
L’allarme arriva in piena estate: tra circa 8 mesi le discariche della Campania saranno esaurite. Dunque si preannuncia una nuova emergenza rifiuti se non si correrà quanto prima ai ripari.
Il punto è che in Campania non è mai decollata in maniera concreta e decisa la raccolta differenziata. Scrive Daniela De Crescenzo su Il Mattino:
Il problema resta sempre lo stesso: ogni giorno si producono settemila tonnellate di rifiuti che, al netto della differenziata che non supera il venti per cento, dovranno finire in discarica o al termovalorizzatore di Acerra almeno fino a quando non saranno realizzati i due impianti di Napoli e Caserta. E ci vorranno almeno tre anni. Ma i siti attualmente funzionanti si esauriranno molto prima.
L’inceneritore di Acerra continua a sforare con le emissioni. Per ora sono al collasso la discarica di San Tammaro a Caserta che sarà satura tra 20 giorni; la discarica di Chaiano reggerà per 500 giorni; quella di Terzigno per poco meno di un anno. Le Province che dovrebbero prendere in carico Tarsu e gestione rifiuti stanno zitte, mentre i comuni non hanno intenzione di girare la raccolta della tassa sui rifiuti.
Via | Il Mattino
Foto | Emergenza rifiuti campania

Più che una promessa, sembra una minaccia. Sollecitato dall’eco avuto dalle forti critiche ricevute dal mondo ambientalista, più che dall’emergenza in corso, il presidente del Consiglio dei Ministri Berlusconi ha annunciato la strategia del Governo per fronteggiare la crisi rifiuti siciliana: farà come a Napoli.
Cioè, giusto per ricordarlo, dichiarerà per l’ennesima volta lo stato di crisi ambientale, farà scendere a Palermo Bertolaso, militarizzerà una decina di grosse discariche (magari non a norma) dichiarandole sito militare e costruirà un termovalorizzatore con procedure di somma urgenza, incarico diretto senza gara e pagamento cash alla consegna.
Già, perchè alla fine il succo del problema non è togliere i rifiuti ma bruciarli. Berlusconi sa bene che in Sicilia i piani della lobby del termovalorizzatore stanno incontrando ostacoli insormontabili e, per questo, il premier ha deciso di scavalcare le procedure per chiudere una questione che sta andando troppo per le lunghe.
Perchè un governatore come Raffaele Lombardo, che ha cambiato idea almeno tre volte sui termovalorizzatori (dall’entusiasmo all’esorcismo) e che a Catania è indagato per concorso esterno in associazione mafiosa (qualche ardito giornalista dice che la richiesta d’arresto è già pronta ma in stand by) mentre a Palermo è persona informata sui fatti nel mega affare dei termovalorizzatori (l’affare del secolo, così l’ha definito Lombardo) non è certo la persona più adatta per sbloccare la situazione.
E, allora, se i forni non li fa Raffaele li farà Silvio. E di gran fretta, come a Napoli…
Via | Blog Sicilia
Foto | Flickr

La centrale elettrica a carbone di Torre Valdaliga Nord, tristemente nota per il recente incidente che ha causato la morte dell’operaio trentatreenne Sergio Capitani, è al centro di un braccio di ferro tra il ministro Stefania Prestigiacomo e il sindaco di Civitavecchia, Gianni Moscherini.
Oggetto dello scontro istituzionale la possibilità, ben vista dalla Prestigiacomo e del tutto esclusa da Moscherini, di bruciare combustibile da rifiuti (Cdr) all’interno della centrale Enel. La notizia è riportata dal quotidiano on line New Tuscia, che cita anche le motivazioni del no espresse dal sindaco di Civitavecchia:
Quella espressa dal Ministro è un’ipotesi irrealizzabile innanzitutto perché la città ha già scelto per il trattamento dei rifiuti suoi e dei Comuni viciniori un sistema senza combustione, di brevetto israeliano, per il quale il Consiglio Comunale mi ha già autorizzato a procedere alla realizzazione. I tecnici di cui si avvale il Ministro peraltro avrebbero dovuto spiegarle la situazione del nostro territorio e l’impossibilità per esso di ospitare altre combustioni, aggravandone la situazione ambientale

