Ieri sera, al Palazzo di vetro a New York, si è tenuto una importante riunione tra il Ministro dell’Ambiente Stefania Prestigiacomo e Ban Ki-Moon, il Segretario Generale delle Nazioni Unite. L’incontro, che si configura come uno dei momenti preparatori il prossimo vertice sul clima che si terrà a Cancun, in Messico, nel mese di dicembre, si è stretto intorno al tema della “governance ambientale” e della necessità di fare “sistema“, portando di conseguenza una sorta di programma comune, tra tutti quei paesi che, aderenti alla Cop, hanno maggiori responsabilità in termini di emissioni globali di Co2. Sono mancate, invece, le discussioni relative alle eventuali strategie da mettere in campo. Riferisce il Ministro:
Il nostro auspicio, è che si possa arrivare alla conferenza di dicembre a Cancun senza ripetere gli errori che sono stati commessi prima e durante la Cop di Copenhagen. Soprattutto è necessario che il negoziato metta insieme tutti i Paesi dentro un unico formato. Così come è importante che, a livello di governance ambientale, si arrivi ad una razionalizzazione delle strutture operanti
Eppure, anche questa volta, le speranze di ottenere dei risultati concreti nella lotta ai cambiamenti climatici paiono scarse anche allo stesso Segretario della United Nations Framework Convention on Climate Change, Yvo de Boer, ad oggi piuttosto scettico in merito alla possibilità di dare vita ad un trattato globale ma non sull’esito comunque ottimale del consesso internazionale…
Foto | Flickr
Il 31 gennaio era stato fissato dall’accordo di Copenaghen come la data ultima entro cui gli Stati partecipanti al summit avrebbero dovuto presentare i propri impegni per la riduzione dell’emissione dei gas serra entro il 2020. Lo hanno fatto in 55: gli stati membri dell’Unione europea, gli Usa, il Giappone,il Brasile, l’Australia, La Nuova Zelanda, la Cina, l’India e il Sud Africa. E nessuno ha calcato la mano circa le proprie intenzioni (peraltro non giuridicamente vicolanti).
L’Ue, ad esempio, ha proposto un taglio del 20 per cento invece che del 30; mentre la Nuova Zelanda non intende prendere alcuna posizione in merito finché non verrà concordato un obiettivo globale. Quanto alla Cina, non intende modificare il suo obiettivo del 40-45 per cento (che non collide troppo con la spaventosa crescita economica che sta conoscendo in questi anni). Deludente anche la posizione degli Stati Uniti che parlano di una non meglio precisata soglia di riduzione intorno al 17% (rispetto al 2005, appena il 3% rispetto al 1990) senza specificare altro..
Tagli del tutto inadeguati, secondo Bernhard Obermayr (Greenpeace su energia e clima), e insufficienti se si vuole mantenere l’aumento della temperatura globale entro i 2 gradi centigradi rispetto all’era pre-industriale. Se non verranno prese misure serie e di più ampio respiro rispetto a quelle presentate con leggerezza il 31 gennaio l’aumento delle temperature potrà superare i 3 gradi C. Sempre secondo Greenpeace, per contenere la temperatura entro i limiti definiti a Copenaghen occorrono tagli drastici di emissioni dell’ordine del 40 per cento unitamente a investimenti “green” pari a 140 miliardi di dollari l’anno a favore dei paesi in via di sviluppo.
Gli accordi che si vanno profilando, se mai saranno raggiunti, durante questo disastroso vertice di Copenaghen nulla avranno a che vedere con la lotta ai cambiamenti climatici. La bozza di accordo riscritta nella notte e che sarà presentata oggi, anche alla presenza del Presidente Obama (in alto il video del suo arrivo stamane a Copenhagen), guarda ai PIL dei vari paesi: Usa, Ue, Africa e Cina, vera testa d’ariete che sta conducendo i negoziati verso un accordo che preveda un abbassamento della soglia di emissioni di CO2.
