalla faccia del nostro pianeta a causa di inquinamento, distruzione del loro habitat naturale per mano dell’uomo, bracconaggio e altri deprecabili motivi. Speriamo di non dover parlare su queste pagine anche dell’estinzione dei panda, degli orsi polari, del rinoceronte nero e di altre specie in gravissimo pericolo di scomparsa. Con questa gallery vogliamo dare omaggio al coguaro nella speranza che, tra qualche anno, qualcuno si accorga di aver sbagliato e scopra dei nuovi esemplari di questo bellissimo felino.
Foto| Flickr

Un gruppo di esperti russi del Centro federale nucleare ha ispezionato l’impianto di vitrificazione di scorie nucleari di Hanford (che ricordo è un impianto di tipo militare) lungo il corso del fiume Columbia (Stato di Washington) negli Stati Uniti. L’obiettivo era familiarizzare con i sistemi di riciclo delle scorie nucleari. Il sito che è anche un deposito di stoccaggio, in fase di smantellamento, conserva in 177 contenitori speciali circa 200milioni di litri di scorie.
Hanford è un cimitero di scorie e una vera e propria pecca per l’amministrazione americana tanto che è stato creato un sito web ad hoc per informare i cittadini costantemente. Negli Usa ci sono almeno 10 depositi provvisori di scorie nucleari e altrettanti siti da decontaminare. L’idea del Doe, Dipartimento dell’Energia prevedeva di trasformare i rifiuti in vetro mediante un processo chiamato bulk vitrification. Il progetto sembrava fattibile tanto che nel 2005 si iniziò la costruzione del padiglione che doveva ospitare la filiera del processo di riconversione delle scorie nucleari in vetro (scusate se la spiego così brutalmente). Ma non hanno funzionato i mixer pulse-jet, come racconta bene Ises, riportando un articolo del Seattle Times.
Nonostante la costruzione del padiglione continui, al Doe pensano a possibili alternative come lo steam reforming- trasformazione con vapore. La tecnologia utilizza vapore surriscaldato e carbone per combinare argilla e rifiuti in una ceramica granulare più facile da smaltire grazie alla forma solida.
Continua a leggere: La sfida degli americani: provare a riciclare le scorie nucleari

Solo ieri vi abbiamo parlato dei prodotti venduti alla spina elogiandone, tra gli altri, l’enorme vantaggio della riduzione dei rifiuti grazie alla diminuzione degli imballi. Oggi vi parliamo di un nuovo prodotto che, con la riduzione degli imballi, ha poco a che vedere. La Del Monte, azienda famosa per i suoi prodotti a base di frutta, e per un uomo che se non diceva di si non si vendeva niente, ha deciso di mettere sul mercato degli Stati Uniti le banane confezionate singolarmente, come fossero snack o dolcetti comuni, per un trasporto più pratico.
Se da un lato posso capire che si tratta di una mossa commerciale devo ammettere che, in paesi dove la cultura del “mangiar sano” sia quasi sconosciuta come negli USA, avvicinare l’idea di un frutto ad un più familiare snack può essere vincente, dall’altro penso a quanti rifiuti si produrranno (senza pensare all’inquinamento sviluppato per creare le confezioni di plastica). Pensando ad invadere anche il Regno Unito con questa loro trovata, quelli della Del Monte hanno trovato la porta chiusa da parte dell’ Environment Board of the Local Government Association che ha espresso i propri dubbi sull’impatto ambientale di questo nuovo prodotto accusando la società di abusare dell’over packaging. Se arrivassero nel nostro Paese voi le comprereste?
Via| Ghana Nation

Se non ci fosse in mezzo la vita di tre poveri pesci rossi non saprei se ridere per la stupidità di questi ragazzini o preoccuparmi (sempre per la loro stupidità ovviamente). Ad Arlington, una cittadina nell’Illinois, la polizia ha preso tre ladri adolescenti, tutti minorenni, accusati di furto con scasso. Si sono introdotti nottetempo in un’abitazione, complice l’assenza dei proprietari, per rubare videogiochi, una console, dvd, un lettore cd, gioielli ed altre cose.
Fin qui nulla di strano. Purtroppo di casi simili ne capitano spesso. I baby ladri, probabilmente, hanno visto troppi film e hanno pensato che dovevano eliminare tutti i testimoni del loro crimine. I testimoni erano tre poveri pesci rossi. Non pesci rossi magici con il dono della parola ma tre normalissimi pesci rossi. Uno di loro li ha avvelenati buttando nella boccia tutto quello che trovava di liquido sotto mano. Per fortuna i tre piccoli ladri sono stati presi e la polizia ha assicurato che pagheranno sicuramente anche per questa barbarie.
Via| Huffington Post
Foto| Flickr