Nel servizio di ieri sera del Tg1 delle 20,00 è andato in onda uno spot occulto sulla santificazione dei termovalorizzatori. Il servizio è partito alla larga: dalla bonifica del fiume Lambro, inquinato qualche mese fa dalla marea di idrocarburi, 1600 tonnellate rilasciati nelle sue acque.
Il servizio è di Elena Fusai e racconta di come tutta l’immondizia recuperata sia finita bruciata nel termovalorizzatore di Piacenza per produrre energia. Dal servizio sembra di capire che i residui siano finiti nei forni nella forma talquale. Viene raccontato di come tutti i rifiuti raccolti alle acque del Lambro e impastati di idrocarburi, incluse le barriere assorbenti, siano stati mescolati, prima di essere bruciati, ai rifiuti solidi urbani per impedire l’emissione di sostanze nocive.
Si specifica che i valori dei fumi emessi sono costantemente sotto controllo. Infine, grazie a quanto raccolto nel Lambro 150 famiglie accendono luci e tv.
A questo punto, dopo uno spot del genere, chi non vorrebbe un termovalorizzatore dietro il giardino di casa?
Foto | Technicoblog
Gianni Chiodi è Commissario per la ricostruzione de L’Aquila e delle zone devastate dal sisma del 6 aprile 2009. Il punto è che Chiodi non ha i medesimi superpoteri che furono concessi per decreto a Guido Bertolaso durante l’emergenza rifiuti in Campania. A L’Aquila probabilmente non c’è neanche ufficialmente un emergenza. Eppure i 4,5 milioni di tonnellate di macerie che sono da trattare come rifiuti speciali per essere smaltiti, rappresenteranno a quasi un anno dal sisma, un emergenza? o no? O forse perché non sono bruciabili in un termovalorizzatore, non interessano?
Intanto Chiodi è da oggi pomeriggio a Roma per incontrare il Ministro Prestigiacomo perché la questione è trovare le deroghe alle leggi europee che assimilano le macerie ai rifiuti solidi urbani per procedere più velocemente alla rimozione.
Ha detto Chiodi:
La ricostruzione sarà lunga fatta la rimozione delle macerie, non si potrà rientrare subito. Sarà un percorso lungo. Bisogna essere leali con la gente. Tutto in dieci anni? Ci metterei la firma.

Acerra non è solo il paese di Pulcinella, nel senso che qui ebbe i natali la gloriosa maschera napoletana, o il paese del termovalorizzatore e della perenne emergenza rifiuti, ma è anche un paese che lotta duramente per sopravvivere, la cui vocazione è principalmente agricola. Entro il 2014 termineranno gli incentivi europei al tabacco e i terreni dovranno essere riconvertiti, ecco che giunge l’idea di passare alla canapa.
Assocanapa, con Michele Castaldo responsabile regionale e Enzo Parmiggiano agricoltore, avvieranno una coltivazione di canapa con semi certificati per raccogliere tra 4 mesi olio da inviare a Grasse, cittadina della Costa Azzurra, usato per la produzione di profumo. Il progetto nasce sotto il patrocinio del Comune di Acerra e di Legambiente.
Spiega Castaldo:
Nella nostra regione è ancora viva la cultura legata alla canapa, che è rimasta nel Dna di donne e uomini che, nell’area nord di Napoli e in quella a sud di Caserta, hanno fatto sacrifici enormi per portare avanti questa coltivazione. Oggi la canapa può fornire all’agricoltura una rotazione migliorativa dei terreni e all’industria materie prime di origine vegetale e, quindi, biodegradabili, in sostituzione di quelle di origine fossile. Può rappresentare una fonte integrativa di reddito per l’impresa agricola, permette di contrastare la desertificazione e di stimolare il recupero di quelli dismessi.