In poche parole la Cina dice che va bene ridurre ma non troppo, o meglio, entro il limite tollerato dal loro PIL in vertiginosa ascesa. Concordo con la lettura data stamane da Il Foglio che scrive:
Oltre ai miliardi di dollari, in ballo ci sono punti di pil. I cinesi “sono i migliori negoziatori al mondo”, dice al New York Times Barbara Finamore, direttrice del Natural Resources Defense Council. Pechino, con la sua offerta di ridurre l’aumento del CO2 del 40-45 per cento per unità produttiva entro il 2020, si garantisce un ampio margine per far crescere la sua economia senza il problema emissioni. Nel frattempo, manovra l’Africa: la minaccia africana di abbandonare Copenhagen se non verrà preservato il Protocollo di Kyoto serve a sancire il principio che i paesi in via di sviluppo – Cina inclusa – non siano vincolati sul clima e siano risarciti finanziariamente per i danni passati delle nazioni industrializzate. Washington però, lavora a una norma per imporre tariffe contro chi non ha gli stessi standard ambientali americani.
E L’Europa? Spera di raccogliere le briciole e di rilanciare la sua economia attraverso le tecnologie verdi. Ma la chiave per comprendere sia la nostra posizione, intendo europea, sia quella dei paesi in via di sviluppo è in una frase del Presidente brasiliano Lula che ha dichiarato:
Se i cambiamenti climatici fossero stati una banca sul punto del crack, tutti, Usa e Europa, vi sareste affannati a trovare i soldi per salvarla.
E’ stata presentata ieri, in occasione del Climate summit for mayors - l’incontro fra i sindaci delle maggiori città del globo - in occasione della più ampia cornice della conferenza Onu sul clima, dal Ministro dell’Ambiente, Stefania Prestigiacomo, e dal sindaco della capitale danese, Ritt Bjerrgaard, la Copenhagen green wheel: la ruota che trasforma una semplice bicicletta in veicolo “intelligente”.
La ruota presenta, al suo centro, una batteria ibrida che garantisce la pedalata assistita, unitamente ad un apposito chip bluetooth per le comunicazioni. Inoltre, è dotata a specialissimi sensori che, in collegamento costante con lo smartphone del ciclista, consentono in tempo reale l’ottenimento di tutte le informazioni sulle condizioni di traffico, inquinamento e percorso.
L’idea originale, opera del Mit (Massachusetts Institute of Technology), si è avvalsa per la sua realizzazione tecnica del supporto sostanziale della Ducati Energia e del co-finanziamento da parte del Ministero dell’ambiente italiano.
La concentrazione di tutte le componenti all’interno di un dispositivo posto nel mezzo della ruota posteriore del veicolo comporta l’assenza di una alimentazione esterna. Inoltre, l’utilità del progetto supera i confini individuali per calarsi a pieno nella problematica della gestione sostenibile del traffico urbano delle nostre città in quanto le informazioni su percorsi, condizioni di traffico e inquinamento possono venire trasmesse direttamente alle autorità cittadine che possono, in questo modo, prendere le decisioni del caso.
Entro 6 mesi, fa sapere Federica Guidi, direttore generale di Ducati, la Copenhagen green wheel sarà immessa sul mercato ad un prezzo inferiore ai mille euro, in modo da porsi immediatamente come diretta concorrente delle biciclette ibride attualmente in circolazione.
Foto | Flickr
Il presidente della Provincia di Roma, Nicola Zingaretti, è intervenuto durante la conferenza internazionale sui cambiamenti climatici di Copenaghen per illustrare progetti e progressi in ambito ambientale della pubblica amministrazione.
Zingaretti ha illustrato i risultati raggiunti dalla Provincia di Roma nell’ambito dei sette punti previsti dal Piano Provinciale Kyoto: l’ammodernamento delle reti idriche, lo sviluppo delle rinnovabili, la promozione della mobilità sostenibile, la pianificazione territoriale, la tutela della biodiversità, gli aiuti all’agricoltura, gli acquisti verdi della P.A.. Zingaretti ha inoltre presentato il progetto per il fotovoltaico nelle scuole e ha parlato dei bandi per finanziare progetti pubblici e privati della provincia.
“Siamo contenti di aver portato al vertice di Copenaghen un esempio italiano di buone pratiche in campo ambientale, presentando in una sede così prestigiosa le sette sfide e i primi risultati del Piano d’Azione Provincia di Kyoto lanciato dalla Provincia di Roma nello scorso febbraio“.
