Eolo, automobile (o bufala?) ad aria compressa

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Ogni anno, come le rondini a primavera, la mitica air car, la Eolo prodotta dalla casa francese MDI riappare sul web. Ogni anno un nuovo sito internet, ogni anno sempre più bello. Ma la macchina è sempre la stessa e non sembra che se ne vedano circolare su strada in nessun posto.

Quest'anno, arriva una notizia nuova. Secondo un resoconto da Giornaletecnologico del 5.12.2005 la "Eolo Auto Italia", che aveva messo su una fabbrica di automobili ad aria compressa su licenza, ha deciso di chiudere e di far causa alla MDI. Apparentemente, la MDI non è stata in grado di fornire i macchinari necessari per la produzione. Grave il danno per gli investitori, che hanno perso circa sei milioni di Euro, grave anche per i 74 operai della fabbrica, licenziati dopo un lungo periodo in cassa integrazione. Giuseppe Bussotti, presidente e amministratore dimissionario di Eolo Auto Italia ha dichiarato che i tecnici francesi della MDI "non hanno ancora trovato il modo di trasformare e conservare la potenza".

Immediata la reazione dei soliti complottisti che accusano le multinazionali del petrolio di aver affossato una tecnologia che gli faceva concorrenza, nonostante che sia proprio il truffato a dichiarare esplicitamente che la tecnologia che aveva comprato non funziona. Del resto, sono in molti a dubitare che la tecnologia dell'aria compressa possa fornire veramente le prestazioni mirabolanti dichiarate dalla MDI, soprattutto considerando che è una tecnologia che già esisteva oltre cento anni fa, ma che non ha mai trovato applicazioni importanti. A proposito dei "complotti" dei malvagi petrolieri, viene poi da domandarsi come mai tanti sforzi per affossare una tecnologia piuttosto dubbia, quella dell'aria compressa, mentre gli stessi malvagi non sembrano fare nulla per eliminare dalle strade i veicoli elettrici che pure circolano, funzionano e si possono comprare.

» Una discussione sulle prestazioni possibili di un veicolo ad aria compressa sul sito dell'Aspo

» La Eolo su Ecoblog

[Un post di Ugo Bardi – presidente Aspo Italia]

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