La multiutility lombarda A2A ha le idee chiare e cambia strategia. O meglio: la affina e si concentra sui settori più redditizi. Nel nuovo piano industriale dell’azienda, infatti, il settore energetico lascia spazio a quello della gestione dei rifiuti e della termovalorizzazione. Questo perchè, ammette la stessa A2A, con la crisi di energia ne serve sempre meno ma quello dell’incenerimento dei rifiuti resta sempre un affare interessante.
A2A ha già esperienza nel campo in quanto gestisce i due inceneritori più famosi d’Italia: quello di Brescia e quello di Acerra. Il primo, secondo la Columbia University di New York è “il miglior termovalorizzatore al mondo“. Peccato, però, che chi abita vicino a questo gioiellino di tecnologia che piace tanto agli americani non la pensi esattamente nello stesso modo. Il secondo, quello di Acerra, è stato inaugurato in pompa magna da Berlusconi in persona. Poi, appena Berlusconi se ne è andato, ha iniziato a sforare i limiti di emissioni. Ma, si disse, lo stavano rodando…
Fatto sta che A2A preferisce l’inceneritore alla centrale elettrica e, parlando di vil denaro, non gli si può certo dare torto visto che questi impianti godono ancora, e godranno ancora per molto visto che senza vanno presto in perdita, dei fantasmagorici incentivi Cip6.
Continua a leggere: A2A, fuga dall'energia. Rende di più l'inceneritore
Difficilmente una popolazione può accettare senza riserve la presenza di un inceneritore sul proprio territorio. E troppo spesso, la selezione dei rifiuti che poi dovranno essere bruciati non si svolge correttamente. Quanto comunicato, ieri sera, dal Comitato contro l’inceneritore di Montale, vicino Pistoia, ne è un esempio. L’impianto - peraltro giàchiuso nel 2007 per superamento dei limiti di emissione previsti dalla normativa nazionale -è di nuovo al centro di una bufera dopo la comunicazione dei risultati di alcune analisi da parte dello stesso Comitato che- effettuate a proprie spese dai cittadini interessati - confermano la presenza di diossina nel latte delle mamme residenti nelle zone limitrofe all’impianto.
L’iniziativa è stata portata avanti a seguito del rifiuto reiterato da parte delle amministrazioni locali di effettuare indagini biologiche e sanitarie sugli individui le cui abitazioni si trovano presso l’inceneritore incriminato. In più di un’occasione, del resto, le istituzioni interrogate sulla vicenda hanno sempre negato la presenza di Pcb nelle emissioni. A contrastare decisamente con tale versione dei fatti però, già negli scorsi mesi, sono intervenute diverse indagini effettuate dall’Arpat e dalle Asl locali su carni di pollo allevati nella medesima zona e che portano profili emissivi del tutto sovrapponibili a quelli riscontrati nel latte materno.
La causa preponderante dell’inquinamento nella nostra terra è da ricercarsi inequivocabilmente nelle emissioni dell’inceneritore
concludono i membri del Comitato. La protesta va avanti.
L’altro giorno, il 29 settembre, l’inceneritore di Modena ha preso fuoco. Sulla notizia ignari cittadini che non possono far altro che filmare con il cellulare e mettere su youtube. Sul sito del Comune di Modena è stato diffusa la seguente nota:
Dal Comune massima attenzione nell’emergenza. L’assessore Arletti: “ora attendiamo i dati delle verifiche effettuate”.
Il Comune di Modena ha seguito fin dal primo allarme l’incendio che si è sviluppato nell’impianto di una delle vecchie linee del termovalorizzatore di via Cavazza, tenendosi in contatto con Vigili del Fuoco, Arpa, Ausl e, ovviamente, il gestore HERA.
“L’incendio -afferma l’Assessore alle politiche ambientali Simona Arletti- è stato subito circoscritto e poi rapidamente domato dai Vigili del Fuoco. Il funzionamento della catena di emergenza, dalla prima segnalazione fino al cessato allarme, ha sicuramente consentito di limitare l’impatto sull’ambiente esterno. Il fumo, secondo quanto riferito da Hera, è da imputare soprattutto alla combustione di parte dell’impianto elettrico. Nel corso dell’emergenza, comunque, sono stati effettuati rilevamenti in tempo reale che andranno ora ad incrociare i dati raccolti, nello stesso periodo di tempo, dalle centraline fisse di misurazione. Per ogni ulteriore riflessione -conclude l’assessore Arletti- bisognerà dunque attendere i risultati di queste verifiche e l’esito degli accertamenti in corso sulle cause specifiche dell’incendio.”
Riferisce ViaEmiliaNet che l’incendio si è propagato dalla fossa dei rifiuti considerati non pericolosi. In pratica se una parte dei modenesi ha respirato diossina o altre sostanze nocive, lo saprà molto dopo averle inalate. Alla cittadinanza non sono state fornite indicazioni su eventuali precauzioni.
Le materie prime sono una cosa e il CDR-Q (Combustibile Derivato dai Rifiuti di qualità elevata) e gli scarti ferrosi un’ altra e sono rifiuti.
La sentenza emessa il 22 dicembre a proposito della causa C‑283/07 e resa nota qualche giorno fa, chiarisce appunto che l’Italia non deve adeguare i rifiuti e il ferro a materie prime e che nel caso dei primi questi non sono da bruciare nei termovalorizzarori come fossero metano o carbone.