Questo il punto di vista del Presidente della Provincia, che ha elogiato gli sforzi della pubblica amministrazione, che nell’anno passato ha supportato l’incremento della raccolta differenziata finanziando 35 centri di raccolta, 4 impianti di compostaggio e ha acquistato 11.500 compostiere da distribuire in ordine sparso. Converrete con me che 11.500 compostiere saranno pure un investimento, ma non sono niente se si considerano gli abitanti della capitale e della provincia, tra le più popolase d’Italia. Questo era il punto di vista dell’amministrazione a Copenaghen, ma la cittadinanza la penserà allo stesso modo?
via | romanotizie
La Microsoft e l’Agenzia Europea dell’Ambiente (AEA) hanno atteso il Vertice di Copenaghen per lanciare “Atlas” il nuovo portale per il monitoraggio dei cambiamenti cliamatici nel vecchio continente. Il progetto, che corrisponde alla diretta evoluzione del già innovativo Eye On Earth che pubblica rapporti sulla qualità dell’aria e dell’acqua in Europa, si configura come perfetto connubio tra applicazione della teconologia e tutela ambientale, mostrando agli internauti gli effetti del cambiamento climatico nelle aree di interesse e, contemporaneamente, gli interventi specifici utili per contrastarlo. Attualmente, la fotografia in tempo reale di ciò che accade all’ambiente viene fornita per Danimarca, Finlandia, Georgia, Irlanda, Italia, Paesi Bassi, Polonia, Russia e Lapponia.
Inoltre:
Atlas compie un passo in avanti permettendo agli utenti di condividere le proprie informazioni e di svolgere un ruolo attivo rispetto alle modalità di cambiamento del clima e alle azioni che possono essere intraprese per affrontare il problema.
fa sapere Jacqueline McGlade, direttore esecutivo di AEA. Robert Bernard, invece, responsabile per la strategia ambientale di Microsoft sostiene che:
attraverso la tecnologia di visualizzazione di Bing Maps, Atlas consente agli utenti di esaminare il problema visualizzando i cambiamenti che si verificano attualmente nel mondo e fornisce un ulteriore esempio tangibile del contributo che la tecnologia è in grado di apportare
Tra le buone pratiche selezionate, in particolare, non possiamo esimerci dal segnalarne una tutta italiana: l’azienda La Vialla, in provincia di Arezzo, che tra impianti fotovoltaici, vasche di fito depurazione delle acque reflue, uso di materiali ecologici a 360° e messa al bando di prodotti chimici derivanti dal petrolio è un esempio lodevole di piena sostenibilità agricola.
Foto | Flickr
Il titolo non inganni. Non si è infatti ancora arrivati ad una decisione definitiva, tuttavia trapela dal vertice di Copenaghen come gli impegni degli Stati membri siano colmi di difficoltà. Ovvio, non potrebbe essere altrimenti, dato che in gioco ci sono gli interessi economici di tutti i Paesi del pianeta. Intanto però è interessante analizzare il quadro provvisorio del summit per cercare di capire quale sia la situazione degli Stati membri dopo che, nella giornata di ieri, è stata riportata la notizia delle difficoltà provocate da Tuvalu e l’associazione delle Isole del Pacifico.
Per quel che riguarda l’Unione Europea sembra che al momento non sia stata stabilita nessuna cifra sull’aiuto immediato per i Paesi sotto sviluppati oltre esserci delle serie difficoltà sul passaggio dal 20 al 30% dell’obiettivo di riduzione dei gas ad effetto serra entro il 2020, rispetto al 1990. A tal proposito la presidenza svedese di turno della Ue ha deciso di proseguire in nottata le trattative con i partner per raccogliere offerte per il fondo ‘fast start’ (avvio rapido), da destinare dal 2010 al 2012 ai Paesi più poveri per prepararli all’entrata in vigore di un nuovo trattato sul clima (un post-Kyoto) che dovrebbe partire dal gennaio 2013.
L’obiettivo a cui punta la presidenza è quello di raccogliere sei miliardi di euro spalmati in tre tranche da due miliardi ciascuna per il prossimo triennio 2010-2012. Al momento sarebbero dodici i Paesi che avrebbero dato il via libera alla concessione di contributi volontari, per un totale di circa 4,5 miliardi di euro. Francia, Germania e l’Italia non sono incluse in questo gruppo, anche se sembra che il Paese teutonico si starebbe orientando ad impegnare una cifra consistente. Ma al momento tutto sarebbe in fase di contrattazione.