La commissione di indagine voluta dal presidente degli Stati Uniti, Barack Obama, per far luce sulle responsabilità del disastro della Deepwater Horizon ha stabilito che le società coinvolte nella gestione della piattaforma e del disastro stesso sono colpevoli: Bp, Hulliburton e Transocean, per risparmiare, non hanno messo in atto tutte le misure di sicurezza necessarie.
Bp è accusata di non aver ben interpretato il “negative pressure test”, dal quale avrebbe dovuto capire che il pozzo Macondo non era ancora correttamente chiuso quando la piattaforma petrolifera è stata sganciata. Anche nell’utilizzare il cemento, nella prima fase delle operazioni post disastro, Bp non avrebbe usato la dovuta cautela.
Halliburton, che ha fornito il cemento, è ritenuta responsabile dalla commissione governativa di non aver testato a sufficienza il cemento stesso mentre Transocean, che è la società che aveva costruito la Deepwater Horizon (e moltissime altre piattaforme petrolifere nel mondo, Italia compresa), non avrebbe imparato la lezione da un incidente di minori dimensioni ma molto simile, avvenuto cinque mesi prima dell’esplosione della piattaforma nel Golfo del Messico.
Via | All Voices, anyzydywi
Foto | Wsj

Il lupo grigio non sarebbe più in estinzione negli Stati Uniti. Anzi, sta così bene che si può tornare a dargli la caccia. Almeno così la pensa qualcuno a Washington. Secondo quanto riporta l’Huffington Post, infatti, un dipendente del Dipartimento degli Interni avrebbe ammesso che il governo federale lancerà la proposta di togliere il lupo grigio dalle spece protette entro aprile, nella speranza di vederla approvata per fine 2011.
Non è la prima volta che un governo statunitense fa questo tentativo: negli ultimi sette anni ci hanno provato tre volte. L’ultimo era stato George Bush, ma l’allora appena eletto Barack Obama aveva congelato la proposta.
Ora si torna a parlare dell’argomento, senza però aver mai affrontato la vera questione di fondo: è vero che il lupo grigio è in ripresa, ma solo nelle poche aree protette dove è stato reintrodotto. Prima dello sterminio dei lupi ad opera dei cacciatori, però, questo animale popolava tutto il grande nord americano.
Via | Huffington Post
Foto | Flickr
Sarah Palin, ex candidata alla vicepresidenza degli Stati Uniti e attuale leader del Tea Party, ha scatenato l’ira dei movimenti anti caccia di mezzo mondo: durante una puntata del reality show “Sarah Palin’s Alaska”, che la vede protagonista in tv, imbraccia un fucile, lo punta contro un grosso carubou e lo ammazza.
Scene di caccia dal grande nord, che non sono piaciute a nessuno. Oltre al lato ecologista, animalista e anti caccia, le proteste arrivano anche da altri movimenti e associazioni perché, in sostanza, la scena di caccia è stata inserita per aumentare lo share di un reality show rivelatosi un fiasco.
La Palin’s si difende con i soliti argomenti pro caccia:
A meno che non abbiate mai indossato un paio di scarpe di cuoio, non abbiate mai seduto su un divano di pelle o mangiato una bistecca in vita vostra, potete mettere da parte le vostre critiche. Io rimarrò orgogliosamente intollerante dell’ipocrisia dei movimenti anti caccia
Il che, considerato che quel caribou non è stato ucciso per farne bistecche, scarpe o divani ma audience non ha alcun senso.
Via | L’Essenziale
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Scambio di accuse tra Cina e Stati Uniti sugli aiuti pubblici all’industria delle rinnovabili. Tutto inizia ai primi di settembre, con una petizione lanciata dal sindacato statunitense United Steelworkers per chiedere che gli aiuti statali cinesi venissero riconosciuti come lesivi della concorrenza internazionale.
Le convinzioni dei lavoratori americani dipendevano essenzialmente da cinque fattori. Il primo ha a che fare con le materie prime necessarie all’industria dell’energia pulita: la Cina produce il 90% di queste materie prime e ostacolerebbe le aziende straniere che vogliono acquistarle. Il secondo ha a che fare con tecnologie e brevetti: secondo il sindacato in Cina si lavora solo in JV con le aziende locali alle quali si deve cedere l’utilizzo dei brevetti.
Il terzo fattore deriva dal fatto che almeno l’80% dei materiali utilizzati negli impianti eolici prodotti in Cina deve essere, a sua volta, prodotto in Cina. Il quarto ha a che fare con i sussidi cinesi all’industria delle rinnovabili che, a detta di United Steelworkers, sono pari a cinque volte i sussidi elargiti dal governo americano. Il quinto, infine, driva dal quarto: con tutti questi contributi pubblici l’industria cinese delle rinnovabili sta soppiantando senza pietà quella europea e statunitense.
Continua a leggere: Cina e Usa ai ferri corti per i sussidi alle rinnovabili