Settimana per la riduzione dei rifiuti: il Ministro Prestigiacomo pensa a una proroga per i sacchetti di plastica

stop ai sacchetti di plastica

Proprio ieri vi parlavo della settimana europea di riduzione dei rifiuti e di come il Ministero per l'Ambiente ne abbia accolto (giustamente) patrocinio e motivazione. Notavo però una mancanza di coerenza tra temi proposti per la tutela ambientale, come appunto la giusta riduzione dei rifiuti effettuata attraverso campagne di sensibilizzazione (finanziate dall'Unione europea) e la politica reale.

Se mi mancava la prova del 9 eccone giunta una. In un comunicato di Legambiente, che ho ricevuto ieri, si lancia l'allarme sulla presunta proroga che Stefania Prestigiacomo, Ministro per l'Ambiente starebbe per concedere all’utilizzo delle borse non biodegradabili negli esercizi commerciali. Fa notare Legambiente che l'Italia ha la maglia nera per l'uso di shopper non biodegradabili: 300 a testa all'anno. Un numero spropositato di plastica, che se tutto va bene fa a finire o in discarica o in un inceneritore. Diversamente li ritroviamo in mare, nei boschi o nei fiumi.

Legambiente in proposito ha prodotto un dossier sugli effetti deleteri dei sacchetti di plastica non biodegradabili rilasciati nell'ambiente e una petizione Stop ai sacchetti di plastica, che ovviamente vi invito a firmare. Io l'ho già fatto.

Dopo il salto alcuni dati agghiaccianti presentati da Legambiente a proposito della sporca invasione dei sacchetti di plastica. Ricordo a tutti che una soluzione è adottare sacchetti di stoffa o di paglia riusabili e lavabili.

I sacchetti di plastica utilizzati nei negozi e nei supermercati costituiscono, infatti, un grave problema d’inquinamento ambientale diffuso in tutto il mondo. Consumiamo in Italia circa 20 miliardi di buste all’anno, assicurando così al nostro paese la maglia nera europea. In Europa le buste consumate sono 100 miliardi e le stime parlano di una commercializzazione annua mondiale di 1000 miliardi di sacchetti. Anche se solo una frazione di questi viene dispersa nell’ambiente, provoca la morte di milioni di pesci, balene, delfini, tartarughe e altri animali. L'Unep stima in un milione il numero di uccelli marini uccisi. Si sono trovati frammenti di plastica perfino nei nidi degli albatros in remote isole dell'Oceano Pacifico. Non ultimo, il problema della tossicità: nella stampa dei sacchetti, specialmente nei paesi in via di sviluppo, sono spesso utilizzati coloranti cancerogeni e metalli come additivi che vengono rilasciati nell'ambiente per poi riconcentrarsi negli organi interni delle specie, esseri umani compresi.

Qualsiasi bilancio costi – benefici è sfavorevole agli shopper di plastica usa e getta: consumano petrolio e inquinano, sono utili solo per pochi minuti ma creano degrado e sporcizia per anni. Costa poco produrli e, talvolta, importarli dai paesi asiatici, mentre il costo per raccoglierli, smaltirli o riciclarli è molto consistente. Tutte le analisi, anche della spesa famigliare, sono a vantaggio della sporta riutilizzabile: molti negozi la offrono ormai a prezzi che vanno dai 50 centesimi all'euro. Dopo 10 o 20 utilizzi ci fanno risparmiare. Ma convertire milioni di consumatori e migliaia di negozi non sarà facile, non basterà un decreto del governo. Occorre l'azione congiunta dei consumatori più consapevoli, delle istituzioni locali a cominciare dai comuni che debbono raccogliere i rifiuti, dei negozi, in primis della grande distribuzione che deve dare l'esempio. Per fortuna il processo è iniziato: più di un centinaio di comuni - tra cui Torino, Amelia in Umbria e alcuni piccoli comuni campani – hanno diffuso ordinanze che mettono in mora i sacchetti di plastica e centinaia di supermercati già ne fanno a meno o promuovono azioni di sensibilizzazione per ridurne l’uso indiscriminato.

Il primo dei problemi legato ai sacchetti di plastica è l'enorme quantità prodotta e consumata mentre solo l'1% dei sacchetti di plastica viene riciclato a livello mondiale. Riciclarli costa, infatti, più che produrli. Sulla base dei sistemi e dei costi di recupero e riciclo statunitensi riciclare una tonnellata di sacchetti di plastica costa 4.000 dollari; una tonnellata di sacchetti da materia prima vergine costa sul mercato delle commodities, 32 dollari.

I sacchetti di plastica si usano solo per poche ore, anche se si riutilizzano per i rifiuti domestici, ma sono un danno quasi eterno: un sacchetto resta nell'ambiente anche per secoli, da un minimo di 15 anni a un massimo di 1000 anni secondo l’Agenzia Europea per l’Ambiente. I sacchetti di plastica sono aerodinamici, basta poco vento per trasportarli e disperderli nell'ambiente, nei fiumi, laghi, mari e sul territorio. Si frantumano in minuscoli pezzi ma non si distruggono e, a volte, formano vere e proprie “isole” come a 800 miglia a nord delle Hawaii, nell'Oceano Pacifico, il cosiddetto Pacific Vortex, con un estensione che varia a seconda delle stime tra i 700 mila e i 10 milioni di Km2 e con un peso stimato di 3 milioni di tonnellate. Concentrazioni variabili di plastica si trovano anche nel Mediterraneo e sulle sponde dei mari italiani.

Il problema non riguarda solo gli animali, anche agricoltura e pesca risultano danneggiate. Si stima che il costo per rimuovere a mano i rifiuti dalle reti da pesca e dai terreni agricoli sia superiore a quello dell’uscita di produzione dei sacchetti. Per non parlare dei danni al paesaggio e, dunque, al settore turistico del quale vivono spesso comunità fragili.


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