Si parla sempre con più insistenza del fatto che gli Stati Uniti (unitamente alla Cina) abbiano deciso di aprire agli accordi sulla riduzione delle emissioni di CO2. Trionfalismi a parte ritengo sia il caso di analizzare con una certa attenzione quanto proposto dal governo americano in vista dell’ormai imminente vertice di Copenaghen. La proposta statunitense consiste in un radicale taglio delle emissioni serra del 17% entro il 2020, del 30% entro il 2025 e del 42% entro il 2030.
Numeri sensazionali? Non proprio, o almeno così sembra, i numeri infatti parrebbero riallineare perfettamente gli Stati Uniti alla posizione europea, ma, analizzando più in dettaglio i propositi emerge una realtà ben ridimensionata. Ebbene, mentre l’Europa fissa i propri obiettivi facendo riferimento, come anno base, al 1990 (che è l’anno base della negoziazione internazionale basata sul Protocollo di Kyoto) gli americani portano fuori questi numeri riferendosi ad un anno base più giovane di quindici anni, appunto il 2005.
Il particolare non è di poco conto, dato che, nei 15 anni in questione, le emissioni sono cresciute sensibilmente, anche in virtù del fatto che altri Stati di grosse dimensioni (Su tutti Cina, India e Brasile) hanno incrementato di parecchio le proprie emissioni. Pertanto da un’analisi più approfondita i numeri sarebbero perciò chiaramene ridimensionati. Si legge perciò che il 17 % come obiettivo per il 2020, calcolato però sull’anno base 1990, equivarrebbe ad appena il 4% ; il 30% del 2025 al 18%, mentre il 42% per il 2030 al 31%.
Continua a leggere: Le proposte ambigue degli Stati Uniti in vista del vertice di Copenaghen

Combattere i cambiamenti climatici (lasciamo da parte per ora le polemiche) con un quilt? E’ l’idea che stanno portando avanti con il progetto climate quilt dove a essere coinvolti sono i bambini delle scuole elementari aderenti al circuito delle GSE Green schools alliance. Ogni ragazzino prepara un quadrato di stoffa, che è la base del quilt, la coperta che per antonomasia rappresenta la migliore funzione pratica dell’upciclye o riciclo creativo, che sarà unito a quello di altri bambini e che appunto andrà a formare una grande coperta da destinare al Vertice di Copenaghen.
Su ogni quadrato di stoffa, infatti, i ragazzini, hanno lasciato un messaggio che comporrà un dedalo di richieste e idee da destinare ai leader che si confronteranno a Copenaghen. Ma approfondendo l’iniziativa ho scoperto che esiste proprio un gruppo di volontari che armati di ago e filo porta avanti una silenziosa rivoluzione i cui bastioni sono appunto i quilt. Le loro esperienze e le loro storie sono raccontate le libro Quilting for peace di Katerine Bell.
Foto | Climate quilt

Secondo molti scettici dei cambiamenti climatici è bastata la violazione da parte di hacker di diverse caselle di posta elettronica per mettere in discussione il riscaldamento globale e tutte le nefaste conseguenze previste dall’IPCC. Se davvero così fosse, se davvero sul Pianeta Terra non si sta verificando nessun cambiamento di clima né di origine naturale, né di origine antropogenica, ebbene ci sarebbe da arrabbiarsi sul serio con gli scienziati che fino a oggi hanno sostenuto appunto questa tesi.
Ma veniamo ai fatti e al primo sospetto: mancano poco meno di 14 giorni al vertice di Copenaghen, quello presso cui tutti i leader mondiali cercheranno accordi per la riduzione delle emissioni di CO2, che appunto salta fuori questa novità, cioè che i cambiamenti climatici non esistono. Le mail, che attesterebbero appunto che il global warming sia frutto di una manipolazione scientifica sono quelle inviate tra vari scienziati tra il 1996 e pochi giorni fa. Il server violato il 20 novembre è quello del Climatic Research Unit, CRU, della University of East Anglia.
Scrive Real Climate:
Tuttavia, queste e-mail (presumibilmente una selezione accurata di (eventualmente modificate?) una corrispondenza risalente al 1996 e fino al corrente 12 novembre) sono state ampiamente diffuse e quindi richiedono qualche commento. Alcuni di esse ci coinvolgono (l’archivio comprende la prima e-mail RealClimate inviata ai colleghi) e includono le discussioni che abbiamo avuto con il CRU su argomenti relativi alla registrazione della temperatura di superficie e a alcune questioni legate al paleoclima.